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SINTETICO RAPPORTO DA CROAZIA E BOSNIA-ERZEGOVINA. Di Franco Cardini

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Da mesi mi ero “ritagliato” il maggio 2017 per riservarlo a un viaggio di studio (rigorosamente autofinanziato) nei territori balcanici nei quali sono attualmente ubicate la repubblica di Croazia e le due “entità statali” di Bosnia ed Erzegovina che non hanno ancora trovato un accordo sul quale fondare una realtà istituzionale comune. Avrei voluto visitare le antiche città portuali istriano-dalmate legate alla repubblica di San Marco (ma, nel tempo, talora anche a Bisanzio, ai regni di Serbia, di Bulgaria, d’Ungheria e di Napoli, al sultanato ottomano, al Sacro Romano Impero, all’impero federale austriaco) e per molti secoli tappe sulla rotta delle “navi di linea” veneziane che portavano in Terrasanta i pellegrini e rendermi conto di alcuni luoghi e piazzeforti teatro, fra XVI e XIX secolo, delle guerre austro-ottomane e ottomano-veneziane; avrei voluto anche capire qualcosa di più a proposito dei guasti causati dal congresso di Berlino del 1878 e dalle paci di Versailles del 1918-20, premessa indispensabile alle successive ondate di “pulizia etnica” e alle feroci guerre civili dalle quali il pase non si è ancora ristabilito.

Non sono stato affatto deluso, anche se quel che ho visto ha rafforzato in me la consapevolezza sia della mia personale sconfinata ignoranza, sia delle sciocchezze e delle infamie della politica europea soprattutto del secolo scorso (e di quello presente).

Ho quindi Split/Spalato, col suo incredibile centro storico inscritto nel perimetro murario del palazzo imperiale fatto costruire da Diocleziano, con il suo mausoleo ottagonale che è con ogni probabilità uno dei modelli di San Vitale a Ravenna, della “moschea di Umar” a Gerusalemme e della Cappella Palatina di Aquisgrana; a Zadar/Zara ho ammirato la chiesa di San Donato, con ogni probabilità costruita ad instar Sancti Sepulchri; a Pula/Pola ho visitato le imponenti reliquie dell’antichità romana; a Dubrovnik/Ragusa ho ammirato una perfetta città veneta del basso Adriatico, splendidamente ricostruita dopo il micidiale assedio imposto alla città, fra ottobre 1991 e agosto 1992, dall’esercito popolare yugoslavo e dalla milizie Montenegrine; a Mostar, città bosniaca a sua volta assediata prima dai serbi e quindi dai croati fa ’92 e ’93, ho ammirato il ponte sulla Neretva; a Jajce ho potuto accedere al memoriale-archivio della “grande guerra patriottica” guidata da Josif Broz Tito; a Sarajevo mi sono trovato dinanzi a un perfetto centro storico ottomano e ho potuto visitare il museo dedicato a quell’evento del 1914 che coincise con l’inizio della rovina dell’Europa.

Ma proprio a Sarajevo ho dovuto purtroppo fare i conti con la mia disinformazione e la mia corta memoria, due pessimi requisiti che condivido purtroppo con la stragrande maggioranza degli occidentali. Tra 1992 e 1995 la città fu sottoposta a oltre 1400 giorni d’assedio da parte dell’esercito yugoslavo e delle milizie serbe: circa 11.000 civili, tra i quali 1500 bambini. Tutto ciò accadde sotto gli occhi delle cosiddette forze “d’interposizione” (“di pace”…) delle Nazioni Unite. Nella vicina Srebrenica, protetta dalla Risoluzione 819 adottata nel 1993 dal  Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’esercito della “Republika Srpska” serbo-bosniaca guidato dal criminale Ratko Mladić che blaterava trionfalmente di “vendetta contro i musulmani” (come se i musulmani bosniaci fossero dei turchi anziché dei bosniaci come lui) conquistò la città dopo un assedio durato cinque giorni, tra il 6 e l’11 giugno del 1995. Una volta presa, Srebrenica fu sottoposta all’operazione di “pulizia etnica” denominata “Krivaja 95”: un agghiacciante episodio di genocidio durante il quale furono massacrati a freddo 8372 bosniaci musulmani, comprese donne e bambini uccisi sotto gli occhi delle madri. Ma quel ch’è più grave e vergognoso fu l’imbelle comportamento della “forza d’interposizione” dell’ONU, un consistente e ben armato reparto di “soldati” (si esita a definirli così) olandesi che avrebbero dovuto difendere i cittadini affidati dalle Nazioni Unite alla loro tutela e che vilmente accettarono di consegnarli ai criminali serbo-bosniaci. Il massacro avvenne letteralmente sotto gli occhi dei ben armati e strapagati “caschi blu”, i cui comandanti non risultano essere poi stati adeguatamente puniti. Tutto ciò è ben riferito nel libro Srebrenica di Tarik Samarah, edito nel 2016 dalla Biblioteca Nazionale di Bosnia ed Erzegovina; le foto dell’autore sono esposte in permanenza nella Memorial Gallery 11/07/95. A Srebrenica si dovrebbero portare in viaggio d’istruzione i ragazzi delle scuole, come si fa ad Auschwitz. Quando ci si reca in quel luogo orribile, non si manca mai di ripetere il mantra: siamo venuti qui per non dimenticare, affinché queste cose non accadano più nel mondo. Bene: a Srebrenica sono accadute di nuovo, nel luglio del 1995. Pensateci, quando vi càpita di sentir qualcuno denunziare il fatto “inconcepibile” che tanti miliziani jihadisti affluiscano nelle file di Daesh provenendo “dalla penisola balcanica”. Qui, in episodi di questo tipo, si radicano alcuni dei moventi del jihad terroristico.

