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L’affare Riina tra giuridico e metagiuridico. Di Roberto De Albentiis.

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Totò Riina, 86 anni.

Ha fatto discutere molto, in questi giorni, la notizia dell’ordinanza della Corte di Cassazione a proposito del regime carcerario del capo dei capi Salvatore “Totò u curtu” Riina, soprattutto della menzione, dopo il caso di dj Fabo, di un presunto “diritto a morire con dignità”. Chiaramente, una notizia simile non ha fatto altro che causare discussioni e polemiche, tanto tra i comuni cittadini quanto tra i giornalisti e gli operatori del diritto, e in casi come questi il confine tra il giuridico, il politico e il metagiuridico/metapolitico è assai labile.

Dal punto di vista formale, la Corte di Cassazione ha rinviato al Tribunale di Sorveglianza di Bologna (si ricordi che il superboss è attualmente all’ergastolo presso il carcere di Parma) per un nuovo esame il provvedimento del medesimo Tribunale, a causa di un difetto di motivazione; e chi ha a che fare, per pratica e per lavoro, con le aule di tribunale, sa bene che il difetto di motivazione è uno dei vizi di cui più sono affetti le motivazioni e le sentenze, tanto civili e penali quanto amministrative. Tanto un quotidiano on-line neutro come NextQuotidiano (vedasi qui https://www.nextquotidiano.it/scarcerazione-toto-riina/ )  quanto “Il Foglio” (qui http://www.ilfoglio.it/bordin-line/2017/06/05/news/no-non-e-vero-che-la-cassazione-ha-detto-di-liberare-riina-138156/ ) e soprattutto il ben più famoso e consultato Altalex (vedasi invece qui http://www.altalex.com/documents/news/2017/06/06/riina-ha-diritto-a-morire-dignitosamente-testo-ordinanza ) hanno parlato della questione, cercando di riportare nei giusti binari giuridici la questione; non parlerò, quindi, di questo.

Parimenti non parlerò nemmeno della nuova idiota idea del “diritto a morire dignitosamente”, un’invenzione giurisprudenziale che non trova nessun riscontro positivo. I primi a parlarne furono i giudici del Tribunale di Milano in merito al caso di dj Fabo (e fossimo uno Stato serio, non avremmo permesso che Marco Cappato, peraltro autoaccusatosi di induzione al suicidio, la facesse franca), e certamente le radici ideologiche di tale affermazione hanno sicuramente, tra i propri padri, i latori del pensiero – anche giuridico –  debole Rodotà e Zagrebelsky; ma appunto, dal punto di vista positivo, niente a sostegno di ciò può essere trovato nella Costituzione, nel Codice Civile, nel Codice Penale, in nessuna carta sovranazionale come la Carta di Nizza o la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo; del resto, i diritti riguardano necessariamente la vita e, soprattutto, la vita comunitaria, che proprio l’individualismo metodologico e spinto del pensiero liberale e radicale nega.

