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Parla l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi. “Sulla questione Marò interferenze di precise lobby affaristiche”. Esodo dei profughi: “Solidarietà e fermezza contro i nuovi schiavisti”

L’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi

di Gennaro Grimolizzi

Con la chiarezza e competenza che lo contraddistingue l’ambasciatore Giulio Terzi, ex ministro degli Esteri del Governo Monti, risponde alle domande di Domus Europa. Tanti i temi affrontati. A partire dalla vicenda dei due fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, arrestati tre anni e mezzo fa in India con l’accusa di aver ucciso al largo del Kerala due pescatori. Per i militari italiani un po’ di luce in fondo al tunnel si intravede. L’arbitrato internazionale, attivato ricorrendo al Tribunale del diritto del mare di Amburgo, dovrebbe – anche se i tempi non si annunciano rapidi – mettere la parola fine ad una vicenda in cui lobby affaristiche, interessi opachi e superficialità hanno più volte esposto l’Italia a figuracce internazionali. Ampio spazio abbiamo voluto dedicare, avvalendoci di un interlocutore esperto, anche ai nuovi scenari delineati dall’accordo sul nucleare tra Stati Uniti ed Iran, senza tralasciare il dramma dell’esodo di migliaia di profughi in fuga dai diversi Paesi in guerra, a partire dalla Siria, ed il pericolo Isis. Con questa intervista all’Ambasciatore Terzi apriamo una serie di dialoghi con esperti di politica internazionale e rappresentanti della diplomazia italiana. L’Italia resta ancora un grande paese: merito anche di tanti onesti servitori dello Stato.

Ambasciatore Terzi, anche se a distanza di tre anni e mezzo sono stati finalmente individuati gli strumenti giuridici per affrontare la questione dei fucilieri di Marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Si apre una nuova fase?

Il Tribunale del Diritto del Mare ha riacceso con la decisione del 4 agosto scorso i riflettori e le polemiche sulla controversia con l’India per l’uccisione di due pescatori al largo del Kerala. Il 15 febbraio 2012 le Autorità indiane, con il consenso del ministero italiano della Difesa, inducevano la petroliera Enrica Lexie a cambiare rotta e ad entrare in acque indiane, interrogando e facendo poi sbarcare con la forza i fucilieri di Marina Latorre e Girone, membri di uno dei numerosi nuclei di antipirateria  imbarcati a protezione di mercantili italiani. Dal primo istante la ricostruzione indiana dell’incidente addossava la colpa con toni perentori e persino violenti  ai militari italiani. Ma illogicità, contraddizioni e falsità  emergevano rapidamente, in modo ampiamente documentato: esse diventavano ancor più  palesi  in seguito al punto di impedire a New Delhi perfino, dopo tre anni e mezzo dai fatti, di concludere l’indagine o di produrre un solo capo di imputazione. L’Italia ha sin dalle prime ore sostenuto in centinaia di passi svolti all’ONU e all’Ue, nelle capitali di paesi alleati e amici, che la questione doveva essere discussa e risolta nel quadro della Convenzione sul Diritto del Mare. Solo l’istanza arbitrale specificamente prevista dalla Convenzione avrebbe potuto decidere  se dovesse prevalere la giurisdizione dell’Italia o quella dell’India. New Delhi si è invece sempre opposta, sostenendo che l’esclusiva applicazione della propria legge nazionale. Nel dibattimento ad Amburgo è finalmente parso incontrovertibile che la vertenza tra Italia e India debba essere decisa in base alla Convenzione sul Diritto del Mare. Purtroppo, i due anni e mezzo di esitazioni dei Governi Letta e Renzi nell’intraprendere “nuovamente” la via dell’Arbitrato hanno pesato contro la richiesta italiana di “misure cautelari” per Latorre e Girone.

Lei sin dal primo momento ha rilevato l’indispensabilità dell’Arbitrato internazionale. Perché tanta ritrosia da parte delle istituzioni e della politica a sostenere questa soluzione riconosciuta dal Tribunale del Mare di Amburgo?

