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LA DALMAZIA NELLA DECISIONE DELL’ITALIA A FAVORE DELL’ “INTESA”. Di Francesco Mario Agnoli (atti on line del Convegno “Dalla Guerra alla Pace nell’Adriatico: 1914-2016)

KOINE’ ADRIATICA 3 – MONTENEGRO – CATTARO, 28/9/16

Festival “Le giornate aperte della Scienza 2016”
Convegno scientifico internazionale

“DALLA GUERRA ALLA PACE NELL’ADRIATICO:  1914 – 2016”

28 settembre 2016, Kotor, Montenegro

PUBBLICAZIONE DEGLI ATTI ON LINE a cura di IDENTITA’ EUROPEA (www.identitaeuropea.it)

CONTRIBUTO N° 1

LA DALMAZIA NELLA DECISIONE DELL’ITALIA A FAVORE DELL’ “INTESA”

La Dalmazia riveste un  ruolo di un certo rilievo nella fase che portò l’Italia all’ingresso  in guerra a fianco dei paesi dell’Intesa per la pretesa di Roma di riceverne almeno una parte  o in via pacifica dall’Austria o con la forza attraverso la partecipazione al conflitto.

   In sostanza un’ambizione all’espansione  dei propri domini territoriali non molto dissimile  dagli acquisti di nuove province da parte degli Stati dinastici propri della storia europea  fino a tutto il secolo XVIII. Tuttavia  dopo la Rivoluzione francese, forse proprio perché le guerre, per effetto della coscrizione obbligatoria e dei progressi tecnici, coinvolgono masse sempre più grandi di uomini e divengono sempre più sanguinose, le ambizioni di una Corona  non bastano più, vi è necessità di giustificazioni politiche o, meglio, filosofiche.  A cavallo fra XIX e XX secolo una di queste è fornita  dalla filosofia vitalista, che in una delle sue versioni  (ne sono campioni letterari, anche se per aspetti diversi, Nietsche e d’Annunzio), pone al centro l’esaltazione della vita  senza limiti  e freni di leggi e di morali, e della volontà di potenza, che autorizza i forti, non solo i singoli, i super-uomini, ma anche  gli Stati,   ad imporre il proprio dominio ai più deboli.   Tuttavia il vitalismo  riguardava ristrette cerchie  di intellettuali, Nei primi due decenni del secolo XX l’ideologia più diffusa  e comunemente accettata (oggi si direbbe “politicamente corretta”) era quella della Nazione, nata dall’incontro fra due apparenti opposti: la rivoluzione francese e la reazione  filosofico-letteraria del Romanticismo. Una  ideologia che legittimava  o addirittura imponeva come doverose le azioni dirette a riunire un popolo (cioè una comunità identificata da  comunanza di lingua,  storia comune,  costumi e sentimenti collettivi)[1]  in un medesimo organismo politico: lo Stato nazionale.

   Nel 1914 era questa la linea-guida  sostenuta dalle Potenze dell’Intesa  e, ancora prima del passaggio dall’una  all’altra alleanza, dall’Italia,  a proposito  sia di Trento e Trieste, per i quali territori  in quanto abitati  da popolazioni italofone sembrava non occorressero ulteriori argomentazioni, sia di altri territori (fra queste la costa dalmata) di ben più complessa e ardua  identificazione nazionale.

     Anche i popoli partecipavano, più o meno consapevolmente di questa ideologia (alla quale da qualche decennio si contrapponeva però – non senza qualche commistione fra  i due opposti principi – l’internazionalismo proletario e socialista). Tuttavia di fronte ad  una decisione così grave come la partecipazione a un conflitto terribile e sanguinoso entravano in gioco (o avrebbero dovuto farlo) molti altri elementi di valutazione soprattutto per una classe politica e un’opinione pubblica come quelle italiane, che, a differenza di quanto era accaduto in altri paesi, al momento di decidere non potevano non sapere e non  tenere conto di quanto ormai tutti sapevano, cioè  di come i primi mesi di guerra avessero smentito tutte le previsioni di uno scontro  breve e con ridotti sacrifici di vite mane.

