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LA CRISI ECONOMICA E LA PROPOSTA DI UNA RINNOVATA ALLEANZA TRA CAPITALE, LAVORO E COMUNITA’. Di Roberto De Albentiis

Questo scritto era originariamente un articolo pubblicato nel 2014, motivato dalla vicenda relativa all’AST di Terni da anni in perenne crisi assieme a tutta la siderurgia italiana. Partendo da alcuni semplici dati normativi, costituzionali e codicistici, e dalla formazione universitaria di tipo giurisprudenziale dell’autore, si era cercato di dare al lettore qualche spunto di riflessione su un possibile superamento dell’attuale situazione di crisi economico-sociale e, soprattutto, su una possibile rifondazione della nostra comunità nazionale o, meglio, un ritorno alle sue origini. A distanza di tre anni, a seguito di nuovi studi, e soprattutto alla luce della persistente crisi dell’Italia, è possibile concludere che il presente scritto non abbia affatto perso la sua attualità e che, al contrario, abbia acquistato un maggiore significato. Solo invertendo totalmente in maniera radicale e decisa la rotta e solo con un ritorno integrale del ruolo della Comunità (intesa come unità di popolo, storia e destino) e del dominio e della direzione della Politica sull’Economico si potrà riemergere dal pantano e dal baratro in cui siamo (stati) precipitati per troppi anni.

Su quel dato di fatto che è la crisi economica e sociale la letteratura, tanto manualistica quanto giornalistica, è ormai abbondante e, per altro, non è in grado di proporre soluzioni efficaci (si pensi alle dichiarazioni dei Ministri dell’Economia e del Lavoro dei diversi governi succedutisi in questi anni sempre puntualmente e impietosamente smentite dai fatti); i dati sulla disoccupazione giovanile, sulla chiusura delle PMI (Piccole e Medie Imprese), sui licenziamenti e sull’assenza di copertura e sullo smantellamento delle politiche sociali sono facilmente rintracciabili, ad esempio, nei vari articoli e inserti di quotidiani come “il Sole 24 Ore”, non certo un foglio protezionista o comunitarista.

L’Italia, un tempo una delle prime economie europee e mondiali, si trova da trent’anni circa in una crisi da cui sembra non poter più uscire: smantellati i settori agricolo (vedasi l’incredibile caso proprio dell’Italia, costretta ad importare agrumi e, nel contempo, a causa delle quote europee, a distruggere quintali di derrate alimentari, dal latte all’olio) e industriale (vedasi, invece, il fenomeno delle delocalizzazioni, anch’esso, peraltro, favorito dalla legislazione europea, o la perdurante assenza, a livello centrale nazionale, di una sede politica e amministrativa di coordinamento delle politiche industriali), all’Italia non rimane che quello finanziario e mobiliare, peraltro anch’esso oramai in difficoltà.

L’adesione acritica alle istituzioni comunitarie, ai trattati di libero scambio come il CETA e, soprattutto, alla filosofia economica monetarista che costituisce la loro base ideologica, ha distrutto il sistema-Paese italiano come altri sistemi (l’esempio della Grecia basti per tutti), mentre, all’opposto, Paesi che l’hanno rifiutata (Argentina, Russia) – o, pur mantenendola, l’hanno enormemente ridimensionata (Ungheria e Polonia) – sono riusciti a rimanere stabili o, addirittura, a crescere in controtendenza, così come, volendo fare alcuni paragoni storici, gli unici Paesi che durante la grande crisi del 1929 riuscirono a evitarla o a invertire la rotta e continuare/tornare a crescere, furono, rispettivamente, l’Italia e la Germania (peraltro non solo invidiate da Paesi come Regno Unito e Francia ma, addirittura, copiati neanche tanto velatamente dagli USA del New Deal rooseveltiano).

