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IL DIFFICILE EQUILIBRIO TRA FEDE E BANCA. Di Luigi Copertino.

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Ettore Gotti Tedeschi è diventato noto alle cronache quando fu scelto da Papa Benedetto XVI come presidente dello Ior e per vie delle successive vicende di lotte intestine alla Banca Vaticana che portarono alla sua defenestrazione.

Prima di essere noto al più vasto pubblico, Ettore Gotti Tedeschi, stretto amico e collaboratore di Giovanni Cantoni fondatore di Alleanza Cattolica, ossia di uno dei più noti gruppi catto-conservatori italiani, si era segnalato come un competente banchiere che aveva ricoperto posti di direzione presso le maggiori banche internazionali.

Questo banchiere è da anni uno dei principali maître à penser della destra cattolica liberista e conservatrice in Italia. Schierato, come economista, su posizioni antikeynesiane – benché quando imputa alla denatalità la responsabilità della crisi economica egli non si avvede di affermare un concetto del tutto keynesiano, dato che la popolazione è essa stessa “domanda aggregata” e la denatalità porta alla deflazione per contrazione della domanda – Gotti Tedeschi fa parte della cerchia cattoliberista italoamericana che annovera nel club studiosi cattolici liberisti e neoconservatori quali Michael Novak, Robert Sirico, Flavio Felice e Dario Antiseri. Suoi maestri in economia e filosofia politica sono Friedrich von Hayek e Samuel Huntington.

La sua formazione, pertanto, spiega non solo le posizioni anti-keynesiane ma anche perché il nostro, che pur critica la “crescita drogata dal debito” dell’economia americana ed occidentale, non abbia colto il nesso, storicamente ed economicamente evidente e dimostrato da ampi studi in materia, tra il venir meno del welfare dell’epoca keynesiana e l’indebitamento sempre maggiore delle classi medie delle nazioni occidentali reso possibile proprio dalle liberalizzazioni finanziarie e bancarie realizzate nell’era thatcheriana e reaganiana (1).

L’anti-statualismo liberista di Gotti Tedeschi – ricordiamo che l’avversione allo Stato è ciò che accomuna liberisti e marxisti – è il tipico risultato dello medesimo strabismo storico, di importazione americana, che spinge molti cattolici a guardare alla globalizzazione post-statuale come al ripristino della condizione pre-statuale del medioevo cattolico, epoca cristiana che, secondo la lettura conservatrice, in quanto priva dello Stato sarebbe stato l’ambiente favorevole per la comparsa del libero capitalismo.

Proprio a causa di questo “strabismo storico”, Gotti Tedeschi è autore di un’esegesi del magistero sociale di Pio XI ad uso e consumo della critica liberista al dirigismo.

«La Prima Guerra mondiale (1914-1918) – egli ha scritto – abbatte il capitalismo liberale e permette la nascita del capitalismo di Stato per la necessaria “provvidenza” post bellica. Pio XI deve fronteggiare il capitalismo di Stato e il comunismo e nel 1931 scrive l’enciclica “Quadragesimo anno” sulla dittatura economica che asservisce il potere politico» (2).

In tal modo egli trasforma Pio XI, che nell’enciclica citata piuttosto condanna senza appello l’“imperialismo internazionale del denaro” – appunto la “dittatura economica che asservisce il Politico” pur annoverata da Gotti Tedeschi – nell’oppositore dell’intervento dello Stato in economia, che il nostro banchiere chiama impropriamente “capitalismo di Stato”, mentre al contrario Papa Ratti, nella stessa enciclica, tesse una, seppur giustamente critica, lode dell’esperimento corporativista del fascismo, giudicato in sé buono anche se da emendare dalla sua impostazione troppo hegeliana e da riportare ad un approccio cattolico che contempla, diceva quel Papa, certamente la sussidiarietà, quella verticale e non quella orizzontale e reticolare inventata dai liberisti, ma anche la presenza forte dello Stato sovranamente assiso sui corpi intermedi per garantirne diritti, limiti e doveri sociali.

La lettura “manipolata” della Quadragesimo Anno, proposta da Gotti Tedeschi, trova le sue ragioni nella

Ettore Gotti Tedeschi (72 anni)

scelta di campo, di tipo ordoliberale, per una narrazione che guarda le cose esclusivamente o prevalentemente dal “lato dell’offerta”, ossia dal punto di vista del capitale, negando legittimità o sminuendo il contrapposto punto di vista dal “lato della domanda” ossia del lavoro. Invece nella citata enciclica Pio XI mantiene un saggio e cristiano equilibrio tra domanda ed offerta, tra lavoro e capitale, di cui elenca persino i reciproci diritti e doveri, partendo però dalla dichiarata constatazione che il capitale, ha troppo aggiudicato a sé escludendo il lavoro da un’equa ripartizione della ricchezza.

Il nostro Gotti Tedeschi è da anni impegnato nell’operazione culturale di sposare Cattolicesimo e liberismo perché ritiene, sulla scorta dello storico dell’economia Giacomo Todeschini, che il capitalismo sia comparso nel medioevo cristiano proprio in quanto la fede cristiana è l’unica a contemplare l’“esaltazione della dignità dell’uomo”. Un umanesimo, questo cristiano, che avrebbe avuto la sua miglior espressione nel francescanesimo trecentesco e quattrocentesco, quello che guardava alla “mercatura” come strumento di lotta alla povertà.

Gotti Tedeschi in questo, come vedremo, più che Todeschini segue una vulgata di importazione americana. Sicché egli dimentica troppo facilmente che il francescanesimo tre-quattrocentesco, inventando i monti di pietà ed enucleando nella denuncia dell’autoreferenzialità della finanza (il denaro che produce altro denaro senza investimento produttivo), cercò di adattare l’etica cattolica di sospetto verso il prestito ad interesse ad una realtà nuova la quale già, in quei secoli, si caratterizzava implicitamente per il latente conflitto con la fede cristiana. Un conflitto che sarebbe apertamente esploso nel XVI secolo.