Pongo alla sua attenzione e a quella dei lettori di Domus Europa altre questioni per rispondere in modo ancora più completo. Perché due anni e mezzo persi in una grande confusione di idee? E perché vi sono ancora tante voci che pretenderebbero,  dopo questo primo passo, di affossare l’internazionalizzazione del caso e l’Arbitrato, per rilanciare “do ut des” sottobanco sulla pelle degli interessati? Non è certo difficile capire come, nonostante lo smascheramento di innumerevoli vicende corruttive negli ultimi mesi, siano più vive e vegete che mai le lobby che hanno interferito pesantemente sul Governo Monti a  marzo 2013, per annullare la decisione collegialmente presa di trattenere Latorre e Girone in Italia sino alla definizione della controversia attraverso l’Arbitrato. Il 18 marzo 2013 il Governo e le altre Istituzioni coinvolte, come confermato da  documenti apparentemente autentici pubblicati in queste settimane, emanava un Comunicato per annunciare il deferimento del caso all’Arbitrato. Il Governo Monti motivava la decisione con la “modifica dei presupposti sulla base dei quali era stato rilasciato l’affidavit. Nelle mutate condizioni il rientro in India dei nostri fucilieri sarebbe stato in contrasto con le nostre norme costituzionali”. Il ribaltamento vergognoso di tale decisione fu istigato all’interno della compagine di Governo, soprattutto dal Ministro dello Sviluppo Economico, che riteneva di doversi far portavoce di interessi e di affari, in realtà  soltanto lesi da quella che venne definita una “Caporetto” della nostra politica estera. Non risulta da nessuna parte, se non in alcune sorprendenti dichiarazioni di questi giorni, che i portavoce di siffatti interessi abbiano mai speso una sola parola affinché il Governo riprendesse con vigore quella strategia arbitrale, che era stata lasciata cadere il giorno stesso del ritorno in India di Latorre e Girone.

L’accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti ha fatto esultare non poche persone. Servirà davvero a rendere il mondo più sicuro?

A pochi giorni dalla conclusione dell’accordo di Vienna sul nucleare iraniano, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, nel suo discorso ufficiale in occasione della fine del Ramadan, ha affermato che “la politica estera e regionale iraniana non cambierà di un millimetro nonostante l’accordo sul nucleare”. La situazione non appare rassicurante. L’eventuale futuro accesso al sito militare strategico iraniano di Parchin fa parte di un accordo separato e in concreto l’accesso degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ai siti ritenuti “sospetti” non sarà automaticamente garantito, e potrebbe essere ostacolato o ritardato da Teheran, che in questo modo, rilevano gli osservatori, avrebbe il tempo di organizzare una copertura delle eventuali attività illecite. Il meccanismo prevede infatti che l’Iran possa opporsi alle ispezioni, investendo della richiesta dell’AIEA un “tavolo arbitrale”, che ogni volta impiegherà settimane per pronunciarsi.

Quindi l’Iran proseguirà le sue attività sul nucleare?

L’accordo di Vienna non impedirà all’Iran di proseguire lo sviluppo delle centrifughe “chiave”, indicate dalle sigle IR6, IR-5, IR4, IR 8. Potrà condurre attività sulle centrifughe avanzate nel corso dei primi dieci anni di validità dell’accordo, seppure – teoricamente – senza poter accumulare uranio arricchito. Delle diecimila centrifughe per il materiale fissile nucleare attualmente attive in Iran, ben 5.060 verranno mantenute funzionanti nel sito di Natanz, mentre altre 1.044 saranno mantenute “quiescenti” nel sito di Fordo. In tutto ciò, è evidente come i negoziati siano stati fortemente condizionati da fattori economico-finanziari – la progressiva rimozione delle sanzioni porrà in disponibilità di Teheran quasi 150 miliardi di dollari attualmente congelati all’estero, e per i paesi occidentali si aprirà un mercato davvero significativo per le esportazioni – ed è altrettanto evidente come il tema dei diritti umani e delle persecuzioni agli oppositori politici e ai membri di tutte le minoranze – l’Iran detiene il record mondiale pro-capite di impiccagioni ogni anno – siano rimasti tristemente al di fuori dell’orizzonte dei negoziatori.

Gli accordi avranno effetti sulla crisi in Siria?