Tuttavia la ricerca di una soluzione alla crisi non possono trovarsi genericamente nella “crescita” che, pur importante, da mezzo sembra essere ormai divenuta un fine, anche per chi denuncia tale situazione: la mentalità (neo)capitalista sembra aver permeato ormai tutti, in una sorta di nuovo pensiero unico globalizzato, in cui sono permesse solamente alcune sfumature formali e in cui gli uomini sono uniformi a partire proprio dalla loro interiorità e individualità. L’imprenditore produce solamente per crescere e guadagnare e più l’impresa diventa grande più i guadagni diventano grandi e astratti, lontani dalla produzione di beni concreti e diretti a quelli che vengono chiamati, asetticamente, “strumenti finanziari”. Così come l’imprenditore, anche il lavoratore, ormai assimilato in tutto e per tutto a una merce , vedasi l’orrenda definizione di “capitale umano” o nei trattati europei l’inserimento delle persone sempre tra le merci e i capitali, come se la persona potesse essere assimilata ad una res o ad una merce lavora e produce solamente per guadagnare un salario che gli permetterà di comprare e spendere o di investire in strumenti finanziari. Imprenditore e lavoratore sembrano davvero essere uniti nello stesso identico ingranaggio capitalista, ma davvero esiste solo questo orizzonte, davvero non sono possibili soluzioni alternative? Nell’epoca del trionfo planetario del capitalismo finanziario, ottimo affare per pochi ma una condanna per l’assoluta maggioranza, il dibattito sulla ricerca di possibili alternative all’attuale sistema economico, che sta facendo fallire gli Stati e ne sta distruggendo il tessuto sociale ed etico, è più urgente che mai.

Fin dalla sua origine vi è nel modello neoliberale e monetarista un tratto antidemocratico e anticomunitario fondamentale che deriva dalla volontà esplicita di sottrarre le regole del mercato all’orientamento politico dei governi legittimi, consacrandole come regole inviolabili, perfino naturali, che si imporrebbero a qualunque governo e popolo, a prescindere dalla maggioranza elettorale e dalle radici culturali, etiche e storiche.

Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) e dalla fine della Guerra Fredda (1991-1992), il modello monetarista e capitalista (o meglio neocapitalista, in quanto, come detto, sempre più astratto e sempre più diretto e concentrato verso gli strumenti finanziari) è riuscito a imporsi in quasi tutto il mondo, non avendo più nel modello socialista reale e nei Non Allineati delle valide alternative, ed essendosi il modello occidentale di economia sociale di mercato e di welfare state socialdemocratico (visto, secondo alcuni autori, sia come una grande conquista sia, anche, come un compromesso e un contentino che le élites politiche ed economiche occidentali avevano dato ai propri lavoratori per sottrarli alla seduzione socialista e comunista) enormemente ridotto. A distanza di più di vent’anni da quegli eventi possiamo cominciare a ridiscuterli e a constatarne il fallimento; come a constatare l’emersione nonché il successo di nuove vie economiche. Nuove vie, però? Se osserviamo le scelte di alcuni Paesi prima citati (come l’Argentina, la Russia e l’Ungheria, peraltro molto diversi tra di loro) possiamo notare, pur nel quadro di un’economia liberale, il ritorno di una forte presenza pubblica dirigista; ma l’economia non può bastare, non può essere questo il solo orizzonte, come anche un mero dirigismo, pur benvenuto, non è sufficiente e se andiamo ad osservare le situazioni anche dal punto di vista politico non possiamo non notare una forte saldatura tra ceti produttivi (proletario e imprenditoriale) e tra questi e la comunità politica (basti ricordare che il consenso di cui godono i rispettivi Capi di Stato e di Governo è assai elevato). E tutto ciò, in Italia come in altri Paesi europei che (peraltro in maniera assai diversa gli uni dagli altri) avevano intrapreso la via di questo esperimento, aveva e ha un nome: Corporativismo.