No, parlerò di un’altra cosa, e quindi andrò nel campo del metagiuridico: in un’epoca come la nostra, andata oltre perfino il pur discutibile positivismo, in un’epoca in cui si (s)ragiona per slogan, la riflessione filosofica pare assai ardua; eppure, come insegnano i nostri padri greci e romani, senza riflessione, senza filosofia, non si può avere un retto vivere, un retto legiferare, un retto sentenziare. La notizia ha scatenato ieri una giusta indignazione del popolo italiano tutto, che nonostante tutto, nonostante il lassismo della giustizia italiana, nonostante serie televisive e film che ancora oggi diffondono il mito del mafioso, riesce ancora a vedere nel crimine e soprattutto nella mafia un problema, soprattutto ha ancora la percezione, da diritto naturale, che i malvagi vadano puniti e non premiati; tutto ciò è conforme al concetto di unicuique suum tribuere , risalente al filosofo greco Aristotele e ai giuristi romani Cicerone e Ulpiano, e se una persona, come Riina, ha compiuto il male, è naturale e giusto che, in contraccambio, e ad opera dello Stato, unico garante della pacifica convivenza e dell’ordine, debba avere il male. E in clima di dissoluzione e sfacelo sociale questa è senza dubbio una notizia positiva. C’è però chi ha parlato di umanità e perdono, ma non si tratta, per una volta, dei soliti radicali, peraltro sempre in prima fila contro l’ergastolo e il carcere duro (c.d. 41bis): mi sto riferendo a quella parte molle e conformista del cattolicesimo, il cattolicesimo liberale/moderato/moderno/democratico, come lo si voglia chiamare, che con Riina ha parlato di perdono e misericordia. Non me la prendo tanto con il Papa regnante (che ha peraltro avuto parole assai dure contro i mafiosi, definendoli addirittura “scomunicati”), che ha comunque sue responsabilità, perchè questo è un problema che viene da lontano (del resto la discutibile legge Gozzini, che ha di fatto vanificato la comminazione della pena dell’ergastolo, venne votata nel 1986, quando Bergoglio era ancora semplice sacerdote): ovvero il separare la misericordia e il perdono dalla verità e dalla giustizia; questa massa informe che neanche avrebbe diritto al nome cattolico fa della misericordia una orrenda caricatura, e privata della giustizia e della verità fa arrivare a provare pietà per un criminale feroce e sanguinario come Riina, che mai si è pentito dei suoi orrendi crimini. Se pensiamo poi che questa parte era quella che voleva evitare i funerali a Priebke (che, finita la guerra, ha vissuto per anni nascostamente, non macchiandosi di alcun altro delitto, anzi convertendosi e chiedendo, negli ultimi anni di vita, perdono per i propri crimini di guerra, e che, in Italia, fu vittima di un assurdo processo penale che violò le più elementari norme giuridiche processuali, su tutte il principio del ne bis in idem), ne capiamo tutta la debolezza di pensiero e l’ipocrisia.
Questa parte vuole abolire i concetti tanto di peccato (soprattutto certi peccati, per giustificare la propria cattiva condotta) quanto di reato (associandosi al Partito Radicale e alla sua opera dissolutoria) e di pena: ma abolito il peccato, e il reato, non c’è più bisogno, però, di misericordia e di grazia; soprattutto, Gesù non ha mai parlato di andare contro la pena: ha parlato di visitare i carcerati, non di abolire le carceri! Ha parlato di pregare per e amare i propri nemici (i propri, personali, non della collettività politica o della Chiesa, secondo la ben nota ricostruzione di Carl Schmitt), ma questo vuol dire che i nemici ci sono, e che se sono nemici dello Stato e della Chiesa vanno combattuti.
L’unica morte dignitosa che può fare Riina è quella che lo vede curato e assistito dai medici, dai suoi familiari stretti e da un sacerdote (sì, perchè se non si è pentiti in punto di morte la giustizia divina è tremenda e senza errore, a differenza di quella umana), ma in carcere; la pena, che certo va umanizzata, ma non abolita, ha un giusto carattere, oltre che educativo, afflittivo e retributivo, e questo tanto nel Catechismo quanto nella giustizia della Corte Costituzionale (sentenza 264/1974). I giudici, i poliziotti, i semplici cittadini, perfino bambini, fatti uccidere da Riina e dai suoi pari non hanno avuto nessuna morte dignitosa; questo pensiero per cui i carnefici hanno più attenzioni delle vittime ha veramente stufato. E il buonismo e il perdonismo nulla hanno a che vedere con la vera bontà e la vera misericordia e il vero perdono, che mai sono distaccati dalla verità e dalla giustizia.

Chiudo, quindi, con una citazione del noto Mgr Marcel Lefebvre, dal suo libro “Lo hanno detronizzato – Dal liberalismo all’apostasia. La tragedia conciliare”: “Ora, come si può riscontrare in altri ambiti, fare della carità una giustizia significa sovvertire l’ordine sociale, significa uccidere la giustizia e la carità.”

Roberto De Albentiis

6-6-2017

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