Sotto il profilo della sicurezza regionale, della soluzione della spaventosa guerra civile in Siria che provoca un’ondata epocale di rifugiati anche in Europa, dal punto di vista della stabilità irachena, e soprattutto della sicurezza di Israele e di un quadro di stabilità nell’intera area del Golfo, l’ulteriore “crescita di potenza” di un Iran guidato da una teocrazia fondamentalista, con ambizioni egemoniche non soltanto sulla regione ma nei confronti dell’intero mondo islamico, non può che destare preoccupazione tra tutti coloro che aspirano veramente a relazioni internazionali basate sulla tolleranza e sul dialogo.  Non vedo possibilità di successo nella lotta all’ISIS se il fondamentalismo alimentato con armi e denaro da Teheran continua ad avere campo libero, perché è proprio il settarismo sciita a innescare la reazione radicalizzata di ampie componenti del mondo sunnita, non solo in Siria, Iraq e Yemen, ma in tutto l’arco di crisi che va dal Pakistan, alla Libia, fino alla Nigeria. Come pensiamo che utilizzerà l’Iran i 150 miliardi di dollari scongelati dalla fine delle sanzioni? Per costruire scuole e ospedali o per finanziare come ha sempre fatto, persino dichiarandolo apertamente, cellule terroristiche dal Medio Oriente, all’Europa, all’Africa, sino all’America Latina?

Intanto la minaccia dell’Isis incombe e con quello che succede in Libia i rischi maggiori potranno essere corsi dall’Italia. Cosa ne pensa?

Il Governo ha ignorato il prevedibilissimo “tsunami” migratorio: ora sta sottostimando anche i pericoli della Jihad islamica sul nostro territorio? Me lo chiedevo nel mio intervento a un recente convegno con il Presidente Comitato dei Servizi di Sicurezza della Repubblica. A fine giugno attacchi quasi simultanei sono stati rivendicati dall’ISIS in tre diversi continenti: in Europa a Lione, in Africa a Tunisi, in Medio Oriente a Kuwait City. Gli obiettivi, oltre a quelli “fisici” che hanno provocato tragedie e morti, erano chiari: impressionare il pubblico, “testare” le tecniche dell’ISIS nel portare la minaccia terroristica ovunque e sfruttare le capacità di radicalizzazione del messaggio estremista via internet per reclutare nuovi seguaci. Poi, nei giorni seguenti, vi sono stati “massicci attacchi” contro obiettivi nel Sinai, e persino a Gaza, dove il controllo di Hamas sembrava sino a poco fa incontestato, e dove lo Stato islamico è penetrato lanciando un’offensiva mediatica, con dichiarazioni sui social network e campagne web, per affermarsi come “interprete esclusivo della Sharia”. Anche in Siria, sull’onda lunga dell’attendismo lassista occidentale, si è consolidato un nuovo fronte jihadista tra al-Qaeda, Al Nusra e Ahrar al-Sham per il completo controllo di importantissimi nodi strategici. In Italia circola l’ipotesi, in ambienti militari e diplomatici, che il nostro paese sia stato fino ad ora “risparmiato”, ma, sia chiaro, per motivi ben diversi dalle operazioni di polizia che hanno individuato alcune cellule di terroristi in Lombardia, Lazio e Campania. Queste cellule sono solo la punta dell’iceberg di una radicalizzazione assai più diffusa nel nostro Paese. Il punto è che le organizzazioni terroristiche avrebbero avuto convenienza a concentrarsi in questa fase su Francia e Belgio, lasciando l’Italia, come già fece il terrorismo palestinese tra gli anni ’70 e ’80, in una sorta di “retrovia logistica”. Ma questa situazione non durerà per sempre, e mentre l’estrema precarietà della sicurezza nel Mediterraneo e in Medio Oriente ci coinvolge sempre più direttamente, il Governo Renzi e il mondo della grande informazione praticano in materia di sicurezza, come anche sull’immigrazione, una “politica placebo”, “morfinizzante” e anti-allarmista, così da evitare “fastidiose pressioni” dell’opinione pubblica.

Ci sono minacce concrete?