Tralasciamo pure le storte di naso che molti potrebbero avere davanti a questo termine, tale termine e tale teoria non risale a determinati anni del secolo scorso, ma, prima ancora, alla riflessione politica e giuridica ottocentesca (per l’Italia basti il nome di Giuseppe Toniolo) e, ancor prima, al concreto modello storico medievale (come indicato da Papa Leone XIII nelle sue encicliche sociali come la famosa “Rerum novarum”, ripresa poi dai successivi pontefici Pio XI, con la “Quadragesimo anno”, ancora più radicale, e San Giovanni Paolo II, con la sua “Centesimus annus”, che invero ridimensiona un po’ la portata “rivoluzionaria” delle due encicliche sopra citate) e non è possibile quindi operare una facile squalifica, né del corporativismo né di altri due concetti ad esso legati: l’organicismo e il comunitarismo. Ovvero, la visione della società come un organismo vivente e vitale, con ogni membro, tanto persona fisica quanto persona giuridica, legato l’uno all’altro e la supremazia della comunità e dell’interesse generale e del bene comune sulle visioni particolari e individualiste.

Al netto di differenze teoriche e attuazioni pratiche varie (si pensi alle differenze tra il regime fascista italiano, lo Stato salazarista portoghese, la teorizzazione gremialista latino-americana che però tentava una conciliazione con il capitalismo), potremmo individuare alcuni semplici caratteri comuni propri dell’idea e dell’esperienza corporativa: il forte (ma non oppressivo ed esclusivo come nel collettivismo) indirizzo politico della vita economica; l’orientamento della politica economica secondo criteri superiori di giustizia e bene comune (mentre oggi si parla di bilanci o di generici e astratti “vincoli europei”); il contenimento e il superamento della lotta di classe (che esiste ancora eccome, a prescindere da ciò che dicono i difensori dell’ortodossia monetarista) tramite la ricerca di una mediazione tra capitale e lavoro e la loro alleanza in vista di supremi fini nazionali; non ultimo, la presenza di una forte filosofia politica comunitaria e organica.

Chiaramente, il corporativismo di cui parlavano Leone XIII e Pio XI era ben diverso dalle politiche statali dei singoli Paesi cattolici o dei singoli regimi politici vicini alle istanze ecclesiali: la differenza stava, in primis, nel carattere naturale e spontaneo delle corporazioni (che, risalenti ai collegia romana e alle gilde medievali, erano sopravvissute fino alla Rivoluzione francese e alle varie rivoluzioni liberali ottocentesche); nondimeno, Pio XI, nella sua già citata “Quadragesimo anno”, ebbe parole di elogio per le teorizzazioni e le realizzazioni fasciste, che al sistema delle corporazioni sembravano ridare vita.

In Italia tutto ciò fu attuato (per quanto molte cose, a causa di ben note contingenze storiche, rimasero sulla carta e non ebbero vita piena) grazie alla Carta del Lavoro (1927) e al progetto della Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (1943) e tracce importanti furono date anche dalla copiosissima (e in gran parte ancora vigente) legislazione sociale e laburista fascista e dalla codificazione codicistica civile del 1942 (anch’essa ancora in vigore). Se si supera un certo ideologico feticismo costituzionale sarà possibile trovare tracce di ciò anche nel testo della Costituzione repubblicana del 1948 e ciò non deve stupire: la gran parte dei giuristi che la redasse aveva un importante trascorso fascista (così come, del resto, gli stessi giuristi fascisti avevano un forte passato liberale, pur temperato e superato dalle nuove idee politiche).

Tra le due guerre mondiali, il Corporativismo rappresentò per molti intellettuali e giuristi italiani, anche di diverso orientamento politico (si pensi alle distanze tra un Luigi Einaudi, esempio di puro liberale e teorico della “corporazione aperta”, e un Ugo Spirito, appartenente alla sinistra idealista del fascismo e teorizzatore della “corporazione proprietaria”), la “nuova scienza economica”, capace di porsi oltre le teorie economiche comuniste e liberali, e tale esempio di riflessione e politica economica è e rimane attualmente insuperato dall’Unità ai giorni nostri.