In un libro intervista, scritto con Rino Cammilleri, Ettore Gotti Tedeschi ha rivendicato la “superiorità del capitalismo ispirato alla morale cristiana”. Il libro è “Denaro e Paradiso. L’economia globale e il mondo cattolico” (Piemme, 2004). Il Cattolicesimo, per Gotti Tedeschi, nonostante un secolare scontro teologico e filosofico con il liberalismo, non sarebbe mai stato contro le leggi del libero mercato, né contro lo sviluppo. La preoccupazione del banchiere è quella di allontanare dal Cattolicesimo l’antica accusa, di parte protestante, di essere responsabile dell’arretratezza economica di molti popoli e di avvallare il pauperismo. Secondo Gotti Tedeschi, se il Cattolicesimo fosse stato applicato nei suoi princìpi oggi rappresenterebbe un valore indispensabile nella responsabilizzazione personale delle azioni economiche.

Piuttosto, afferma Gotti Tedeschi, è stato il protestantesimo a portare alla degenerazione del buon capitalismo nato in casa cattolica, fino a farne il sistema dell’homo hominis lupus. L’emancipazione dell’economia dalla morale cattolica ha portato ad un “machiavellismo economico” che sacrifica l’uomo al potere e al profitto e, di conseguenza, all’ostilità storica del mondo cattolico verso il libero mercato e il capitalismo. Ostilità venuta meno, secondo il nostro che in questo riprende un vecchio motivo della propaganda catto-liberale di età wojtiliana e bushista, con l’enciclica “Centesimus Annus” di Giovanni Paolo II. Un’enciclica, tuttavia, a nostro giudizio, letta male, con gli occhiali deformanti dell’entusiasmo, pre crisi e post muro di Berlino, della “fine della storia” prospettata da un noto saggio di Francis Fukuyama di quegli anni, e peggio interpretata dai catto-liberali.

L’imputazione al protestantesimo della responsabilità della degenerazione delle virtù del capitalismo originario agisce in Gotti Tedeschi, e negli altri catto-conservatori, come una sorta di giustificazione storico-teologica per accreditare le proprie tesi in casa cattolica. L’accusa risponde, certamente, al vero ma non è quasi mai né spiegata né approfondita dai catto-conservatori perché essi sanno molto bene che andare oltre una generica affermazione esporrebbe le loro tesi, finalizzate al matrimonio tra etica cattolica e spirito del capitalismo, ad una riprova storica che esse difficilmente supererebbero così come sono formulate ossia in funzione apologeticamente strumentale alla visione del mondo liberista.

Che, infatti, si tratti di una foglia di fico, o poco più, è dimostrato proprio dall’insistenza di Gotti Tedeschi nelle lodi verso Adam Smith. Lo scozzese, per il nostro banchiere, ha potuto dare solidi fondamenti all’economia politica perché, in quanto cristiano, era aduso ad una visione ottimista del mondo e dell’uomo. Il fatto che Adam Smith fosse un protestante diventa, all’improvviso ed in controtendenza con l’asserita responsabilità protestante nelle degenerazioni del buon proto-capitalismo medioevale, una questione secondaria, quasi inesistente e sulla quale si può tranquillamente sorvolare.

Questa è, dunque, la cartina di tornasole rivelatrice delle aporie del pensiero catto-conservatore del nostro banchiere. Pertanto è da qui che dobbiamo partire per un più approfondita analisi.

Adam Smith e Benedetto da Norcia, un’abissale differenza

Ad Adam Smith è riconosciuto, dai catto-liberisti come Gotti Tedeschi, un habitus spirituale e culturale informato all’idea biblica della bontà del mondo e quindi del mandato divino all’uomo per la coltivazione dell’Eden. Questo habitus biblico fa, ad occhi catto-conservatori, dello scozzese un “seguace” di san Benedetto da Norcia e del suo “ora et labora”.

La tesi di una presunta continuità storico-teologica all’interno di un generico “cristianesimo”, inteso quale radice identitaria di un altrettanto generico e non discontinuo “occidente”, è la “trappola” culturale intesa a convincere i cattolici ad accettare sic et simpliciter il capitalismo, salvo tutt’al più qualche aggiustamento morale.

E’ necessario quindi verificare la consistenza della supposta paternità biblica e benedettina del moderno capitalismo.

La Rivelazione contenuta, per immagini, nel Genesi attesta l’esistenza di un rapporto tra uomo e natura fondato nell’accettazione da parte umana della propria partecipazione ontologica ovvero nel riconoscimento, da parte dell’uomo, del proprio statuto creaturale. Fino a quando l’uomo si riconosce creatura, eletta e privilegiata ma creatura, Dio “passeggia con lui nel Giardino” ossia Dio alberga ed agisce “nel giardino del cuore umano” e la stessa natura, ovvero il Giardino dell’Eden, la terra, gli è docilmente sottomessa sicché lui, l’uomo, la “coltiva”, può “coltivarla” nella Giustizia inter-umana, senza violentarla.

Come sottolinea Attilio Mordini, bisogna saper cogliere lo stretto nesso, biblicamente ma anche etimologicamente, sussistente tra il “coltivare”, la “cultura” ed il “culto a Dio”. Nel Genesi non si parla solo del coltivare inteso come lavoro umano ma innanzitutto come contemplazione di cui il lavoro è poi espressione ed infatti anche il lavoro, fino a quando l’armonia è intatta, non presenta carattere di sofferenza ma di realizzazione spirituale. E’ lavoro gioia, non lavoro pena. “Operi Dei nihil praeponatur” recita, appunto, la Regola di san Benedetto (cfr 43,3).

Nel momento in cui, però, l’armonia è persa, a causa della pretesa umana di auto-deificazione (“eritis sicut Dei”, è la perenne tentazione ofidica), la stessa natura, prima docile, diventa ostile: “maledetto sia il suolo per causa tua!” (Gen 3, 17). Ed il lavoro umano diventa “fatica”, “sudore della fronte”, lavoro pena, per sopravvivere. Il destino stesso della creazione è legato a quello dell’uomo e quindi essa è salva se è salvo l’uomo, se l’uomo non infrange l’armonia con il Creatore.

La terra non deve essere “sconquassata”, come è accaduto sulla spinta della übris faustiana del moderno capitalismo, ma – appunto – “coltivata”. Nel creato, in ogni creatura, è posto un “segno” del Creatore. Nell’uomo, poi, è posto il massimo segno ossia l’Iconicità di Dio. (3).