  Nell’estate 1914 era ormai certo che l’Italia non si sentiva più vincolata dal patto con la Germania e l’Austria-Ungheria, ma la stragrande maggioranza della popolazione e anche dei suoi rappresentanti al Parlamento si sentivano certi del perdurare di una neutralità che per di più,  in un modo o nell’altro, grazie a cessioni da parte della riluttante Austria, incalzata in tal senso dal suo alleato tedesco, avrebbe   assicurato al paese, senza colpo ferire, qualche ampliamento territoriale. Tuttavia le pressioni  esterne (in particolare dalla Francia) ed interne (le cosiddette élites politico-culturali) per l’ingresso dell’Italia in guerra erano fortissime. I  partiti e i movimenti interventisti,   mossi da motivazioni diverse e a volte opposte, anche se nel loro complesso godevano di scarso  seguito  pretendevano  ugualmente di parlare a nome  dell’intero popolo italiano nonostante che in Italia, a differenza di quanto era accaduto in altri paesi, le masse popolari, cattolici e socialisti, fossero fermissime nell’avversione alla guerra.

   Lo storico Renzo De Felice nel suo libro dedicato a Mussolini il rivoluzionario individua all’interno dello schieramento interventista l’esistenza di   tre principali  gruppi. Il primo per numero e influenza, definito  di destra forse perché  non contestava la  monarchia, ma fautore, nella sua componente intellettuale, di un profondo rinnovamento soprattutto culturale, aveva la sua maggiore consistenza  nei nazionalisti. Questi ultimi erano in gran parte studenti appartenenti a famiglie della media borghesia e intellettuali per lo più  di mezza tacca, ma anche di primo piano se non altro quanto a notorietà (autentici Vip si direbbe oggi), che, contagiati dalla tesi  filosofico-letteraria, propagandata a gran voce dai futuristi, della guerra  igiene del mondo, si erano inizialmente schierati a favore  della guerra a fianco degli Imperi centrali non per amore della Triplice, ma in quanto  via più semplice e sicura per garantire la partecipazione dell’Italia al conflitto (una propensione per la violenza – la guerra, soprattutto se desiderata e praticata per se stessa, è la massima espressione della violenza -,  che li avvicina molto, nonostante si sia tentato di nobilitarli con la filosofia “vitalista”, agli odierni black-bloc). Contigui ai nazionalisti (dopo la loro conversione all’intesismo),  ma fin dal principio  schierati  contro l’Austria gli irredentisti della “Trento e Trieste” e quanti ne condividevano idee e progetti. In certo senso trait d’union fra nazionalisti e irredentisti   il vate Gabriele D’annunzio,  autentico punto di forza dell’interventismo di destra  per la fama letteraria che lo circondava (a quei tempi la letteratura contava ancora molto) e l’influenza  di cui godeva in vari ambienti. Per di più uno degli uomini sui quali la Francia, da sempre, a dispetto della Triplice, culturalmente e politicamente influentissima in Italia, faceva grande assegnamento, oliandone lo spirito con laute sovvenzioni,  per spingere il governo italiano all’intervento dalla parte giusta.

   Il centro, era rappresentato dall’interventismo democratico, un aggettivo quest’ultimo non privo all’epoca di connotazioni spregiative (da parte degli avversari di destra e di sinistra) e comunque di polemiche, ma oggi recuperato in senso totalmente  positivo da chi, in Italia,  intende utilizzare la ricorrenza centenaria a fini celebrativi. Ne facevano parte i socialisti riformisti di Bissolati (un piccolo gruppo di transfughi dal partito socialista, schierato invece contro la guerra), i radicali, i repubblicani più propensi o meno avversi  all’accordo con la monarchia nel  caso che quest’ultima si fosse decisa a passare all’Intesa, molti massoni,  comunque assai numerosi tanto fra i radicali quanto fra i repubblicani (ma presenti anche negli altri schieramenti).  Altri repubblicani, i più legati all’ispirazione e ai miti  mazziniani, i Fasci di azione rivoluzionaria, recente mutazione del Fascio rivoluzionario d’azione internazionalista, i sindacalisti rivoluzionari  e i socialisti che  avevano seguito Mussolini  dopo l’abbandono della direzione dell’Avanti o comunque in rotta con la linea ufficiale del partito componevano lo schieramento di sinistra, che nonostante l’identità del fine immediato rifiutava, cordialmente ricambiato, qualunque rapporto con i nazionalisti.

