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ALCUNE OSSERVAZIONI SULLA PROPOSTA DI RIFORMA COSTITUZIONALE. Di Roberto De Albentiis

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La Costituzione della Repubblica Italiana, approvata nel dicembre del 1947 ed entrata in vigore il primo giorno del nuovo anno 1948, è stata più volte cambiata; tra le riforme più significative, citiamo: quella del titolo V, con la legge costituzionale 1/1999; la costituzionalizzazione del giusto processo, con la legge costituzionale 2/1999; la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, con la legge costituzionale 1/2012. Come si può vedere, quindi, riforme costituzionali se ne sono avute, in passato, e del resto la stessa Costituzione statunitense, risalente all’anno 1787, una delle più fisse del mondo, ha dovuto subire cambiamenti e accomodamenti; non parliamo, poi, dell’esempio, ormai in gran parte storicamente concluso, del costituzionalismo socialista, in cui i testi delle carte fondamentali, prevalentemente programmatici e descrittivi, cambiavano spessissimo, tanto che non era infrequente il caso, per gli Stati socialisti, di avere avuto, nel corso della loro esistenza storica, anche più di due o tre testi costituzionali.
Questa riforma costituzionale, passata nel dibattito giornalistico e politico come riforma Boschi-Renzi, è criticabile sotto molti punti di vista, tanto giuridici quanto politici (non si dimentichi che le leggi sono fatte per una comunità politica): è una riforma non approvata dalla maggioranza assoluta delle forze presenti in Parlamento, per di più nell’ambito di un sinistro accordo quale quello c.d. “del Nazareno”; per una riforma di tale calibro (vengono modificati più di quaranta articoli) ci sarebbe bisogno di una Commissione Bicamerale o addirittura di una nuova Assemblea Costituente; è una riforma scritta in maniera ostica e difficile, lontanissima dal chiaro testo originario dei Padri costituenti (vedasi la famosa proposta di cambiamento dell’articolo 70, che passa dalle semplici 9 alle proposte 439 parole); è una riforma che dà ancora più potere di quanto sia possibile alle istituzioni dell’Unione Europea (vedasi la proposta di riforma dell’articolo 117), con un progressivo e maggior svuotamento di sovranità statale; è una riforma che scombina ulteriormente il quadro del riparto di competenze tra Stato e Regioni, facendo tornare in capo allo Stato alcune delle competenze prima devolute alle Regioni; è una riforma che scippa ulteriormente la sovranità elettorale dei cittadini, rafforzando ancora di più i partiti e i loro apparati tanto nazionali quanto locali, con percentuali di parlamentari eletti direttamente dai cittadini che si riducono ad un 40% per la Camera dei Deputati e addirittura uno 0% per il Senato, trasformato ora in un “Senato delle Autonomie” che nulla ha a che vedere con esperienze similari come quella tedesca. More »

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