L’Eden, la terra, è un giardino ossia il risultato di un’opera ordinatrice dell’uomo ad immagine dell’Opus Dei, l’Opera creatrice ed ordinatrice di Dio. L’uomo è, in tal senso, “custode dell’Eden”, “giardiniere”, nella misura in cui resta in Dio, altrimenti si trasforma nel devastatore, nello “sconquassatore”, ovvero nell’uomo niccianamente faustiano e nichilisticamente prometeico che proprio in Occidente, in nome della tecnica, delle ideologie totalitarie ma anche e soprattutto in nome dell’“imperialismo internazionale del denaro” (Pio XI), ha trovato la sua espressione storica più compiutamente “luciferina”.

Dimenticare, come Gotti Tedeschi, questo porta ad un approccio incapace di interpretare adeguatamente il percorso storico dell’umanità, in particolare in Occidente, attraverso il totalitarismo, lo scientismo tecnocratico fino al suo esito neoliberista, che è, appunto, una sequela di scimmiottature filosofiche, culturali, politiche, economiche, comunque intra-mondane, di Dio. Il primato dell’uomo nel creato non esiste se non in dipendenza del Creatore, quindi secondo un approccio teoandrocentrico che è esattamente il contrario dell’antropocentrismo liberale. Anzi, che l’antropocentrismo tautologico liberale, ossia l’uomo per primo in quanto uomo, e non in quanto Imago Dei, finisca nella distruzione nichilista della tecnocrazia è in fondo conseguenziale con le premesse.

Furono i monaci benedettini, nella loro laboriosa esperienza lavorativa, ad inventare, tra l’altro, la “partita doppia” che ha poi permesso l’elaborazione della contabilità aziendale moderna. Questo però non fa del monachesimo benedettino, come troppo spesso dicono gli attuali zeloti cattolici dell’Occidente liberista, l’inventore del capitalismo. Se qualcosa inventarono i benedettini applicandosi alla preghiera prima di lavorare è stata l’organizzazione dell’economia secondo modelli comunitari accostabili, oggi, non tanto all’impresa capitalista quanto invece all’impresa sociale, cooperativista, senza fini di lucro o nella quale il profitto è ridistribuito tra tutti coloro che all’impresa hanno dato il proprio lavoro e contributo operativo.

La concezione del lavoro come “culto” perché “coltivazione dell’Eden”, quindi come preghiera, è esattamente quel che manca allo spirito mondano del capitalismo, sia originario sia attuale, sicché le illusioni “moralistiche” di Ettore Gotti Tedeschi su una riconversione dell’economia di mercato resteranno inevitabilmente illusioni a vantaggio del volto feroce del capitalismo, senza il necessario momento politico. Perché un approccio realisticamente cristiano dovrebbe portare, invece, a meditare sul fatto che la “santità” era difficile persino in tempi di Cristianità e che quindi allora come sempre, nell’ordine naturale della creazione per il quale essa sorge dalla stessa natura umana e non dal peccato, l’Autorità politica è chiamata a svolgere un ruolo di governo, anche se necessario interventista, della vita associata.

L’“Ora et Labora” benedettino ha il suo fondamento non nella concorrenza e nella massimizzazione degli utili ma, al contrario, nella ricostituzione dell’originario rapporto ante-peccato tra Dio, uomo e creato. Il lavoro, in tale concezione, lungi dall’essere pena, come quello contrassegnato dall’esperienza dolorosa del peccato, è preghiera, atto liturgico e rituale di lode al Creatore ed alla Sua Somma Bontà donativa. Per questo, poi, il lavoro, inteso al modo di Benedetto, diventa anche atto di contribuzione ai bisogni comuni e di redistribuzione e condivisione dei beni tra tutti. Marx ha tentato di appropriarsi della visione benedettina per impostarla su una base filosofica ateistica. Ma così manipolata tale visione dell’economia non ha funzionato. Essa ha invece funzionato, ed ha prodotto bene sociale, all’interno dell’esperienza monacale benedettina avvantaggiando anche le popolazioni che vivevano a stretto contatto con i monaci benedettini.

Alla luce di tutto questo chiosare sulla filosofia economica di Adam Smith, per il quale il lavoro è merce – un secolo dopo Leone XIII avrebbe denunciato questa mercificazione dell’uomo –, come se tra lo scozzese e Benedetto da Norcia vi fosse sostanziale continuità, significa stravolgere i termini storici e teologici della questione.

Un uso maldestro ed apologetico della critica storica

A parte il Todeschini, le vere fonti filosofiche e storiche del pensiero di Gotti Tedeschi devono essere cercate in Michael Novak, Robert Sirico, Rodney Stark ed Friedrich von Hayek. Uno dei cavalli di battaglia di questo club culturale è la demolizione, ad uso dell’apologetica capitalista, delle tesi di Max Weber sulla genesi calvinista del capitalismo.

La storiografia ha ormai, da anni, ridimensionato la tesi weberiana che individua nel  protestantesimo, soprattutto nella sua forma calvinista, il fattore determinante per la nascita del capitalismo come lo abbiamo storicamente conosciuto.

Tuttavia la critica storiografica di Weber è una questione non nuova, seriamente impostata, che i Novak ed i Sirico hanno usato con finalità apologetiche e non scientifiche.  La tesi di Weber, infatti, aveva trovato contestatori già nella prima parte del secolo scorso. Queste critiche sottolineavano l’eccesso di unilateralità weberiana e la mancanza di una prospettiva di lungo periodo capace di guardare retrospettivamente anche al medioevo. Tali critiche, però, non avevano intenti ideologici di supporto all’apologia, senza se e senza ma, dello sviluppo capitalistico dell’occidente. Soprattutto esse non ratificavano nessuna presunta radice cattolica del capitalismo e quindi nessuna perfetta coincidenza storica tra Cristianesimo e Occidente moderno, laddove invece i Novak ed i Sirico confondono, artatamente, la missio ad gentes con l’occidentalizzazione del mondo e finiscono per giustificare la necessità delle guerre di civiltà, teologicamente benedette, contro chi si  oppone all’occidentalizzazione capitalista.

I think tank old e new conservative statunitensi fanno proprio questo ossia usano ideologicamente ed apologeticamente la critica storiografica alla tesi di Max Weber per operazioni culturali e mediatiche intese ad arruolare i fedeli cattolici nello schieramento americano-occidentale.