   Il gruppo in quel momento politicamente  più forte, in particolare a Roma, centro del potere,  era indubbiamente quello  di destra grazie agli agganci  negli ambienti governativi e nella pubblica amministrazione e  alla capacità di convogliare gente in piazza e nei cortei. Una capacità alimentata  dalle virtù istrionico-letterarie  di D’Annunzio e, soprattutto,   dalla connivenza del governo, in genere trascurata o anche negata da molta storiografia, ma più che comprovata dalla autorizzazione (in realtà un implicito “comando”) agli impiegati ministeriali (tranne quelli addetti ai ministeri della Guerra e della Marina, direttamente coinvolti nella preparazione della guerra) a lasciare l’ufficio per unirsi ai dimostranti e rimpolparne numericamente le manifestazioni.  Questo gruppo riteneva di avere nel re il proprio punto di riferimento politico e probabilmente Vittorio Emanuele, pur se lasciava trapelare poco (aveva però riservatamente assicurato l’ambasciatore inglese che mai l’Italia sarebbe entrata in  guerra contro l’Inghilterra), ne era consapevole e compiaciuto.

   Dentro l’interventismo di destra c’era un po’ di tutto: l’acquisizione di Trento e  Trieste (quindi guerra contro l’Austria) e il rinnovamento dell’Italia e dell’Europa grazie alla guerra “igiene del mondo” secondo l’assunto del manifesto futurista (quindi, almeno in un primo momento, comunque partecipazione al conflitto non importa da quale parte del fronte). Il cosiddetto interventismo democratico o di centro non condivideva questa definizione della guerra, ma era ugualmente persuaso che si trattasse di una grande battaglia che per effetto della vittoria delle Potenze democratiche, Francia e Inghilterra, avrebbe realizzato per sempre un mondo di pace e di giustizia (una sorta di anticipazione del programma di  diffusione planetaria della democrazia elaborato quasi cent’anni dopo dal presidente americano Bush junior). Infine l’interventismo di sinistra o rivoluzionario era convinto che il conflitto fra nazioni avrebbe inevitabilmente portato a quello fra classi e così, attraverso la trasformazione della guerra  imperialista in guerra rivoluzionaria, realizzato ad un tempo la rivoluzione e la repubblica[2].

    Benché si proclamassero tutti rappresentanti di un popolo di null’altro desideroso che di essere precipitato nella fornace della guerra, gli interventisti di qualunque specie e colore erano perfettamente consapevoli che la decisione dipendeva totalmente dal governo e, ancor più, in quanto sua prerogativa costituzionale, dal re. Di qui le manifestazioni di piazza contro i partiti e i politici schierati a favore della neutralità, in particolare Giolitti, che, pur avendo rinunciato, lasciando spazio al suo pupillo Salandra,  a guidare il governo o anche a parteciparvi, restava a capo della maggioranza parlamentare. Di qui  da parte dei repubblicani e degli interventisti di sinistra l’offerta alla corona di tregua politica e di leale collaborazione per tutta la durata della guerra. Un’offerta e un programma riassunti nello slogan: “o guerra o repubblica”, nel quale era implicita la minaccia (così almeno l’interpretarono molti prefetti nei loro rapporti alle autorità centrali) di una rivoluzione armata se il re non avesse rotto gli indugi. Di qui infine il progetto di forzare la situazione con un casus belli, un fatto clamoroso che rendesse inevitabile quella scelta della guerra all’Austria, alla quale non erano stati sufficienti il reclutamento e l’invio in Francia ad opera dei fratelli Garibaldi della legione garibaldina delle Argonne, cioè  di volontari (in massima parte repubblicani di credo mazziniano) ansiosi di battersi a fianco dei francesi contro il nemico teutonico.

    Forse proprio perché la concretezza dei loro progetti (l’annessione all’Italia delle due città cui avevano intestato il loro movimento) ne faceva i più insofferenti di fumose elucubrazioni e utopici progetti e i più propensi all’azione immediata, gli irredentisti della “Trento e Trieste” furono i primi a lanciare, il 23 agosto 1914, nel corso della riunione del loro consiglio centrale a Venezia, il progetto di un’irruzione armata in territorio austriaco. Quali possibili mete vennero indicate l’Istria, la Dalmazia e il Trentino, province considerate italiane per diritto naturale dai nazionalisti.