Il famoso e mai attuato Titolo III della Costituzione (artt. 35 – 47), così come gli artt. 52 – 54 del medesimo testo, ricalcano il testo di Salò e possono essere benissimo letti in chiave comunitaria e sociale (e del resto la riflessione sociale e personalistica delle leggi e dei diritti era iniziata da parte dei giuristi almeno negli anni ’20 – ’30, ben prima quindi della promulgazione della Costituzione “più bella del mondo”), senza stravolgere e inventare nulla; e, per via del principio di unitarietà dell’ordinamento, alla funzionalizzazione sociale della proprietà indicata nella Costituzione si può affiancare benissimo il concetto codicistico di pubblico interesse (artt. 832 – 833 e 2595).

Il diritto e l’economia, due grandi campi del sapere, sono molto più collegati di quanto si possa pensare: le questioni politiche, giuridiche ed economiche vennero in passato studiate e trattate assieme (basti per tutti il nome di Aristotele) e uno dei principali segni della sovranità giuridica e politica di uno Stato (una città o un regno o un impero) era dato dalla possibilità di battere moneta; e del resto, oggi, non passa giorno in cui non si discuta dell’influenza dell’economia sul mondo politico o dei riflessi (pubblicistici o privatistici) del diritto nell’economia.

Una delle prime materie che si studia nelle facoltà di Giurisprudenza è l’Economia Politica, così come tra gli ultimi esami si ritrovano la Scienza delle Finanze, il Diritto Tributario (derivato da quest’ultima) e il Diritto Pubblico dell’Economia; e certo, in tempi di capitalismo assoluto, di dominio dell’economia sulla politica, è impossibile non considerare e studiare le questioni economiche, fiscali, monetarie e tributarie.

Il maggior problema della politica odierna è la questione della sovranità: dove si trova? Che fine ha fatto? Da chi è stata usurpata? Lo Stato non è più sovrano, sia che si considerino questioni interne che internazionali, così come non è più sovrano il popolo, sempre più defraudato. E se parliamo dell’assenza di sovranità politica (e, nel caso dello Stato, pure militare), non possiamo non parlare dell’assenza di sovranità economica e monetaria: sempre più gli Stati sono vittime di debiti detestabili e non possiedono la sovranità relativa all’emissione di moneta: e senza sovranità monetaria non si possono portare avanti progetti di opere pubbliche e investimenti pubblici, e senza questi progetti l’economia reale ristagna e regredisce.

La crisi odierna, così come nel 1929, potrebbe essere superata proprio rimettendo al centro la politica e la persona: la prima non intesa in senso partitico o fazioso, ma umano e sociale, e la seconda come il centro di una fitta serie di relazioni personali, lavorative, familiari e non, quindi, il liberale e monadico individuo. Come si è visto, si ritiene necessario partire proprio dalla valorizzazione del lavoro e della proprietà e della loro funzionalizzazione sociale pubblica e nazionale presente nei testi della Costituzione e del Codice Civile e, anche, nella recente e attuale riflessione dottrinaria e parlamentare sui cc.dd. “beni comuni”. Si potrebbe perché due ostacoli impediscono, almeno al momento, ciò: l’appartenenza alle istituzioni comunitarie, che hanno avocato (ma, volendo si potrebbe anche usare il termine giornalistico “scippato”) la sovranità nazionale e il potere decisionale agli Stati e ai rispettivi Parlamenti e Governi, imponendo addirittura cambi alle Carte Costituzionali (vedasi l’art. 81 della nostra Costituzione, modificato con l’inserimento e la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio senza alcun dibattito pubblico) o il loro svuotamento sostanziale; soprattutto, la totale assenza di volontà decisionale della politica, cieca e sorda alle situazioni contingenti, troppo occupata a trattare di problemi minori o addirittura inesistenti o ad applicare, ancora, ricette economiche fallimentari che ammazzano il paziente.

