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RICORDANDO FEDERICO BOZZINI: UN ESEMPLARE STUDIOSO DI STORIA LOCALE. Di Riccardo Pasqualin.

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Federico Bozzini (1943-1999) è stato uno storico e narratore veronese; sempre vicino ai problemi dei lavoratori, collaborò per molti anni ai corsi organizzati dalla Cisl di Verona per la formazione dei futuri dirigenti, ma non fu mai un sindacalista “in senso proprio”[1].

Sin da giovanissimo, cominciò a lavorare come garzone nello spaccio dell’industria tessile veronese Tiberghien; mentre già si guadagnava il pane, quindi, conseguì il diploma di quinta ginnasio e solo successivamente lasciò il suo impiego per dedicarsi agli studi classici presso il Liceo Don Mazza, diplomandosi nel 1966. Portatore di una forte e dichiarata sensibilità religiosa, prese parte alle attività del gruppo culturale Emmanuel Mounier, espressione del dissenso cattolico tra il 1966-67.

Nel 1968 iniziò ad avvicinarsi alla Cisl, partecipando ad attività di informazione, con la preparazione di volantini e la divulgazione di testi ciclostilati. Al 1969, quando aveva 26 anni, risale la pubblicazione di Operai e padroni alla FIAT Resoconto di un dibattito, edito per la collana Manifesti della lotta di classe dell’editore veronese Bertani. Nel 1970 si laureò in Filosofia a Padova, con una tesi su La critica della Religione in Karl Marx; la frequentazione dell’ambiente sindacale e l’interesse costante per la condizione dei lavoratori ebbero certamente un ruolo importante nella formazione della visione storica sviluppata da Bozzini. Nel 1977 si stampò il saggio Le rivolte antiitaliane nel veronese dopo l’Unità (1867), all’interno della rivista Note Mazziniane, e allo stesso anno risale il libro Il furto campestre[2].

Scrisse Vittorio Foa nella sua introduzione al volume:

Il mattino Federico Bozzini insegna, il pomeriggio lavora per il sindacato metalmeccanico («come potrei studiare la storia se non avessi un continuo contatto con la gente?»). Bozzini non è uno storico professionale e forse non lo diventerà mai. Questo saggio sul furto campestre è il suo primo lavoro di peso […] Ciò che muove Bozzini alla storia, e che ora (dopo il «furto campestre») lo impegna in una più ampia ricerca sulle lotte contadine nel veronese fra l’annessione dell’ottobre 1866 e i moti del macinato del 1869, è in primo luogo un profondo appassionato rispetto per i contadini della sua terra, per le loro immani sofferenze, per l’ingegno e l’impegno della loro resistenza[3].

Nel 1979 fu tra i fondatori e collaboratori della rivista Ombre Bianche, in cui, nell’aprile del 1980, ripubblicò Le rivolte dei veneti contro la conquista piemontese (Verona 1867), cioè il saggio già apparso in Note Mazziniane; in questo lavoro è evidente la critica alla “storiografia accademica” e la nuova formula «conquista piemontese», applicata agli eventi del 1866, appare discutibile. Come discutibile è anche l’aggettivo di rivolte «antiitaliane» attribuito a dei moti contadini di natura fiscale, economica o nati a seguito di attacchi alla religiosità popolare.

Nella sua ricerca si focalizzò sulla Storia Locale e su argomenti spesso trascurati, sulle condizioni delle classi basse; gli studi di Bozzini non potevano non essere espressione del clima politico in cui visse. Risale al 1985 il suo testo L’Arciprete e il Cavaliere, che ha per sottotitolo Un paese veneto nel Risorgimento italiano; si tratta di un’opera di grande forza narrativa, figlia di un’ampia e profonda analisi di documenti d’archivio. Ormai, nel Veneto, questo libro è considerato “un classico” noto e apprezzato da numerosi lettori, che lo stimano talvolta il vero capolavoro dell’autore. Lo studio di Bozzini si concentra sugli avvenimenti che attraversarono il microcosmo di Cerea, ameno paese del Veronese, durante il Risorgimento e gli anni successivi all’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Tuttavia il caso di «Cerea: un paese qualunque»[4], con il suo parroco «austriacante» e «sanfedista», Don Luigi Bennassuti (1811-1882), che si oppone ai sostenitori dell’unità nazionale, perché nemici del potere temporale del Papa, e che «può concedersi di essere così ferreamente intransigente solo perché la gran maggioranza dei suoi fedeli lo segue», non può essere usato – come qualcuno ha cercato di fare – quale riferimento per giudicare l’intero processo risorgimentale nel Veneto. Il libro delinea, piuttosto, tutta una serie di elementi particolari, che differenziano il percorso storico e la realtà economica del piccolo centro rurale preso in esame rispetto alle città del Veneto: il Risorgimento di Cerea non è quello di Padova o quello di Venezia. Scorrendo queste pagine, dense di passione sincera, si possono anche avanzare delle critiche riguardo l’interpretazione e quindi l’utilizzo di alcuni dei dati raccolti da parte dello studioso scaligero, ma, ad oggi, il suo non può dirsi un lavoro “superato”; se ne riconoscono anzi taluni aspetti particolarmente notevoli e (a distanza di 34 anni) la capacità di offrire spunti interessanti per nuove ricerche. More »

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