Io ne individuo in particolare quattro. La prima: la distruzione dell’integrità territoriale in Iraq e in Siria sta avendo effetti domino in una regione di “prioritario interesse” per la stabilità dell’occidente.

La seconda: i “successi” dell’ISIS producono sempre nuovi adepti. Circa venticinquemila giovani da diciannove paesi, quasi un terzo di essi da paesi occidentali, sono partiti per la Siria e sono entrati nelle formazioni estremiste, acquisendo esperienze di combattimento e di proselitismo, con la probabile prospettiva di “rientrare poi in Europa”, pronti a riutilizzare questo “know-how” nei paesi di provenienza. E ancora. Lo Stato islamico si collega, in modo molto più rapido ed efficace di quanto abbia mai saputo fare qualunque altra formazione terroristica, con altri gruppi estremisti nel mondo, in Algeria, Libia, Nigeria, Egitto, Somalia, Afghanistan, gruppi che ne emulano la ferocia, gli obiettivi, i metodi e le capacità comunicative e di proselitismo. Infine il messaggio dell’ISIS è un potente strumento di radicalizzazione nelle comunità islamiche, in grado di stimolare, anche attraverso il web, atti di terrorismo individuali o di piccoli gruppi in Europa, Usa, Canada, Australia. Diversi arresti hanno impedito altri attacchi, ma è inevitabile che il fenomeno si espanda sempre più. Ma la minaccia all’Europa è ancora più articolata: al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), con una lunga storia di attentati, il più spettacolare e potenzialmente destabilizzante è quello contro il Ministro dell’Interno Saudita. Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) ha armi di ogni tipo provenienti dagli enormi arsenali libici. Al-Qaeda Senior Leadership (AQSL) è attiva in Afghanistan e nelle Federally Administered Tribal Areas pakistane. Esiste pure una rete creata in alcune impervie regioni afghane dal leader qaedista di origine qatarina al-Qahtani. Il Gruppo Khorasan con pakistani opera in Siria per sostenere al-Nusra contro Assad e per creare “santuari” in Siria dai quali preparare attacchi contro paesi occidentali. Boko Haram in Nigeria è responsabile di migliaia di vittime, della distruzione di decine di Chiese cristiane, e di centinaia di rapimenti anche di italiani. Ricordo anche organizzazioni terroristiche come Ansar al–Sharia, radicata in Libia a fianco dello Stato Islamico e al-Shabab originaria del Corno d’Africa. Da non tralasciare la galassia del terrore riconducibile all’universo sciita, sostenuto direttamente dall’Iran, come Hezbollah, che dispone non solo di decine di migliaia di miliziani in Libano, Siria, Iraq, ma può anche contare su una rete di agenti estesa sino all’America Latina e al Centro America. Nessun analista serio dissente ormai da quanto ha scritto David Gardner sul Financial Times: “Anni di terrore dell’ISIS sono davanti a noi”. E non solo dell’ISIS, come ho spiegato. Questo quadro allarmante dovrebbe dare la dimensione di una minaccia estremamente concreta e diretta alla nostra sicurezza in Italia.

Cosa dovrebbe fare il Governo per gestire questo scenario potenzialmente “esplosivo”?

Secondo me, anzitutto, maturare una precisa volontà politica al riguardo, favorendo una completa informazione al pubblico, senza più “minimizzare i rischi” al fine di non allarmare una cittadinanza che ha invece tutti i diritti di essere informata su questioni così importanti e delicate. Occorre destinare risorse decisamente straordinarie alle strutture di intelligence e di sicurezza. Bisogna rafforzare, questo è un aspetto di fondamentale importanza, la collaborazione e la coesione con tutti i Governi stranieri che condividono i nostri stessi interessi di sicurezza. L’Italia dovrebbe agire per un concreto sostegno a una “transizione” verso lo Stato di Diritto in tutti i Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno jihadista, perché la situazione di oggi è figlia proprio del “disinteresse” degli ultimi anni per ciò che accadeva in quei Paesi, solo apparentemente “lontani”. Ultimo punto, ma non meno importante, è evitare la diffusione dell’intolleranza, della propaganda all’odio, della predicazione e della educazione settaria, in una parola, della radicalizzazione tra le comunità immigrate in Italia. Le misure d’interdizione devono collegare uffici, agenzie, programmi e collaborazioni internazionali, per aggredire networks, flussi finanziari, e l’intera pluralità di soggetti coinvolti nei traffici di migranti, sempre più interdipendente con le organizzazioni criminali del terrorismo. Basta quest’analisi per dare la misura della grave inadeguatezza nelle politiche su immigrazione, terrorismo e sicurezza da parte di questo Governo?

