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UN CINQUANTENARIO E UN (IMPOSSIBILE?) NODO DA SCIOGLIERE. Di Franco Cardini*

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Carri armati israeliani in azione durante la “Guerra dei sei giorni”.

Esattamente cinquant’anni fa i soldati israeliani guidati dal ministro della difesa, generale Moshe Dayan, completavano la conquista di Gerusalemme orientale (compresa la storica “città vecchia”) e giungevano pieni di gioia e di commozione al Muro Occidentale, la venerata reliquia del Tempio di Salomone che i non-ebrei chiamano impropriamente “Muro del Pianto”. Si concludeva così la terza guerra arabo-israeliana, la “Guerra dei Sei Giorni” (la definì così il generale Rabin, ispirandosi al Genesi), strepitosamente iniziata il 5 con la completa distruzione da parte degli israeliani dell’aeronautica egiziana prima ancora che uno dei suoi aerei potessero decollare. L’esercito d’Israele batté irremissibilmente quelli della Repubblica Araba Unita (in realtà solo l’Egitto, che continuava a denominarsi così: la RAU, scaturita da un’intesa tra Egitto e Siria nel 1958, era naufragata nel 1961), della Siria e della Giordania, mentre gli altri paesi arabi, in teoria belligeranti, si mantenevano in disparte. In sei giorni gli israeliani occuparono tutta l’area della Giordania a occidente del fiume da cui essa prende il nome (quindi al Cisgiordania) il Sinai tolto all’Egitto, le alture del Golan (di grande importanza per l’approvvigionamento idrico e la posizione strategica) strappate alla Siria. Si trattò di una grande vittoria ottenuta contro forze soverchianti: il mondo arabo ne uscì moralmente distrutto.

Tuttavia una certa inquietudine serpeggiava anche tra gli israeliani, dopo l’ebbrezza della vittoria. Israele aveva perduto 750 soldati, gli arabi 20.000; un milione di arabi palestinesi erano passati con l’intera città di Gerusalemme dalla sudditanza giordana al controllo israeliano: ma il vertice arabo riunito a Kartum nel settembre successivo rifiutò la pace. Cominciò così una “guerra d’attrito” che si risolse nel 1973 con una nuova offensiva egiziana, quella “del Kippur”. Intanto, alla possibilista Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Ahmad Shuqeiri, giudicata poco efficiente, era seguita – sempre per volere di Nasser – al-Fatah di Yasser Arafat: e cominciava la stagione della guerriglia, degli attentati.

Il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 242 che, in vista dei negoziati di pace, prevedeva che preliminarmente tutti i territori occupati da Israele tra 5 e 11 giugno fossero restituiti in modo che si potesse giungere a “una pace giusta e durevole grazie alla quale ogni stato dell’area possa vivere in sicurezza” e a “una giusta soluzione del problema dei profughi”. Ma il governo israeliano non tenne conto di tale risoluzione: a questo punto l’ONU avrebbe avuto il diritto di costringerlo con la forza, ma il programma esecutivo fu bloccato dagli USA che – con il diritto che proveniva loro dal sedere in quanto membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU – oppose ad esso il suo veto. Quest’allarmante situazione, la cui labilità è evidente, ancor oggi permane: frattanto, l’Autority palestinese è stata ammessa in qualità di osservatore all’ONU ma l’auspicato avvento dei “due Stati per due popoli” (l’israeliano e il palestinese) non si è realizzato e il territorio palestinese, distinto in due aree (la Cisgiordania e la “striscia di Gaza”) prive di continuità territoriale, è stato in gran parte rosicchiato dagli insediamenti dei coloni israeliani.