Ma, obietterete, l’Occidente ha reagito a quell’orrore. Difatti, ce lo ricordiamo bene il bombardamento di Belgrado cui partecipammo anche noi italiani (le bombe “a grappolo”, quelle “a uranio impoverito”) e che tanto fu lodato da massimo D’Alema e da Gianfranco Fini. Ce lo ricordiamo, quell’evento pianificato sulla base del luminoso esempio fornitoci nella seconda guerra mondiale dall’idea di Winston Churchill e del generale Harris (proprio lui: Bomber Harris) e consistente nel massacro di civili inermi e innocenti pianificato – prevalentemente in città d’arte – per spezzare la volontà nemica di resistenza. Un passo avanti sulla via della barbarie, che perfezionava i bombardamenti a tappeto hitleriani.

E attenzione: il ventre che ha partorito queste infamie è ancora gravido. In Bosnia- Erzegovina (internazionalmente denominata BiH) si presenta oggi  l’instabile,  provvisoria compresenza di due stati: la “repubblica federale” croato-bosniaca con forte concentrazione musulmana e una minoranza serba, e la “Republika Srpska” serbo-ortodossa con minoranze croate e bosniache. Tali due realtà si fondano su un tragico inveterato equivoco (i bosniaci cattolici si sentono e si dicono croati, i bosniaci ortodossi si sentono e si dicono ortodossi, i bosniaci musulmani sono sentiti e visti dagli altri non già come bosniaci bensì come “musulmani”) non si trovano d’accordo su nulla, neppure sulla bandiera. Lì, la guerra civile potrebbe riprendere da un momento all’altro: e non è certo strano se la gente ripensa con nostalgia ai tempi di Tito, quando c’erano lavoro e sicurezza.

Ecco dunque una delle ragioni, che di solito i pellegrini a Medjugorje non capiscono, della prudenza della chiesa cattolica nei confronti di quel santuario. Per capirlo basterebbe un po’ d’attenzione: non può sfuggire che il luogo, appartenente alla “federazione” (cioè a una delle due entità nelle quali la BiH è de facto divisa), è irto di bandiere croate rosso-bianco-azzurre con al centro lo scudo a scacchi bianco-rossi appunto insegna della repubblica di Croazia (entità diversa da quella bosniaco-erzegoviniana). I cattolici della BiH rivendicano le apparizioni della Vergine come uno degli elementi identitari croato-bosniaci, contro i loro compatrioti serbo-bosniaci ortodossi e bosniaci musulmani: e giustamente i vescovi della locale Chiesa cattolica cercano di evitare che un luogo di culto divenga un “santuario religioso-nazionale”, che la Regina della Pace sia trasformata in una bandiera di guerra

Tutto ciò accade sul margine sudorientale dell’Unione Europea: e il fatto che là nulla – oltre vent’anni dopo la tragedia sembri ancora risolto,  e che anzi  la guerra etnoreligiosa possa ricominciare da un momento all’altro, è un’ennesima prova del fallimento di quella che avrebbe dovuto essere la Patria Europea e ha saputo (nonché, nei suoi organismi dirigenti, voluto) essere solo Eurolandia.

Franco Cardini

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