L’Europa sta assistendo ad imponenti ondate migratorie. Alcuni Stati intendono alzare muri di cemento e filo spinato. L’Italia si dimostra sempre attenta nel soccorrere i naufraghi in mare. Come si affronta il problema dell’emigrazione nel vecchio Continente?

Posto che come abbiamo dimostrato si tratta di un’emergenza annunciata da più di due anni, è comunque falso e strumentale sostenere che “non vi siano soluzioni immediate al problema immigrazione”, come si sente dire dai vertici del nostro Governo in ogni sede perché mentre attendiamo l’Unione europea per stabilire nuove quote e ONU per iniziative di stabilizzazione più incisive in Medio Oriente, gli scafisti della criminalità organizzata continuano a lucrare sulle vite umane e sulla nostra incapacità di dare risposte chiare e nette a questo fenomeno ormai fuori controllo. L’accoglienza per uomini, donne e bambini torturati e scappati da paesi martoriati e in guerra è assolutamente doverosa, ma a mio avviso serve totale sollecitudine e fermezza sui alcuni punti.

Quali?

Bisogna partire da un piano politico e tecnico di gestione dei flussi di immigrazione, illustrato dal Governo al Parlamento, e alla cittadinanza, tramite i mass-media, nella massima trasparenza, perché l’impatto di questa situazione ci riguarda tutti come cittadini, dal primo all’ultimo abitante della penisola. Servono immediate operazioni di polizia in mare, concordate e coordinate con tutti i paesi interessati dal fenomeno immigrazione e disponibili a collaborare con noi, senza alcuna necessità di attendere l’ok di organismi sovranazionali. Se di emergenza si tratta, sono i metodi propri della gestione di un’emergenza che vanno adottati. Non mi pare di ricordare che per disastri naturali ed altre emergenze che pongono a rischio vite umane, l’Italia “resti in attesa” di soccorso o appoggio dall’estero. Sono molto importanti anche i contatti immediati e concreti, tramite la nostra rete diplomatica, con tutti i Paesi dove sorgono campi profughi sollecitando la sottoscrizione di accordi bilaterali e multilaterali come già fatto efficacemente in situazioni analoghe in passato. Questa dovrebbe essere una priorità assoluta del nostro Governo. Va contrastata, senza alcuna esitazione, con ogni mezzo, la criminalità organizzata, anche con la disponibilità dell’Italia a garantire ogni tipo di assistenza ai paesi amici nei quali attualmente transita l’immigrazione illegale, fin dalle origini, anche nella fascia dell’Africa centrale, perché dobbiamo dare il nostro concreto contributo a colpire duramente fin da dove nasce questi fenomeni di sfruttamento da parte dei moderni schiavisti. Senza alcuna attesa, riprendere l’iniziativa politica in sede Ue, per riportare questo dossier in cima alle priorità di Bruxelles, perché una soluzione efficace, quale che sia, va trovata, pur nel rispetto delle sensibilità ed esigenze dei singoli membri dell’Unione, perché questo è inequivocabilmente un problema di tutti!

L’Europa dei popoli, in una cornice istituzionale che tenga conto delle diversità tra le nazioni che la compongono, è un sogno irrealizzabile?