    Il progetto venne accolto con favore anche dall’interventismo di sinistra, che si adoperò a raccogliere le armi necessarie per l’impresa e ad addestrare gruppi di giovani volontari, ma che  voleva  sia evitare qualunque forma di collaborazione con gli interventisti di destra, sia precederli per non lasciare loro il merito dell’impresa. Tuttavia, mentre lo spirito di concorrenza non riuscì ad accelerare il superamento di incertezze e difficoltà, i  contrasti e la mancanza di collaborazione moltiplicarono i motivi di perplessità e gli indugi. Di conseguenza si lasciò passare il tempo e solo ai primi di aprile il progetto venne territorialmente precisato, ma in forme riduttive rispetto a quanto all’inizio immaginato. Si trattava infatti di attaccare e conquistare una casermetta austriaca subito al di là del fiume Judrio, che segnava la linea di confine fra il Friuli italiano e quello austriaco, oltre tutto in una zona abitata da popolazione in maggioranza slovena, cui difficilmente si potevano attribuire quei “sentimenti italiani” che avrebbero dovuto giustificare la guerra. Forse anche per questo, oltre che per le voci che davano ormai per certo l’intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa[3], venne abbandonata un’impresa dal dubbio esito, di cui per altro  erano ormai venuti a conoscenza tanto il governo Salandra quanto i comandi austro-ungarici.

    In realtà, così come il Trentino, accanto al suo potenziale valore di casus belli, la Dalmazia, insieme all’Istria e a Fiume, era  stata fin dall’inizio al centro del dibattito politico tanto fra neutralisti e interventisti quanto all’interno del  composito mondo di questi ultimi. Per i neutralisti si trattava di decidere cosa si dovesse chiedere all’Austria in cambio della neutralità, ma in nome di una politica ragionevolezza quasi mai le pretese sul confine orientale si spingevano più in là di Trieste con l’aggiunta, per alcuni, dell’Istria. Per i nazionalisti, contrari a ogni trattativa,  cosa includere nel  bottino di guerra, che quanto più ricco tanto meglio. Sulla formula “Trento e Trieste” vi era quasi generale concordia, ma non sul suo esatto contenuto. Così come “Trento” poteva significare l’acquisizione di quella provincia fino al cosiddetto “confine napoleonico”, cioè a Bolzano (era la tesi dell’interventismo rivoluzionario e, in parte, di quello di centro) oppure fino al Brennero come esigevano i nazionalisti, “Trieste” poteva limitarsi  alla città e agli immediati dintorni, ma quasi necessariamente anche  al Friuli austriaco, oppure estendersi  all’Istria e alla  costa dalmata o addirittura a una consistente parte della Dalmazia, come venne poi  previsto dal Trattato di Londra, che non prevedeva però il passaggio all’Italia di Fiume, che si voleva lasciare quale superstite accesso al mare dopo la perdita di Trieste e Pola alla duplice  monarchia se questa fosse sopravvissuta, come allora si credeva, alla guerra, o, altrimenti, attribuire alla Serbia, che a sua volta nutriva aspirazioni, tutt’altro che mal viste a Londra, all’annessione della Dalmazia.

    Dal momento che la giustificazione di una guerra  che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre, stava nel principio di nazionalità, per essere coerente l’Italia avrebbe dovuto limitare le sue pretese  ai territori abitati da popolazioni di lingua e sentimenti italiani. Tuttavia il principio di nazionalità, molto semplice in teoria, non lo era affatto nella sua applicazione concreta. Anche a non tenere conto del fatto che tanto a Trento quanto a Trieste vi erano abitanti di lingua italiana che non desideravano affatto lasciare la duplice-monarchia per il regno sabaudo, su molti territori nel corso dei secoli si erano installate e frammischiate popolazioni di lingua e costumi diversi così da rendere impossibile l’applicazione del principio nazionale senza discapito degli uni o degli altri. Il problema era in realtà comune a tutti o quasi gli Stati belligeranti. In Italia i nazionalisti, ma anche, in larga maggioranza, gli interventisti di centro e lo stesso governo, quando il principio di nazionalità contrastava con le loro aspirazioni, non avevano difficoltà a fare prevalere le esigenze geografico-militari dei cosiddetti confini naturali o le presunte legittimazioni della storia. Erano appunto queste ultime a essere messe in gioco per la Dalmazia e, in genere, per le terre adriatiche a prevalenza slava.  L’Italia si considerava, senza nemmeno ammettere la possibilità che potesse essere altrimenti, l’erede naturale della Repubblica di Venezia, che aveva avuto a Zara la capitale del suo Provveditorato di Dalmazia e Albania, e ne deduceva il proprio incontestabile diritto a succederle in tutti i territori  (spesso ampliandoli) che erano stati soggetti al suo dominio.

    Gli interventisti rivoluzionari, proprio in conseguenza dell’ideologia internazionalista che professavano,  nella circostanza erano i più ligi, per quella che può apparire, ma non è, una contraddizione (sulle esigenze nazionali non poteva non prevalere la solidarietà di classe del proletariato, che escludeva qualunque prevaricazione dei proletari italiani su quelli di altri paesi), alla puntuale applicazione del principio di nazionalità.