Una cosa però è certa: così non si può continuare. E, del resto, se le attuali politiche si sono rivelate fallimentari perché non tornare alle vecchie, ancorché politicamente scorrette, fermo restando il loro adeguamento alle situazioni attuali e la loro depurazione dagli errori passati? Il sistema corporativo fu al centro della riflessione politica e giuridica di almeno due secoli (la seconda metà del XIX e la prima metà del XX), fu in vigore per almeno due decenni (lasciando un’impronta peraltro ancora in parte presente nel nostro sistema di leggi) e, soprattutto, rappresentò per lo stesso periodo di tempo la speranza di tutti i ceti (non di uno solo, quello proletario o quello imprenditoriale, ma di tutti, che si riconoscevano in un’unica Nazione e in un’unica idea patriottica) di miglioramenti nella propria vita economica e personale e di partecipazione alla vita politica della propria Patria, Madre comune e garante della giustizia e del benessere. Operare nei suoi confronti una scorretta reductio ad Hitlerum è ormai una cosa che non è più accettabile, altresì considerando, non solo il fatto che ci sono Paesi, anche all’interno dell’Unione Europea (come l’Ungheria) che a tale indirizzo politico-economico si sono avvicinati tanto (almeno nella parte relativa alla forte presenza statale e alla conciliazione tra interessi contrapposti), ma, per giunta, che, in teoria, sarebbe possibile attuare tale politica in perfetta conformità con la Costituzione repubblicana, Grundnorm e centro finale del nostro sistema codicistico e legislativo.

Solo tornando a un’alleanza tra capitale e lavoro, tra classi e ceti produttivi, tra questi ultimi e lo Stato (e, in ciò, ribadendo la parità tra diritti, doveri e compiti di ognuno, Stato, corpi intermedi, famiglie e cittadini), si potrà uscire, o almeno provare ad uscire, da questa endemica e congiunturale situazione di crisi; ma per fare ciò non si potrà non ribadire la centralità e la superiorità del pubblico interesse, del bene comune e patriottico verso cui tutte le attività, pubbliche e private, devono concorrere e devono essere dirette e finalizzate.

Si scrisse questo articolo per lanciare uno spunto ai lettori, soprattutto colleghi di studi e operatori del diritto, partendo da riflessioni personali maturate durante la frequentazione delle lezioni e lo studio degli esami di Diritto Civile e di Diritto del Lavoro e durante lo studio dell’esame di Diritto Commerciale; soprattutto a proposito di quest’ultima materia, colpì negativamente il suo essere slegato dal Diritto del Lavoro, col quale dovrebbe formare un tutt’uno, almeno teorico: non c’è lavoro senza impresa, come non c’è imprenditore senza lavoratori. Se in un manuale di Diritto del Lavoro (come il Santoro-Passarelli) è possibile trovare piccoli capitoli di Diritto Commerciale, così, incredibilmente, non avviene invece nei manuali di Diritto Commerciale (come l’universalmente noto Campobasso, mentre l’unica minoritaria eccezione che ho riscontrato è rappresentata dal Fiale): l’attività d’impresa appare astratta e slegata dalla realtà lavorativa ed entrambe appaiono slegate dalla realtà nazionale.

Se ciò sembra essere ignorato dalla dottrina così, invece, pare non essere nella realtà: tornando alla vicenda dell’AST di Terni richiamata all’inizio (un’operazione di azionariato popolare di cui si fecero promotori gli stessi operai), fu molto bello leggere nell’articolo di un giornale locale la notizia che le imprese del Comune e della Provincia di Terni erano solidali e unite nella lotta dei lavoratori delle acciaierie. Ciò dimostrava e dimostra ancora come sia possibile fare fronte comune in nome del bene comune, del lavoro e anche di un’idea patriottica (encomiabili sono, ad esempio, le lotte e le discussioni nazionali degli operai ternani, segno anche che la questione operaia non è slegata dalla questione nazionale). Se lo Stato moderno si caratterizza per il monopolio del politico, per cui si può parlare anche di un’identità tra lo Stato e il politico, se il politico è autonomo e privato, se esso non è una derivazione della cultura, come si diceva un tempo, e non è neanche una derivazione dell’economia, come si dice oggi, lo Stato, come riunione dei ceti e dei corpi intermedi (che ad esso pre-esistono) e come contenitore e protettore della società, ha tutto il diritto e anzi il dovere, proprio per proteggere quei ceti, quei corpi intermedi, quella società, di intervenire nel campo economico, per non lasciare ad esso e al suo arbitrio e capriccio l’ultima parola sul suo destino e sul destino delle persone e dei cittadini. Se il capitalismo assoluto, per affermarsi, ha bisogno della neutralità del potere (che prima circuirà e corromperà per ottenerne l’asservimento e poi distruggerà), allora proprio lo Stato deve riaffermare il suo carattere etico, il suo potere, il suo indirizzo nella politica economica e industriale e il suo primato e con esso il primato del popolo e della comunità sul mercantile e sul guadagno apolidi.