Il rafforzamento istituzionale attraverso misure integrative del Trattato di Lisbona, come il Fiscal Compact nel 2012, l’Unione Bancaria nel 2014 e da ultimo il Rapporto dello scorso giugno dei cinque Presidenti – Juncker , Draghi, Schultz, Tusk e Dijsseelbloem  – viene posto da diversi anni al centro degli sforzi che i Consigli Europei riservano alla stabilità dell’Eurozona e all’integrazione e liberalizzazione dei mercati tra i ventotto Stati dell’Unione. I cinque Presidenti hanno tracciato un percorso  basato sulla creazione di un “fondo comune di stabilizzazione macroeconomica”, di una “treasury” per l’Eurozona che di fatto creerebbe un Ministro delle Finanze per l’Euro. Essi prevedono inoltre meccanismi di convergenza per migliorare la competitività, attraverso norme vincolanti adottate a livello europeo, e poteri soprannazionali nella formulazione dei bilanci. Questa impostazione è stata subito, ed entusiasticamente, “comprata” dal nostro Governo. L’approccio fideistico verso una “ever closer Union“,  quale unica, indiscutibile  soluzione  ai problemi strutturali che gravano sull’Italia, con la Grecia, più che su tutti gli altri partner europei non può essere neppure discusso da chi nutre dubbi al riguardo. Se non al costo di essere ignominiosamente bollati come “populisti”. Nessuno deve dubitare del dogma di una sempre più stretta, cogente, irreversibile integrazione in un’Europa a guida tedesca, con cessioni crescenti di sovranità che trasferiscano a Bruxelles gli stessi poteri della formulazione dei bilanci nazionali. Nonostante il numero ampio ed autorevoli di Premi Nobel, e di economisti stranieri del calibro di Krugmam o Stiglitz, difficilmente qualificabili come “populisti”, da anni predichino il contrario, e dubbi esistano persino in Germania, come indicano alcune recenti prese di posizione di Daniel Gros, il Direttore del Ceps. Eppure, l’Italia si è inserita nella scia delle aspettative tedesche addirittura prima  che queste siano formalizzate in un Consiglio Europeo. Il sottosegretario agli Affari Europei si è affrettato a fine luglio a  scrivere sul Corriere della Sera che “la convergenza deve essere al contempo economica, finanziaria, fiscale, e sociale… e assicurare una guida efficiente alla zona euro”. Il problema, evidenzia però Daniel Gros , che l’Italia, come la Francia, mescola il desiderio di maggiore integrazione con una politica di bilancio meno stretta.

Ma se avessimo un’Unione politica siamo sicuri che la maggioranza degli Stati membri accetterebbe meno austerità?

La Germania non è sola, ci sono i Paesi dell’Est, del Nord Europa, a favore, e anche la Spagna. Con l’Unione politica Renzi non avrebbe potuto annunciare alcun taglio delle tasse, senza prima chiedere il permesso a Bruxelles. Si fa presto a schierarsi per l’Unione politica senza affrontare prima un riequilibrio dei rapporti di forza all’interno dell’Unione. Si discute dei massimi principi senza entrare in alcun fondamentale dettaglio. Per la Germania, ad esempio, la disciplina fiscale resterà la priorità più elevata. Per questo Schäuble non si accontenta di regole di Bilancio affidate alla sola Commissione, ma vuole una sorta di superministro che risponda direttamente al Consiglio Europeo. Altri ritengono che il “Six-pack”, il “Two-pack”, il “Fiscal compact” abbiano già portato fin troppa austerità e recessione. Ci si chiede, dopo l’ennesimo salvataggio greco, se vi saranno mai regole sufficienti ad impedire che un paese continui a indebitarsi, o se non torni invece di maggior, più realistica attualità l’opzione di lasciare ad altri strumenti , come quelli sui quali ha insistito il FMI nello schierarsi per una ristrutturazione del debito greco, la soluzione di future crisi debitorie. La disciplina imposta dai mercati dovrebbe rimpiazzare la disciplina imposta dai burocrati, senza appellarsi ancora una volta ad ulteriori trasferimenti di sovranità fiscale e di bilancio. Credo che una discussione seria su dove si collochi l’interesse nazionale del nostro Paese su questi temi non possa essere evitata, se si vuole davvero rilanciare il grande ideale di un’Europa dei popoli, governata da istituzioni veramente federali. Non si può pensare a un federalismo europeo che proponga un sistema dove un solo paese di fatto governa o influisce in modo determinante su tutti gli altri. Cosa avrebbe pensato Jefferson di una soluzione del genere in America nella quale la Carolina o il Massachusetts prevalessero su tutte le altre ex colonie della Dichiarazione d’Indipendenza?

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