Immediatamente dopo la vittoria, il comprensibilissimo entusiasmo degli israeliani e degli ebrei della diaspora (e anche di moltissimi non-ebrei) venne raggelato dall’opinione controcorrente del grande teologo ebreo Yeshayahu Leibowitz, secondo il quale la Guerra dei Sei Giorni aveva costituito “una catastrofe storica per lo Stato d’Israele”, perché le conquiste fatte avrebbero dato forza ai fautori del progetto biblico del “Grande Israele” e avrebbe invogliato i vincitori ad annettere definitivamente Gerusalemme Est, Giudea e Samaria. Leibowitz, tuttavia, negli Anni sessanta non poteva nemmeno

Yeshayahu Leibowitz (1903-1994).

immaginare che di lì a qualche decennio il mondo sarebbe stato sconvolto dalla fiammata fondamentalista: ed esiste anche un fondamentalismo ebraico, accanto a quelli musulmano, cristiano e indù. E’ alla Guerra dei sei giorni che è nato il dibattito sul diritto etico e storico degli ebrei di oggi sullo Eretz Israel della Bibbia: che intellettuali come Oz e Yehoshua siano ostili a tale tesi non sminuisce di nulla il fatto che essa abbia progressivamente preso piede nella pubblica opinione sia degli israeliani, sia degli ebrei della diaspora.

E’ possibile, oggi, una soluzione del problema? Dal canto mio, ritengo francamente e semplicemente che la soluzione dei “due popoli-due Stati”, alla quale ancor oggi tengono ufficialmente fede tutte le diplomazie del mondo, sia del tutto irrealistica: e chi la sostiene, se non è del tutto ingenuo, lo fa in malafede. Vuole semplicemente che lo status quo continui così, de facto, con il “Muro” e lo sfaldamento metro per metro del territorio palestinese mediante l’arrivo di nuovi coloni.

Sull’autorevole “The Economist” del 20 maggio scorso, a p. 13, l’editoriale che apriva il bel dossier dedicato al mezzo secolo di occupazione israeliana della Palestina si priva con un ineccepibile articolo dal titolo Why Israel needs a Palestinian state. More than ever, land for peace also means land for democracy.  Ma siamo, ohimè, nel Paradiso delle buone e ben espresse intenzioni che poco hanno a che vedere con le affettive forze in campo. Gli israeliani ebrei – sei milioni circa, cui si aggiungono un milione di “arabi israeliani” che solo formalmente godono di piena cittadinanza – sanno bene che una pura e semplice annessione del territorio palestinese è improponibile in quanto li obbligherebbe a fornire di cittadinanza israeliana altri tre-quattro milioni di palestinesi che a differenza di loro sono molto prolifici, e in un paio di generazione l’incremento demografico palestinese avrebbe ragione su di loro. Certo, una ripresa dello sviluppo economico palestinese – oggi del tutto a terra – comporterebbe l’attivazione della regola sociologica secondo al quale sviluppo economico e incremento demografico sono inversamente proporzionali: meno figli ha una famiglia, più si accresce la probabilità di farli viver meglio e di poter farli studiare. Ma alla ripresa economica  e anche al sostegno della dignità dei palestinesi non pensa proprio più nessuno. Se Israele ha bisogno del territorio palestinese – e sa o crede di averne – l’unico realistica soluzione per esso è quella di creare sempre più, giorno dietro giorno, condizioni di vita e di lavoro (o meglio di mancanza di esso) tali da indurre tutti i palestinesi che possono farlo ad andarsene. Quando la popolazione palestinese sarà ridotta a poche centinaia di migliaia d’individui, si potrà provvedere ad annetterli e ad assimilarli. Intanto il regime di occupazione resterà sine die e col tacito consenso della comunità internazionale con le relative forme, inevitabili, di violenza, di umiliazione, di repressione: tutto ciò è possibile in quanto Israele è ormai de facto una grande potenza (a farla tale concorrono il suo armamento nucleare, la sua eccellenza nel campo della tecnologia di precisione e dei servizi d’intelligence che agiscono e lavorano efficacemente anche in conto terzi, l’appoggio diplomatico degli USA e quello finanziario dell’ebraismo della diaspora che ha consentito fra l’altro  il suo costosissimo e sofisticato, miracoloso, sistema di “agricoltura delle zone aride” che ha fatto fiorire i deserti – o credete che tutto sia pagato dall’esportazione dei pompelmi di Jaffa? – , la grande eredità morale della Shoah) mentre i palestinesi non interessano a nessuno: tanto meno ai “fratelli arabi”, come al di là di una retorica del resto essa stessa desueta è dimostrato dai fatti. Ma se Israele è per molti versi intoccabile e i palestinesi sono isolati e circondati dall’indifferenza internazionale per i loro destini, qual è il loro futuro?