Tutte le proposte possibili, anche quelle più diverse tra loro, fatte dai vari autori nei rispettivi testi citati in bibliografia (il potenziamento della Cassa Depositi e Prestiti, la stesura di piani di intervento industriali tra Stato e Regioni, la modifica dei Contratti Collettivi Nazionali, la resa effettiva della partecipazione dei lavoratori alla formazione della volontà imprenditoriale e agli utili, financo l’istituzionalizzazione dei sindacati e la modifica del Senato con la sua trasformazione in una camera rappresentativa degli interessi produttivi…) non possono trovare attuazione se lo Stato non si riprende la sua sovranità, interna ed esterna; non senza, quindi, un recupero del patto sociale tra cittadini e istituzioni e tra corpi intermedi, enti locali e Stato, e non senza un abbandono delle istituzioni e dei trattati – monetari, ma non solo – dell’UE.

Ma la ricerca di una nuova via (o il recupero nuovo di un’antica via), quale è quella corporativa o neo-corporativa, secondo alcuni autori quella di un vero e proprio “Corporativismo del Terzo Millennio”, non può però implicare solamente una diversa concezione dell’economia, ma una vera e propria nuova e diversa concezione del mondo, dell’uomo, della comunità, dello Stato: lungi dall’essere un mero riformismo interclassista interno al capitalismo, non messo in discussione, e proprio nell’evidente e rinnovato fallimento delle democrazie liberali, sempre meno democratiche e sempre più schiave degli interessi egoistici ed usurai di pochi, spesso nemmeno cittadini, l’idea corporativa e la sua concezione organicistica, comunitaristica, inclusiva dello Stato (uno Stato che vuole, ottiene, riconosce la partecipazione effettiva della cittadinanza alla formazione e all’applicazione della volontà statale) e del popolo ed esclusiva delle logiche egoistiche tanto del proletariato e dei sindacati quanto del rapace capitale, in cui ogni cittadino diventa a livello concreto parte attiva della gestione della politica, dell’economia e del proprio destino, risulta essere la risposta e la soluzione migliore.

Del resto, cosa è una Nazione, la nostra Nazione, senza i suoi Comuni, i suoi villaggi e campanili, i suoi campi, i suoi laboratori artigianali, le sue fabbriche e industrie? Ma anche con tutto ciò, per non cadere in un mero riduzionismo marxista, che cosa sarebbe una Nazione senza il suo retaggio etnico e le sue radici spirituali?

Ma tutto questo, come detto, non può che aversi con il rovesciamento totale, tanto economico quanto politico, sociale e giuridico, del paradigma liberale, come, anche, non si può astrarre nessuna rivoluzione (o controrivoluzione) politica dallo spirituale e dall’educazione. Il celebre politico cattolico del secolo scorso, il portoghese António de Oliveira Salazar, economista e giurista, nel contesto di un Portogallo in forte crisi politica e sociale, affermava che “il problema nazionale è innanzitutto un problema di educazione…occorrono dei veri uomini ed è necessario educarli”; e, ancora, che “Il problema nazionale è quello dell’educazione e dello sviluppo integrale e armonioso di tutte le facoltà dell’individuo e non della sola intelligenza.”. Ciò è di sorprendente attualità, oggi più che ancora di ieri, perché l’imbarbarimento di una Nazione può riguardare tanto il popolo e la società quanto la politica, l’economia e, appunto, l’educazione.