    Alla luce degli avvenimenti  seguiti nel dopoguerra  può sembrare inverosimile, ma in quella fase preparatoria dell’entrata  dell’Italia nel conflitto europeo,  si deve riconoscere in Mussolini, che, pur espulso dal partito a seguito della sua conversione all’interventismo, continuava a proclamarsi socialista (“quotidiano socialista” si definiva anche il suo nuovo giornale Il Popolo d’Italia), il politico più coerente nell’applicazione del principio di nazionalità interpretato alla luce dell’internazionalismo proletario[4].Se per il Trentino, mentre respingeva il progetto del confine al Brennero, che avrebbe sottoposto  alla sovranità italiana circa 100.000 tedeschi, giudicava accettabile la soluzione del confine napoleonico pur in presenza di una netta prevalenza della popolazione austriaca anche a Bolzano,  per la Dalmazia il  futuro Duce riteneva la sproporzione etnica troppo forte per giustificarne la rivendicazione da parte dell’Italia, pur se indubbiamente   gli italiani “rappresentavano qualcosa di più del 3 per cento delle adulteratissime statistiche austriache”.

 Per l’esattezza il censimento asburgico del 1910 aveva registrato la presenza di 18.028 italiani, pari al 2,7% della popolazione contro i 55.020 (12,5%) del censimento del 1865, pari al 12,5%  Dati che, contestati – quanto meno quelli del 1910 – come non veritieri da Mussolini, sono stati  di recente riesumati da storici che, in polemica col “mito asburgico”  costruito – si afferma -da letterati nostalgici della  Mitteleuropa d’antan,  attribuiscono alla monarchia asburgica una intensa opera di germanizzazione non solo della Dalmazia (per questa si aggiunge la slavizzazione anche, o soprattutto,  ad opera del clero cattolico di lingua croata), ma anche del Trentino e, in precedenza, della Lombardia e, fino al 1866, del Veneto[5]. In ogni caso anche a volere tenere conto per la Dalmazia di un dato precedente, risalente al 1845 (data considerata non sospetta), che individuava una percentuale di dalmati italiani pari al 19,7%, è evidente che nemmeno questa percentuale toglie validità alle osservazioni di Mussolini, che  per preservare “l’italianità superstite della Dalmazia” e salvare “dall’irrompente slavizzazione città care al cuore di ogni italiano come Zara, Sebenico, Spalato, Ragusa” escludeva la necessità di “ conquistare militarmente e politicamente la Dalmazia” e  proponeva “una pacifica e leale intesa fra l’Italia e la Serbia”. Va notato a questo proposito che non solo Mussolini  ma tutto l’interventismo italiano  (e anche tutte le Potenze dell’Intesa), senza averli consultati attribuiva al Regno di Serbia anche la rappresentanza dei Croati, forse considerati in quel momento privi di voce in capitolo a causa della loro persistente fedeltà all’Impero austriaco, che, a guerra finita, li avrebbe posti nella malagevole situazione degli sconfitti. Valutazioni e previsioni contraddette nel corso della guerra  dai nazionalisti croati e sloveni, che, a differenza del percorso seguito dai nazionalisti italiani, fino a quel momento  avevano perseguito, con singolare anticipazione  sui tempi,  l’affermazione  della propria nazione non contro, ma all’interno  dell’Impero asburgico attraverso la parificazione anche politica della nazionalità slava a quelle austriaca ed ungherese (progetto sostanzialmente condiviso dall’erede al trono Francesco Ferdinando). A determinarne l’abbandono le  mutate previsioni sull’esito del conflitto, anche a seguito dell’intervento americano, e sulla   dissoluzione dell’Impero asburgico ormai apertamente perseguita dall’Intesa sotto l’influenza  delle moralistiche  utopie del nuovo potente alleato, il presidente americano Wilson. Di qui la decisione di dare vita assieme ai  Serbi, con il consenso e il patrocinio di Francia e Inghilterra, a un Comitato Jugoslavo, che  con una solenne Dichiarazione emessa a Corfù il 20 luglio 1917 annunciò la trasformazione della Serbia in Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (dal 1929 Regno di Jugoslavia), cui alla fine della guerra aderì anche il Montenegro, così assicurandogli il possesso dei porti di Cattaro e Perasto . Una trasformazione poco più  che formale e di facciata per quanto riguardava  la sostanza delle aspirazioni  di  Croati e Sloveni, dal momento  che a capo del nuovo Stato restava la dinastia  serba dei Karadordevic, ma, come si sarebbe visto alla fine della guerra, gravida di conseguenze negative per le pretese e le aspettative italiane.