Michael Novak (1933-2017)

Michael Novak, ad esempio, ha sostenuto che sarebbe stata la predilezione cattolica per le opere, e non la “sola fides” protestante, il fattore essenziale per lo sviluppo del capitalismo. Sicché la difesa tridentina delle opere avrebbe consentito al capitalismo di evitare la stretta del pessimismo luterano della quale esso sarebbe morto. Il problema però è teologicamente e storicamente mal posto perché le “opere” tridentine sono le opere di carità e non l’affarismo imprenditoriale. Le opere alle quali si richiamava, contro Lutero, il Concilio di Trento sono il segno della trasfigurazione interiore dell’uomo per l’Amore di Cristo, per la Grazia, negata in sede protestante.

Se il Tridentino ha certamente influenzato la cultura, il politico e l’economico è stato nel diverso carattere che il capitalismo, ormai impostosi, ha assunto nelle nazioni di tradizioni cattoliche – dove esso è stato accompagnato e condizionato da istanze sociali, nazionali ed etiche di giustizia ed equità (per cui si è in proposito parlato di “capitalismo sociale”) –  rispetto ai paesi anglosassoni e protestanti – dove, invece, il capitalismo si è manifestato secondo il più rigido, crudo, spietato ed asociale liberismo.

Un altro americano, Rodney Stark, questa volta protestante, sociologo della religione, nella sua opera “La vittoria della ragione – come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza” (Lindau, 2006), ha preteso di trovare nella fede cristiana tout court le ragioni che spiegano l’esplosione delle attività economiche e mercantili che hanno preparato, già nel tardo medioevo e quindi prima di Lutero e Calvino, il trionfo dell’Occidente su scala planetaria. Secondo Stark la responsabilità storica dell’arretramento dei Paesi cattolici, iniziatori della rivoluzione capitalista, rispetto ai protestanti durante il successivo sviluppo storico della moderna economia di mercato, deve essere imputata non, come pensava Max Weber, alla Chiesa cattolica, matrice invece dell’etica della libertà individuale, ma alla Spagna Asburgica la quale, con il suo autoritarismo antiliberale e l’inquisizione, avrebbe represso la libertà non solo religiosa ma anche economica.

Da protestante Stark fa fatica a comprendere che la libertà non è il valore principale nell’etica cattolica dovendo essa, la libertà, essere sempre subordinata alla Verità e, soprattutto, non riesce a comprendere la differenza teologica, filosofica ed anche storico-sociologica, tra la “persona”, come contemplata nell’etica cattolica ossia sempre in relazione con Dio ed il prossimo, e l’“individuo” nella sua nozione astratta ed irrelata, a giustificazione del “virtuoso egoismo”, partorita prima dal protestantesimo e poi dal razionalismo moderno.

Questo filone di critica, ad uso apologetico, a Weber fa spesso leva sul fatto che l’ellenizzazione della fede cristiana, ossia l’incontro tra fides et ratio, in particolare per i meriti della scolastica medioevale, avrebbe consentito il trionfo, appunto, della ragione ed aperto così le vie al “luminoso” occidente della scienza e della libera economia, contro l’oscurantismo del resto del mondo. Tommaso d’Aquino diventa dunque il padre dell’illuminismo.

Anche qui un rilievo esatto – ossia quello per il quale la Rivelazione biblica ha “spanteizzato” e “demagicizzato” il mondo (ma, attenzione!, non “desacralizzato” dato che la creazione, come recita la preghiera del santo di Assisi, porta il segno del Creatore) – viene strumentalizzato apologeticamente in favore dell’ideologia liberista, dimenticando “cosucce” alquanto dirimenti quali, ad esempio, il fatto che la ratio antica e medioevale, innanzitutto metafisica e sapienziale, non è la stessa cosa della razionalità scientifica come intesa dal moderno, e riduttivo, razionalismo occidentale.

Una diversa e più fondata decostruzione delle tesi weberiane

Se, quelli sopra esposti, sono gli usi strumentali ed apologetici in senso filo-occidentale delle acquisizioni storiografiche a confutazione della tesi weberiana (4), bisogna piuttosto tornare, per meglio chiarire la questione, alle fonti della storiografia antiweberiana che, inizialmente, non era mossa da preoccupazioni contingenti di sostegno alla civiltà occidentale ed al suo sistema economico.

Tra le opere classiche, della storiografia non weberiana più seria, va annoverato “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo” (Marsilio, 2006), scritto nel 1934 da Amintore Fanfani, all’epoca giovane ricercatore e docente universitario di storia dell’economia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Inserendosi nel vasto dibattito che, fin dai lavori di Werner Sombart e Max Weber, aveva spinto molti contemporanei a interrogarsi circa le responsabilità della fede religiosa nella genesi dello “spirito capitalistico”, il futuro leader politico democristiano riconduce il successo del capitalismo principalmente alla disgregazione dei valori tradizionalmente difesi dalla Cristianità, mentre, documenti alla mano, ridimensiona, ai fini dell’individuazione delle cause storiche della nascita del capitalismo, l’importanza della tesi weberiana, secondo la quale la dottrina della predestinazione avrebbe sollecitato negli uomini l’amore per il successo negli affari dato che i fedeli la avrebbero interpretata come una rassicurante prova della propria elezione salvifica e sarebbero da essa stati spinti alla massima industriosità ed incoraggiati all’accumulazione del risparmio, permettendo al capitalismo di diffondersi rapidamente.

Fanfani, esaminando il contesto storico del XIV e del XV secolo nel quale compare il proto-capitalismo, parla espressamente di decadimento, non, al modo di Rodney Stark, di vittoria della ragione e del progresso.

Tale decadimento trova avvio proprio nel Trecento, quando i primi mercanti – gli italiani su tutti – avevano cominciato a subire il fascino delle ricchezze e ad allontanarsi dai precetti della morale cristiana, soprattutto in materia di prestito ad interesse che è il fondamento finanziario del capitalismo. La polemica tre-quattrocentesca dei francescani contro l’usura – alla quale essi opponevano la pratica onesta di un credito sociale finalizzato non a creare denaro dal denaro ma alle necessità dell’economia reale – non era tanto volta a distinguere la “buona mercatura” dalla “cattiva usura”, come pretendono le ricostruzioni apologetiche catto-liberiste, quanto, piuttosto, a trattenere la “mercatura” dalla, quasi ad essa connaturata, tentazione usuraica.