Anche collegandosi a un tema di attualità, non certo slegato a tematiche socio-economiche, la discussione tra jus soli (pratica, quest’ultima, che eroderebbe i diritti sociali dei cittadini e soprattutto imbastardirebbe la Nazione, relativizzando le radici e le identità) e jus sanguinis, non possono che venire in mente come vere e attuali le parole dell’illustre politico e giurista Alfredo Rocco: “La Nazione è la collettività di tutti gli individui che, attraverso le successive generazioni, vivono stabilmente su un determinato territorio, e per la comunanza dell’origine etnica, della lingua, delle tradizioni e degli interessi, hanno acquisito la coscienza della loro appartenenza ad un’unica collettività, avente fini propri e compiti propri da adempiere nell’evoluzione della civiltà moderna.” e “La nazionalità è un fatto spirituale, non un fenomeno fisico. Non appartiene alla nazione chi è nato e vive nel territorio nazionale, ma chi si sente ad essa spiritualmente legato.”.

E che concezione avevano i teorici del corporativismo, se non della Nazione come punto di partenza e di arrivo assoluto, in cui si identificano i gruppi e le persone, e della proprietà come funzione sociale al suo servizio?

Solo con il recupero della nostra tradizione classica, greca, romana e cristiana, stante la sostanziale continuità tra poleis greche, Roma e la Respublica Christiana medievale, in cui si concepiva la persona e non l’individuo (monade isolata e portatrice di una soggettività avulsa dal proprio ordine gerarchico e religioso) in cui il cittadino era parte attiva della sua comunità e suo dovere sociale era quello di obbedire alla legge e contribuire alla comunità, e in cui era prioritario il dovere sul diritto, potremo rispondere alle sfide impegnative di un futuro sempre più liquido, incerto, pericoloso e disgregatore delle comunità e dei rispettivi principi fondanti.

La Storia, dominata dalla Provvidenza di Dio, la Storia, il cui eroe, per citare Dom Prosper Gueranger e Lord Robert Baden-Powell, è Cristo, non è finita, come assurdamente e scioccamente dicevano gli autori della parte monetarista e neoconservatrice Milton Friedman, Francis Fukuyama e Samuel Huntington, ma prosegue, e anzi sta riservando sempre più sorprese al dominio del Mercato assoluto: la Storia è dei popoli, delle comunità e degli Stati che vogliono essere liberi, audaci e forti, e che vogliono (ri)prendere in mano la loro libertà e i loro valori contro  lo strapotere del Mercato, contro la deriva etica, economica e politica del liberalismo; che si tratti di guardare al passato o di cercare una nuova via nel presente, c’è ancora spazio per idee che possono cambiare il destino di popoli e comunità e assicurare loro un vero e degno futuro. In conclusione, ci si augura che questo piccolo pezzo, come detto, possa essere uno spunto per molti, e possa l’esempio locale di Terni essere da esempio perla Patria e le Patrie. Che l’homo oeconomicus possa finalmente cedere il passo all’uomo integrale, all’homo socius e al civisCivis di uno Stato che torni a garantire il lavoro come diritto e fondamento e lavoro che torni ad essere visto come una realizzazione di sé e della propria famiglia e soprattutto un dovere verso il prossimo concittadino e lo Stato intero e la comunità tutta.

 Roberto De Albentiis

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Mi sono inoltre basato sul seguente articolo:

Ast, verso lo sciopero generale, pubblicato su La Nazione il 14-10-2014

Ho inoltre riadattato e citato i due seguenti articoli da me scritti:

 R. DE ALBENTIIS,La crisi economica e la proposta di una rinnovata alleanza tra capitale, lavoro e comunità, articolo pubblicato suNomos – Grandi Spazi il 16-10-2014;

R. DE ALBENTIIS,La sovranità monetaria perduta e lo stretto legame con la sovranità politica perduta: un invito alla lettura, articolo pubblicato suNomos – Grandi Spazi il 21-1-2016

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