Esistono possibilità alternative a questo stato di cose? Sul piano internazionale nessuna: nemmeno un impossibile abbandono della causa d’Israele da parte degli USA o dei centri economico-finanziari dell’ebraismo della diaspora, ipotesi impresentabili ma che provocherebbero comunque all’interno dello stato ebraico una reazione violentissima, una sorta di “eroico isterismo”, anche negli ambienti più moderati (può apparire strano a chi non conosce Israele, ma la sensazione che “tutto-il-mondo-è-contro-di-noi” è diffusissima: e ormai  non solo negli ambienti religioso-nazionalistici estremisti). Sul piano interno, la speranza sta tutta in alcune e ristrettissimi  ma qualificati ambienti: un’attiva e vigile minoranza di cittadini israeliani ebrei che non ha paura di esporsi e di sostenere tesi impopolari e che se acquisisse potere politico sarebbe disposta quanto meno ad aprire un discorso sulla base dell’annessione della Palestina a Israele (un atto che provocherebbe accese e violente critiche, qualche settimana di condanne verbali, qualche sporadico disordine e nient’altro) e della concessione di larga autonomia alla comunità palestinese – o, piuttosto, alle due distinte comunità di Cisgiordania e di Gaza – all’interno della compagine dello stato ebraico anche senza aspettare che l’esodo forzato riduca davvero sensibilmente il numero dei palestinesi . Ciò presupporrebbe ovviamente un ritiro della risoluzione ONU 242, che solo pro forma è una tutela dei palestinesi in quanto candidata a rimanere lettera morta e, del resto, mezzo secolo dopo la sua promulgazione è del tutto inadeguata a rispondere alle dinamiche geopolitiche e geoculturali nel frattempo affermatesi: e una nuova risoluzione più aderente alla realtà delle cose quale si presenta ora, nel secondo decennio del secolo XXI.

Quanto a Gerusalemme, è nota la proclamazione della Knesset che, il 30 luglio 1980, l’ha ufficialmente e formalmente dichiarata capitale d’Israele “una e indivisibile” (complete and united nel testo inglese): il che taglia alla radice la tesi dei “due Stati”, entrambi con capitale Gerusalemme (il che sarebbe concettualmente  possibilissimo: si pensi ai patti lateranensi del ’29; o si guardi a una pura riforma amministrativa di tipo circoscrizionale che lasciasse fuori dal territorio metropolitano della città anche un solo quartiere periferico in modo a consentirvi l’impianto di una capitale palestinese senza formalmente ledere la decisione israeliana del 30 luglio 1980).

La comunità internazionale ha risposto nel 1981, proclamando la “Gerusalemme storica” (cioè la “Città Vecchia”) “patrimonio mondiale dell’umanità”: ma Israele, unilateralmente, ignora tale proclamazione che in qualche modo potrebbe intaccarne la sovranità sul territorio. Per ora, vale il principio del non riconoscimento della proclamazione della Knesset da parte di tutti i paesi del mondo, espresso dal permanere in Tel Aviv delle ambasciate che con Israele mantengono rapporti diplomatici. Trump ha dichiarato di rompere questa misura di solidarietà internazionale: ma, per il momento, nulla di fatto pare essere avvenuto. Un consiglio per avere un buon dossier sulla questione: procuratevi il numero del giugno 2017 della rivista “L’Histoire” (8, Rue d’Aboukir, 75002 – Paris).

Franco Cardini.

* tratto dal blog www.francocardini.net

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