Il capitalismo, nei secoli post-medioevali, proprio grazie all’accumulazione finanziaria derivante dalle pratiche usuraie delle aziende di credito organizzate nelle grandi dinastie bancarie dei Baldi, dei Peruzzi, dei Medici, dei Fugger, ha continuato la sua ascesa nonostante la ferma e costante opposizione della Chiesa.

Lo scisma protestante, dunque, per Fanfani ha soltanto velocizzato la diffusione di un processo già avviato da tempo. Non però per le ragioni pretese unilateralmente da Weber ma per una diversa e duplice causa: da un lato fu lo spirito capitalistico, già vivo e in espansione in quanto emerso tra XIV e XV secolo per il frammentarsi dell’Universalismo medioevale che era a sua volta crisi di fede ed identità cristiana, ad indirizzare la Riforma verso un’etica a esso più favorevole; dall’altro lato la Riforma, svincolando la salvezza dell’uomo dal suo comportamento sulla terra, fece venire definitivamente meno gli ostacoli etico-morali che fino allora avevano trattenuto il soggettivismo dell’individuo assoluto ossia il “liberismo”.

La traduzione economica del soggettivismo teologico

L’approccio catto-liberista di Gotti Tedeschi ha perso completamente di vista la problematica teologica e filosofica che soggiace alla genesi dello “spirito del capitalismo” codificato storicamente nelle dottrine liberali e liberiste.

Il liberismo infatti non è, innanzitutto, un modello sociale o economico ma una ideologia che ha il proprio fondamento filosofico nel soggettivismo assoluto.

Ad integrazione della tesi fanfaniana, ed a parziale rivalutazione di quella weberiana, va osservato che questo fondamento filosofico collega il liberismo alla teologia luterana della “contraria species” e lo rende oscillante, nelle sue manifestazioni storiche, tra il pessimismo antropologico ed il suo ribaltamento ottimistico. Infatti, nell’ideologia liberista si ritrovano entrambe le convinzioni, in apparenza contraddittorie, sul peccato come strumento di salvezza e sulla sussistenza di una “legge naturale”, immanente all’economia, che non andrebbe ostacolata affinché il mercato diventi un “libero mercato”, ossia un luogo di libere relazioni contrattuali di scambio avulse da ogni inferenza etica, giuridica, sociale e capaci di assicurare spontaneamente a tutti la felicità e la prosperità.

Come il marxismo anche il liberismo si vuole “scienza” con la pretesa di poter spiegare la complessità del mondo riducendola all’orizzonte del mero calcolo economico fondato sulla legge della domanda e dell’offerta.

Adam Smith, insieme a David Ricardo, nell’Inghilterra sorta dallo scisma anglicano, fu il primo a tentare di dare forma “scientifica” al liberismo, inaugurando la moderna economia politica. Tale “scienza” non sarebbe, tuttavia, mai sorta se George Berkeley, portando a maturazione il soggettivismo filosofico di Cartesio e quello teologico di Lutero, non avesse ridotto l’essere a “percezione del soggetto conoscente”, anticipando Fichte e tutto l’idealismo.

L’Esse est percipi berkeleyano afferma in sostanza la libertà per ciascuno di “creare” il suo mondo o di rifare il mondo a propria immagine. Ogni individuo è il “soggetto particolare”, ossia il segmento di un più vasto e degradato insieme che a sua volta è “percezione”, ossia “rappresentazione”, del singolo chiuso nel proprio solipsismo titanico. L’individuo, in quanto soggetto che crea l’essere, proiettandolo al di fuori di sé per mezzo della percezione fenomenologica, aspira a dominare il mondo sentito come propria rappresentazione esteriorizzata e per fare questo deve ricondurlo a sé, al soggetto autonomamente postosi nel centro, senza Verticalità, della circonferenza dell’esistente.

L’espansione “mistica” della  coscienza soggettiva, che si riappropria mediante la percezione del mondo, consente al soggetto di reificare, persino di auto-costruirsi, la realtà la quale, finché gli rimane estranea, ha un carattere di malvagità perché si oppone al dominio del soggetto conoscente limitandone l’illimitata autosufficienza individuale.

Il soggettivismo  trasposto sul piano economico diventa liberismo. La riduzione della realtà alla percezione che di essa ha il soggetto conoscente trova il proprio analogo, in economia, nella strumentalizzazione del mondo propugnata dall’individualismo nella ricerca del massimo profitto al minimo costo. L’espansione della coscienza soggettiva fino alla coincidenza con l’“Umanità”, più vasto insieme perduto e ritrovato, intesa come collettivo indifferenziato che nasce dalla somma sinallagmatica di tutti i soggetti che la compongono, trova la propria trasposizione in economia nel postulato liberista secondo il quale la concorrenza di tutti contro tutti è il necessario presupposto della pace e della prosperità globali.

Il soggettivismo filosofico, derivato dal soggettivismo teologico di Lutero, è la fonte  dalla quale sgorgano i postulati concettuali del “libero mercato”, paradiso mondano per una umanità anarchicamente “libera”, ossia emancipata, da Dio e dall’Autorità Politica come pretendono oggi i Libertarians e come pretendeva ieri Marx. Un’umanità di individui desiderosi di espandere all’infinito il proprio “io” e, perciò, occupati, nel “libero mercato”, a conseguire con tutte le proprie forze soltanto ciò che loro piace e ad adorare ciascuno il piccolo “dio” del proprio ego, assolutizzato fino al punto da farlo coincidere con il mondo e da pretendere che il mondo orbiti intorno a sé.

Senza spiegare l’arcano, il liberismo perora il “miracolo” per il quale dalla lotta degli egocentrismi, ossia dall’agire an-intenzionale di ciascuno nella ricerca del proprio profitto, dovrebbero scaturire il bene e la pace universali. In realtà il “raffreddarsi dell’amore di molti” (Mt. 24, 11-12) ha popolato la terra «…di tanti piccoli golem, ciascuno con la sua verità, con un’identità tutta e soprattutto sua; la terra del libero mercato dei golem, felici e contenti. Liberi. E tutto questo grazie alla sovrana scienza dell’economia politica, liberista e planetaria. (…) il più perfetto totalitarismo dei “liberi, felici e contenti”. (…). La visione gnostica … traducibile nel soggettivismo libertario moderno, … completata da una disciplina a metà strada tra la scienza e il fervore religioso: … economia politica. Concepita in questo modo da Adam Smith, la dea “Ricchezza delle nazioni” (ha irretito) … le masse planetarie, grazie anche all’aiuto di … Bentham, sacerdote di quel dio-caprino che … si chiama “principio del piacere”’» (5).