    Ignaro di questi sviluppi futuri,  nel gennaio 1915 Mussolini,  anche per effetto di una polemica con  Giuseppe Prezzolini, suo amico e collaboratore del Popolo d’Italia, che, pur incline ad accettare la posizione dell’interventismo rivoluzionario, reclamava l’annessione di Fiume, giunse ad ammettere,  fermo  il presupposto della indispensabile intesa con la Serbia, qualche  deroga  al rigore del principio di nazionalità interpretato alla luce dell’internazionalismo  proletario. Difatti: “Se questa intesa condurrà per esigenze di ordine strategico a un possesso più o meno vasto del litorale e dell’arcipelago dalmata da parte dell’Italia, nulla da obiettare”. Una deroga che, proprio in quanto motivata da ragioni strategiche del tutto estranee all’internazionalismo proletario, può spiegare in qualche misura il futuro stravolgimento di linea politica da parte di Mussolini divenuto capo  del governo. All’epoca però il rivoluzionario cercò di non eccedere nelle concessioni alle tesi dell’amico Prezzolini, precisando che “se per questo possesso, dovessimo creare un irredentismo croato-serbo e suscitarci contro l’ostilità degli slavi del retroterra dalmata e – da notare! – del retroterra istriano, vale la pena di rinunciarvi e di limitarci ad esigere dalla Serbia la tutela dell’italianità dalmata dagli assalti di una slavizzazione governativa e coatta”.

    Proposte e dibattiti  non in grado di incidere minimamente sulle decisioni del governo, che, dopo avere trattato su due tavoli, con l’Austria per la cessione pacifica dei territori “italiani” in cambio della neutralità, e con l’Intesa  per un cambio di fronte, senza dir niente a nessuno (salvo, s’intende, il consenso del re) aveva  optato per quest’ultima ipotesi, avvalendosi, per aggirare l’opposizione del parlamento a maggioranza neutralista,   dello strumento dei trattati segreti (anche se questi erano all’epoca di normale pratica in Europa per i rapporti fra Stati, si trattò, all’interno, di un  vero e proprio colpo di Stato realizzato  dalla Corona, da  una parte del governo – solo pochi ministri ne erano al corrente – e da un paio di generali e diplomatici di fiducia del re).  Come frutto di queste manovre  il 26 aprile 1915  venne  firmato a Londra il trattato destinato a passare alla storia con il nome di quella città.

   Ai fini della presente conversazione poco rileva l’esatta indicazione  delle città e dei territori   promessi e garantiti all’Italia in caso di vittoria dal Patto di Londra , così come di quelli,  di gran lunga inferiori, sul  confine orientale, realmente ottenuti col trattato di pace di Rapallo del 12 novembre 1920 (il Trattato di Saint Germain del 10 settembre 1919, frutto  di trattative dirette con l’Austria diede all’Italia quel confine del Brennero dapprima ritenuto del tutto incongruo  col principio di nazionalità dagli interventisti rivoluzionari). Dando per noti i contenuti di entrambi i trattati (comunque facilmente rilevabili da una sommaria consultazione di Wikipedia) importa sottolineare che anche sul versante orientale, molte  delle richieste italiane per il passaggio all’Intesa  trovavano scarso fondamento sul principio di nazionalità, che, secondo l’assunto comune, avrebbe dovuto giustificare la guerra e, conseguentemente, assicurare per sempre la pace. In questo caso anzi nemmeno valevano  le ragioni  dei confini naturali e delle esigenze militari di difesa e in fondo nemmeno quelle storiche dal momento che  parte dei territori  richiesti e concessi  erano estranei  ai domini della Repubblica di San Marco, di cui l’Italia si proclamava erede, mentre si escludeva l’annessione di  città come Spalato e Ragusa storicamente  “italiane” (“veneziane”) e Fiume, che, pur avendo appartenuto a Venezia solo per pochi mesi nel 1508, aveva la sua principale componente linguistica nella popolazione italofona (oltre il 48%  contro poco più del 23% di lingua croata).