 Il soggettivismo gnoseologico di George Berkeley preparò, oltremanica, il terreno alla filosofia edonista di Jeremy Bentham che, portando ad ulteriore compimento il soggettivismo luterano/cartesiano, dichiarò il piacere assoluto del soggetto, posto al centro del cosmo, l’universale principio regolatore delle relazioni sociali: tutto quello che da piacere, foss’anche contro natura, è bene, tutto quel che provoca dolore è male. Qui sta la radice della giustificazione filosofica ed etica del cinismo egoico e del profitto assoluto, a scapito di qualsiasi solidarietà o bene comune.

Adam Smith, che per Gotti Tedeschi è un “moralista cristiano” ed in quanto tale un ottimista, muove dalle basi filosofiche poste da Berkeley e Bentham. Egli ha tradotto in termini di individualismo economico le posizioni soggettiviste berkeleiane e benthamiane. Lo scopo dell’economia non ha nulla a che fare con la condivisione comunitaria del lavoro e dei suoi frutti ma è identificato nel perseguimento individuale del massimo profitto/piacere con il minimo costo/dolore. Se tutti sono lasciati liberi di perseguire il proprio egoistico fine individuale l’umanità godrebbe, alla fine, per la virtù della mano invisibile, della più ampia e pacifica prosperità collettiva.

Il padre del liberismo trovò nel sensismo edonista propugnato da Bentham, ribaltamento permissivista

Adam Smith (1723-1790)

dell’antropologia negativa protestante, la base etico-filosofica per giustificare l’individualismo economico. Anche la “sympathy” smithiana, ossia la pietosa comprensione del prossimo, nasconde, piuttosto che il volto della misericordia e della carità evangelica, questo riferimento edonistico: comprendere l’altro da sé è cosa buona fino a che mi procura piacere facendomi sentire “buono”, perché invece quando tale comprensione si scontra con il mio interesse, e richiede il mio sacrificio personale per soccorrere il prossimo, allora diventa un approccio economicamente pericoloso.

L’etica individualista che, al contrario dell’etica cattolica, esalta la centralità assoluta del soggetto libero da ogni condizionante “sovrastruttura”, divina o politica, affida alla magia della “mano invisibile”, anonima ed inquietante presenza della cui identità non è lecito chiedere (non si rifletterà mai abbastanza sul senso esoterico della smithiana “mano invisibile”), la realizzazione del bene universale mentre. In realtà essa nasconde la filosofia dei libertini, la crapula erotica ed eretica.

L’affermazione, in forma di ferrea legge economica (“massimo profitto al minimo costo”), del benthamiano principio del piacere sancisce, nell’ambito del vivere sociale, il primato utilitarista del soggetto come nuovo ed inaudito imperativo (a)morale in base al quale riorganizzare il mondo adeguandolo al solipsismo edonista. Una umanità di solitarie monadi individuali, associate da instabili rapporti sinallagmatici di interesse e sedotte dalla prospettiva del piacere immediato per tutte e per ciascuna.

Prima di Adam Smith

L’assoluto pessimismo antropologico della teologia luterana, che proclama l’invincibile corruzione della natura umana, ha accreditato l’idea, di antiche origini gnostiche, della salvezza conseguibile mediante il peccato. L’“egoismo virtuoso” di Adam Smith è la trasposizione socio-economica della nozione etico-teologica di Lutero circa il “peccato salutare”. Per Adam Smith il pullulare concorrenziale degli interessi individuali finisce sempre per comporsi spontaneamente in un’armonia universale e senza ombre, a condizione che la “legge della domanda e dell’offerta” sia lasciata libera di agire senza intromissioni extra e sovra-economiche.

Adam Smith non è stato però il primo traghettatore in economia del luterano “peccato salutare”. Il merito va a Bernard de Mandeville, strano personaggio ad un tempo psichiatra, filosofo ed economista. Nell’opera la Favola delle Api Mandeville aveva sostenuto, prima di Adam Smith, essere i “vizi privati” – il lusso, la lussuria, la ghiottoneria e simili – la radice, se non contrastati, delle “pubbliche virtù” e dei “pubblici benefici”, ovvero della pubblica prosperità. Ciò perché, secondo Mandeville, per preparare cibi ghiotti, per fabbricare oggetti di lusso e soddisfare lussurie lavorano operai, si accumulano capitali, funzionano macchine e si producono profitti.

Non può sfuggire la natura luciferina della suggestione di Mandeville ad abbandonarsi ai peccati ed ai vizi per consentire alla “mano invisibile” di dispensare senza sforzo la felicità ed il tornaconto universale: l’economista liberista ha come padre, non troppo segreto, il libertino nichilista.

Il liberismo, infatti, storicamente non si è mai dato senza il permissivismo anche laddove esso ha preteso di accompagnarsi all’austero moralismo protestante. Infatti nel modello “conservatore” del liberismo il permissivismo sussiste proprio mentre è ipocritamente dissimulato (i “vizi privati”) dietro il più cupo e rigido moralismo imposto dall’antropologia negativa. Invece nel modello “liberal” del liberismo, accarezzato dalle varie sinistre libertarie post-comuniste e che sorge dal rovesciamento naturalistico del pessimismo antropologico, il permissivismo è accettato e rivendicato fino a farne una “pubblica virtù”.

Nella citata The Fable of the Bees: Or, Private Vices, Public Benefits (1714), Mandeville narra di un alveare, potente per lusso e ricchezza, nel quale tuttavia le api lamentando la corruzione e la frode generalizzate, che pur sanno essere la fonte del loro lusso e della loro ricchezza, costringono la divinità a restaurare la moralità pubblica provocando, così, l’immediato impoverimento e declino dell’intero alveare.