   Nel 1915 Francia e Inghilterra, desiderose di ottenere l’alleanza operativa   dell’Italia, che avrebbe costretto l’Austria  a ritirare molte delle sue forze dal fronte russo, avevano largheggiato e forse,  se il governo Salandra  avesse insistito, avrebbero concesso  anche Fiume, che invece, nella comune convinzione che l’impero asburgico  sarebbe comunque sopravvissuto al conflitto, si convenne di lasciare, come in quel momento era, alla sovranità dell’Ungheria  quale unico  accesso dell’Impero al mare. Antonio Salandra e il suo ministro degli esteri Sidney Sonnino si mostrarono al riguardo remissivi per il timore che, in mancanza, l’Impero avrebbe colto la prima occasione favorevole per rivendicare  il possesso di Pola o addirittura di Trieste, tanto più che le altre clausole del patto, con l’annessione all’Italia dell’intera Istria fino al Quarnaro, di mezza Dalmazia, della quasi totalità della costa dalmata settentrionale e delle   isole antistanti e l’aggiunta, più a sud, delle isole curzolane, con il possesso del porto albanese di Valona e dell’isola, anch’essa albanese, di Sesano e il protettorato  sopra un costituendo piccolo regno all’interno dell’Albania, assicuravano comunque all’Italia il pieno controllo dell’Adriatico fino a farne una sorta di lago italiano.

  Tuttavia la situazione del 1915 era destinata, come si è visto,  a subire importanti e rapidi mutamenti  già durante  gli anni di guerra a causa della costituzione del Regno serbo di tutti gli slavi del sud, dell’intervento degli Stati Uniti e dei 14 punti proposti/imposti dal presidente  americano Woodrow Wilson per la costruzione di un mondo giusto e di una pace imperitura, della rivoluzione russa e dello scandalo provocato in tutto il mondo dalla pubblicazione, ad opera dei sovieti, del Trattato di Londra.

   In forza del principale (per quanto riguarda l’Italia) di questi mutamenti, la totale dissoluzione dell’impero asburgico,  il governo Orlando, in quel momento  in carica per essere succeduto al governo Boselli (a sua volta successore di Salandra, dimessosi  il 18 giugno 1916, a causa delle proteste suscitate dall’andamento delle operazioni militari), intervenendo alla Conferenza di pace di Parigi in persona dello stesso presidente del consiglio e dell’inamovibile ministro degli esteri Sidney Sonnino, credette di potere chiedere agli alleati, oltre alla puntuale applicazione di tutti gli articoli del patto di Londra, l’annessione anche della “italianissima” Fiume. Ebbe invece la sgradita sorpresa (in realtà non del tutto inaspettata)  non solo di vedere respinta  la richiesta per Fiume, che Wilson (in questo caso dimentico del principio di autodeterminazione dal momento che  Fiume si era autoproclamata italiana) voleva erigere in “Stato libero”, ma anche molto ridimensionate  le acquisizioni garantite dal patto di Londra. Difatti   il programma di pace del presidente americano, fondato sui principi di nazionalità e, appunto, di autodeterminazione dei popoli, ai quali i vincitori nulla potevano obiettare dopo avere  giustificato la guerra proprio con l’intento di realizzarli, per quanto riguardava  i rapporti fra Roma e Belgrado prevedeva che il confine orientale italiano seguisse linee di demarcazione chiaramente riconoscibili fra le due nazionalità e garantisse  alla Serbia un libero e sicuro accesso al mare. Più in generale doveva essere garantita  l’indipendenza politica ed economica  e l’integrità territoriale degli Stati balcanici. Un punto in radicale contrasto con le mire italiane sull’Albania.

   Le vicende di Parigi, che la propaganda nazionalista italiana riassunse poi nello slogan della “vittoria mutilata”, determinarono in un’ Italia già duramente provata dalle vicende belliche  una serie di sconquassi politici. Vi diedero inizio le dimissioni del governo Orlando (23 giugno 1919),  seguite dall’incarico a Francesco Saverio Nitti di formare un nuovo governo più disponibile ad accettare  le nuove condizioni imposte dagli ormai ex alleati dell’Intesa, dall’occupazione di Fiume ad opera di un corpo di volontari guidato dal poeta Gabriele d’Annunzio (12 settembre 1919) e soprattutto dalle situazione interna ormai prossima alla guerra civile. Le dimissioni di Nitti (25 maggio 1820), il vano tentativo di un reincarico  e le  nuove dimissioni a meno di un mese di distanza (15 giugno), indussero infine Vittorio Emanuele, soprattutto timoroso di perdere il trono,  al richiamo  del vecchio, ma sempre valido Giovanni Giolitti, odiatissimo dal re e dai nazionalisti, tenutosi in disparte per tutta la durata del conflitto, ma tornato indispensabile a causa di una situazione interna  resa sempre più aggrovigliata da quella internazionale, caratterizzata dal pressoché totale isolamento dell’Italia (che seppe risolvere) e da agitazioni e sommosse interne (che non riuscì  a fronteggiare).

    Il nuovo presidente del Consiglio e il suo ministro degli esteri Carlo Sforza erano abbastanza realisti per comprendere che  nel 1920 i patti di cinque anni prima  avevano perso molto del loro valore e che occorreva portare qualcosa in porto prima che lo perdessero tutto. Evacuarono, quindi, le truppe dall’Albania, conservando una guarnigione solo nell’isola di Saseno, militarmente preziosa per la sua posizione all’ingresso dell’Adriatico[6], e accettarono di trattare direttamente con i Serbi la questione dei confini Si giunse così, il 12 novembre 1920, alla firma del Trattato di Rapallo, che fissava la linea di demarcazione fra i due Stati al confine “naturale” (ecco di nuovo i confini naturali!) delle Alpi Giulie, da Tarvisio al golfo del Quarnaro, confine  dichiarato  da Roma “irrinunciabile” e alla fine, dopo avere invano sollecitato da Francia e Inghilterra  pressioni sul  governo italiano, accettato dai Serbi. In forza del trattato l’Italia riceveva   tutta l’Istria, tranne Fiume (lo Stato libero di Fiume ebbe breve vita, perché il 27 gennaio 1924 il Trattato di Roma lo divise fra i due confinanti: all’Italia la città e la costa, alla Serbia l’interno) e parte della Carnia e della Carniola, In aggiunta, per così dire oltre  il nuovo confine, le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa e inoltre la città di Zara che, interamente circondata, dalla parte di terra, da territorio slavo costituiva per l’Italia una sorta di exclave (non del tutto, in senso tecnico, per via dell’accesso dal mare).

   Per effetto del Trattato di Rapallo, a chiusura di una guerra condotta  per la definitiva affermazione del principio di nazionalità, un certo numero  di Italiani, difficile da calcolare per l’inattendibilità dei  censimenti austriaci, comunque non particolarmente elevato trattandosi si soprattutto degli abitanti delle città già veneziane alle quali non si era ritenuto opportuno applicare la soluzione escogitata per Zara, si trovò sottoposto alla sovranità serba. Sotto  quella italiana  finirono  invece cinquecentomila Slavi  (170.000 Croati e 320.000 Sloveni, che in alcuni distretti della Carniola costituivano la quasi totalità della popolazione) quindi un numero cinque volte maggiore dei 100.000  tedeschi che avevano indotto Mussolini a proporre, a nord, il recupero del confine napoleonico.

   Nonostante che, sotto l’impulso del presidente statunitense  Wilson, il principio di nazionalità fosse stato tradotto, per renderlo concretamente operativo, in quello di autodeterminazione dei popoli  nessuna delle popolazioni  interessate fu messa in condizione di fare conoscere la propria volontà o, più modestamente, la propria sommessa opinione.

                                                                  Francesco Mario Agnoli

[1]     Cfr.  per tutti (la letteratura  sul tema è infinita) W.  Reinhard, Storia del potere politico in Europa, il Mulino, Bologna 2001.

[2]     R, De Felice riporta l’opinione del socialista rivoluzionario S.  Panunzio, secondo il quale la guerra avrebbe  tanto profondamente intaccato il capitalismo che sarebbe bastato  un colpo perché questo crollasse; la neutralità l’avrebbe conservato; la vittoria avrebbe significato praticamente la vittoria del “terzo esercito”, quello proletario. (R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, Torino 1965, p. 293).

[3]     Il Patto o Trattato di Londra venne firmato il 26 aprile 1915, ma rimase segreto fino al 1917, quando venne rivelato al mondo dai rivoluzionari bolscevichi. Fino a quel momento il segreto era rimasto ben custodito dalle cancellerie interessate, ma non mancavano indizi di una decisione ormai presa.

[4]     Per un più ampio resoconto della posizione di Mussolini e dell’interventismo rivoluzionario cfr  R. De Felice, op. cit., in particolare pp. 308-311.

[5]     Per approfondimenti  L. Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011.

[6]              L’isola rimase poi all’Italia a seguito di un accordo col governo di Tirana, in cambio della rinuncia alle pretese sul porto di Valona (pretese in realtà fondate non su principi di nazionalità o sull’assioma del confine naturale, ma unicamente su prove di sbarchi di truppe e occupazione militare risalenti nel tempo).

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