L’alveare che Mandeville descrive è in realtà l’Inghilterra anglicana di Adam Smith nella quale egli, olandese di nascita, dopo essersi laureato nel 1691 con una tesi sulla filosofia di Cartesio, era emigrato, agli inizi del XVIII secolo, per praticare la propria professione di medico psichiatra. Un’Inghilterra nella quale egli si trovava perfettamente a suo agio. La mentalità calvinista di Mandeville, infatti, lo rendeva particolarmente adatto a comprendere l’essenza di una nazione, l’Inghilterra, organizzata in forma di monarchia costituzionale, protestante e giurisdizionalista, nonché dotata di un parlamento rappresentativo, di un bilancio amministrato con cruda filosofia aziendale, di una indipendente Banca centrale privata creditrice in perpetuo dello Stato e di un grande impero coloniale gestito dalle proto-multinazionali come la Compagnia delle Indie della quale Adam Smith era funzionario. Una Inghilterra nella quale si agitavano finanzieri, banchieri, imprenditori, assicuratori, mercanti, mediatori, avventurieri, panflettisti, politici e giornalisti in preda alla delirante mania di arricchirsi senza scrupoli morali, o extraeconomici, salvo poi ipocritamente criticare, nel nome di un peloso umanitarismo, la corruzione e l’egoismo sociale.

Mandeville, nella sua allegoria, ha fatto una chiara propaganda del luciferino concetto della salvezza mediante il peccato ossia, tradotto nei termini della sua filosofia sociale alla quale si ispirò Adam Smith, del concetto del pubblico beneficio, della pubblica prosperità, che si raggiunge mediante i vizi privati, mediante l’egoismo sorgente an-intenzionale di benefici generalizzati come avrebbe meglio puntualizzato, un secolo più tardi, Carl Menger, il padre viennese del marginalismo.

Karl Marx iniziò la sua riflessione filosofico-economica su basi smithiane e, non a caso, quando si imbatté negli scritti di Mandeville ebbe a definirlo “uomo onesto e mente chiara”.

Le ragioni ultime di una inconciliabilità essenziale ignorate da Gotti Tedeschi

Alla luce di quanto finora spiegato circa il retroterra filosofico di Adam Smith, non può non apparire perlomeno aporetica la convinzione di Ettore Gotti Tedeschi, in “Denaro e Paradiso”, per la quale «una buona economia si fonda su leggi naturali utili all’uomo».

Gotti tedeschi, molto probabilmente, con questa affermazione intende indicare – sulla scorta della Scuola di Vienna (von Mises e von Hayek) – l’idea che nel mercato sarebbe implicito un “ordine naturale” del quale le leggi economiche sarebbero espressione. Un ordine, dunque, immanente, “aristotelico” ma non “tomista”, che può darsi anche senza alcun fondamento superiore. Infatti Mises ed Hayek erano agnostici in tema religioso. Eredi del peggior deismo, in salsa massonica (a Vienna la massoneria ha sempre avuto un peso notevole nonostante gli Asburgo), essi non negavano l’esistenza di una generica “divinità” ma si limitavano ad osservare che la fede personale di ciascuno e l’etica conseguente non hanno nulla a che fare – se non nei termini della volontaria beneficenza – con la leggi, dure e ferree, dell’economia di mercato, intesa come unica vera e possibile forma di economia.

Ma se è così, siamo alquanto in controtendenza con la concezione cattolica per la quale l’economia è comunque sempre subordinata alla morale eteronoma della Rivelazione.

Ora il fatto è che questa morale eteronoma, mentre, come riconosce lo stesso Gotti Tedeschi, implica l’impossibilità della separazione dell’economia dall’Amore di Dio, ha quale fondamento principe  il passo di Luca 6,34-36

«E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dellAltissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Luca 6, 34-36).

Un liberista coerente non potrebbe che trovare “anti-economico” un comandamento del genere. Infatti esso ha dato pretesto alle posizioni pauperistiche in ambito cristiano. Tuttavia non si può, per moderazione conservatrice, far finta che questo comandamento non sia mai stato dato o sminuirlo fino a renderlo impraticabile e porlo nel dimenticatoio.

Per secoli la Chiesa ha cercato i modi per tenere insieme il “Nihil mutuum date inde sperantes” con la realtà mondana dell’economia segnata dalla attuale natura ferita dell’umanità post-adamitica. Ma nel fare questo Essa non ha barato. L’Aquinate come i francescani quattrocenteschi, individuando la tentazione autorefenziale della finanza quale pericolo principale per la salute spirituale e sociale delle comunità umane, hanno dato la giusta risposta – ossia che bisogna, con modi mutabili nel corso del tempo, reprimere l’autorefenzialità finanziaria e porre la finanza a servizio dell’economia – che è esattamente la risposta rifiutata dal capitalismo. Rifiuto prima silente e, dopo la crisi del XV secolo,  platealmente sempre più palese ed arrogante.

Le ragioni per le quali i tentativi di mettere assieme Rivelazione e liberismo trovano insormontabili difficoltà sono evidenti anche guardando alle radici anticotestamentarie del Cristianesimo. Il profeta Amos era un pecoraio e coltivatore di sicomori chiamato a svolgere la sua missione profetica nella prospera capitale del regno settentrionale di Israele, Samaria, città, in pieno VIII secolo a.C., fiorente di commerci ed attività economiche. Egli non esitò a rivelare in modo chiaro cosa Dio pensasse di tutta quella floridezza economica e dei mercanti che la rendevano possibile:

«Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, e bevono il vino confiscato come ammenda nel tempio del loro Dio… Voi siete oppressori del giusto e incettatori di ricompense… Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia».

Meditando su questo ed altri passi biblici e sulle relazioni tra religione e società nel medioevo, lo storico Jacques Le Goff è giunto alla conclusione che: «Nel rapporto col danaro l’Europa possiede una sua “personalità”, che le viene proprio dalla Chiesa, la quale si è sempre riservata il diritto di giurisdizione e di giudizio sui trattati commerciali come sui prestiti a interesse. Penso sia questa la ragione per cui ancor oggi in Europa esiste un capitalismo diverso da quello americano, dal momento che tiene conto di preoccupazioni di ordine etico e morale».

Purtroppo quel “capitalismo sociale” di tipo europeo, al quale si riferiva Le Goff, non esiste più da tempo, distrutto dalla rivoluzione neoliberista inaugurata dalla Thatcher e da Reagan ed implementata nell’eurozona dalla Germania ordoliberale, tra gli applausi dei catto-liberisti come Ettore Gotti Tedeschi.

Nonostante ogni sforzo di mediazione, come quelli portati avanti da Gotti Tedeschi, nella ricerca di punti di compromesso pratico e di convivenza tra liberismo e Cattolicesimo le motivazioni di fondo di uno scontro teologico e filosofico riemergono di continuo. Non a caso i liberali più coerenti, in materia di etica e bioetica, sono sempre su posizioni contrarie a quelle cattoliche. Per un liberale coerente nessuna Autorità e nessun Magistero può pretendere di insegnare alla coscienza personale, il cui giudizio resta sempre intangibile (per accordare poi le singole coscienze si ricorre alla teoria del fondamento contrattualista della società, rappresentata dai liberali come un “contratto sociale” per regolare le utilità indispensabili della vita: contratto chiamato anche “costituzione”). In base a tale visione liberale non si potrà mai negare la natura di “diritto” alle pulsioni individualiste: siano esse quelle abortiste, siano esse quelle omosessuali, siano esse quelle clonazioniste. Insomma “libera etica in libero mercato”!

Questo, e nient’altro, è il liberalismo. Quello reale, naturalmente, non quello del mito “catto-liberista” coltivato dai think tank neocon, come l’Acton Institute, che in materia economica pronunciano “dogmi” indiscutibili e irriformabili, secondo i quali viviamo nel migliore dei sistemi possibili, il problema della povertà si risolverebbe da solo permettendo ai ricchi di diventare sempre più ricchi, abbattendo il welfare e lasciando l’assoluta autonomia ai mercati finanziari che non sarebbero ancora del tutto liberi.

La ragione ultima dello scontro teologico e filosofico l’aveva, con onestà intellettuale, individuata Ludwig von Mises quando annotava che la difficile compatibilità tra liberalismo e Cattolicesimo sta nell’ultramondanità del secondo opposto al carattere assolutamente secolare e mondano del primo.

In fondo, qui, il pensatore “viennese” prendeva atto, scegliendo da parte sua il transeunte e non l’Eterno, di quanto Cristo ci ha svelato

«Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?» (Mc. 8,36)

ed ancora

«Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine guastano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in Cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano. Perché dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Mt. 6, 19-21).

Lo spirito del capitalismo non è, nella sua essenza, proprio questa libido di conquista e di dominio del mondo intero? Non consiste, forse, il capitalismo nell’accumulare tesori sulla terra sicché il cuore resta prigioniero dell’immanenza senza possibilità di accedere ai Cieli, come accadde al defunto avaro dal corpo del quale era scomparso il cuore e che su invito di sant’Antonio di Padova fu ritrovato nel forziere imprigionato dalle ricchezze accumulate lungo tutta una vita?

 Luigi Copertino

NOTE

  • 1) Stefano Fassina “Il lavoro prima di tutto”, Donzelli, Roma, 2012. Lo smantellamento reaganiano del Welfare State ha costretto le classi medie, al fine di conservare il precedente tenore di vita, ad indebitarsi con la finanza apolide per pagare quei servizi, in primis gli studi dei figli e le spese sanitarie, prima a carico dello Stato. Il neoliberismo, impostosi contro le inefficienza (presunte) dello Stato sociale, si è rivelato un epocale favore al grande capitale transnazionale. Dall’ampia citazione delle fonti economiche e statistiche dello studio di Fassina riportiamo, a titolo esemplificativo, questo sintetico passaggio, pp. 17.18: «La crescita a debito non sarebbe potuta sopravvivere a lungo se fosse stata accompagnata soltanto dalla politica monetaria iper-espansiva della Federal Reserve. Il meccanismo ha retto grazie al comportamento delle classi medie delle economie emergenti. Il prestito al consumatore americano veniva dall’eccezionale risparmio accumulato dalla middle class emergente delle metropoli asiatiche. Un flusso di risparmio che si spostava in senso opposto a quanto è sempre avvenuto nella storia: dalle economie più povere alle economie più ricche. Dalla Cina, dall’India, dal Sud-est asiatico, dai paesi esportatori di petrolio agli Stati Uniti e alle altre principali economie di stampo anglosassone. Un risparmio accumulato contro i rischi sociali da middle class insicure del loro status, sprovviste del welfare rooseveltiano o socialdemocratico tipico … delle democrazie occidentali (…). Un risparmio canalizzato dalle autorità monetarie verso i titoli del Tesoro e le obbligazioni bancarie statunitensi al fine di tener artificialmente sopravvalutato il dollaro e di non minare il potere d’acquisto del consumatore americano (…). Insomma, le degenerazioni della finanza coprivano e rendevano politicamente, oltre che economicamente, sostenibile l’impoverimento relativo e assoluto delle classi medie delle economie mature. Il ciclo conservatore sarebbe stato certamente meno lungo senza la finanza e il credito facile (…). La vicenda delle classi medie statunitensi è stata la più segnata dal paradigma del fondamentalismo di mercato, ma quasi tutti i paesi sviluppati, in particolare i paesi anglosassoni, hanno avuto storie simili. In alcuni rapporti, nel 2008 … l’Ocse documenta il drastico peggioramento della distribuzione del reddito avvenuto quasi ovunque nelle economie mature. L’Italia è, tra i paesi Ocse, tra i primi classificati in termini di disuguaglianza».
  • 2) Ettore Gotti Tedeschi “Se i soldi vengono ben usati” in Il Timone, luglio-agosto 2014, n. 135, ora reperibile anche sul sito “BastaBugie”.
  • 3) Lo afferma l’evangelista Giovanni, nell’incipit del suo Vangelo, “In principio era il Verbo” … tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv. 1,1-3). Lo ribadisce san Paolo nell’Inno cristologico in Colossesi 1,15-17, “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose … tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui”. Lo conferma Francesco d’Assisi quando del sole canta “Di Te, Altissimo, porta significatione”. Il santo di Assisi, infatti, se da un lato, nel suo Cantico delle creature, polemizzava implicitamente con gli gnostici del suo tempo, ossia i catari, dall’altro lodava il Verbo/Principio dal Quale tutte le creature sono ontologicamente partecipate. Quello di Francesco non è panteismo ma lode del Verbo di Dio, Principio e Creatore di tutte le cose e quindi “informatore”, nel senso di Colui che da forma e pertanto imprime sulle e nelle cose un segno di Sé.
  • 4) Confutazione, però, sempre parziale perché Max Weber aveva comunque ben colto che con la teologia predestinazionista di Calvino veniva introdotto un elemento, antitradizionale, capace di far deviare l’etica economica verso l’individualismo assoluto.
  • 5) Cfr. Mario La Floresta “La gnosi mercantile” in “Il Silenzio di Sparta”, Aprile 1997, p. 38.

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