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L’APOLOGIA DEL FASCISMO E L’IPERTROFIA LEGISLATIVA. Di Roberto De Albentiis

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Una locuzione del mondo classico, sempre valida (del resto, classico è proprio ciò che è universalmente valido e che a distanza di anni e latitudini dice ancora qualcosa), riportata da Tacito ma che ha origini a sua volta nel pensiero greco, è la famosa Corruptissima re publica plurimae leges, riportata negli Annales: quando lo Stato è in crisi e corrotto, ecco che si moltiplicano le leggi, fatte spesso ad hoc o ad personam, o, anche, e questo è il nostro caso, per distrarre l’opinione pubblica. Del resto, ormai da almeno un ventennio, abbiamo assistito ad una continua e sempre più crescente ipertrofia legislativa, tanto in campo civile quanto penale, che hanno reso molto difficile per tutti (i cittadini, gli studiosi, gli interpreti e i pratici) muoversi nel campo delle leggi e quindi della civile convivenza: se facciamo un confronto con le leggi complementari allegate ai codici, il confronto tra un codice di oggi e un codice degli ultimi anni ’80-primi anni ’90 è spaventoso; la codificazione (fascista, sarà indagata e soppressa anche lei per apologia?) civile e penale di Rocco e Grandi è durata e dura, nonostante le modifiche, fino ad oggi, e prima ancora era durata per decenni quella dello Stato liberale unitario. Com’è possibile invece che oggi non si riesca a fare leggi che non siano valide che per pochi anni? E si tratta spesso di leggi scritte male, verbose, mal collegate tra loro, soprattutto, in certi casi, demagogiche: l’abbiamo visto con le unioni civili (una legge, la 76/2016, presentata come emergenza nazionale e che alla fine non ha riguardato che un migliaio di coppie), lo stiamo vedendo oggi con la proposta dell’onorevole Emanuele Fiano di inasprire la legislazione antifascista, inserendo un vero e proprio nuovo reato nel Codice Penale (codice, ricordiamo, promulgato nel Ventennio eppure ancora in vigore tanto fu scritto bene), in un periodo, quello estivo, in cui solitamente vengono votate e promulgate leggi discutibili per evitare il dibattito.

Tanto a livello giuridico quanto politico, due livelli complementari ma distinti (perché non lo si scordi, le leggi sono fatte per una collettività politica), queste proposte sono discutibili per più di un motivo, e tanto l’utente di internet (uno dei pochi spazi residuali di libertà rimasti), ex uomo della strada, quanto l’operatore qualificato (vedasi il parere delle Camere Penali, più giù citato), hanno criticato queste dichiarazioni, ma possiamo stare pur certi che, in quest’epoca in cui non si ascolta la cittadinanza e non si tiene conto delle opinioni fondate e razionali ma solo di quelle emozionali, tali critiche non verranno ascoltate.

Veniamo al dunque: all’indomani del crollo del regime fascista, dopo il Secondo Conflitto Mondiale e in piena guerra civile, vennero promulgate la XII Disposizione Transitoria della Costituzione, che vietava la ricostruzione del dissolto Partito Nazionale Fascista, e la l. 645/1952 (la c.d. Legge Scelba), cui poi, solamente decenni dopo, si aggiunse la l. 205/1993 (la c.d. Legge Mancino), una legge fortemente discussa e discutibile in quanto violatrice dei fondamentali principi di tassatività in materia penale; l’unico accenno antifascista presente in Costituzione (Costituzione, peraltro, scritta da giuristi che si erano formati sotto il passato regime e che soprattutto nella parte laboristica ed economica si richiamano ai principi della Carta del Lavoro del 1927) è proprio quella Disposizione Transitoria, Transitoria, appunto, e della quale capiamo il carattere provvisorio se andiamo a leggere il secondo comma, che prevedeva deroghe all’art. 48 della Carta fondamentale contro i capi del regime (all’epoca ancora in vita, ad oggi non paiono esserci sopravvissuti per mere ragioni anagrafiche) per non oltre un quinquennio. Il primo articolo della Costituzione parla di una Repubblica fondata sul lavoro, al massimo, non certo sull’antifascismo, e proprio gli estensori di questa ulteriore proposta fuori tempo massimo, peraltro, hanno condotto alla liberalizzazione e alla precarizzazione del mercato del lavoro, soprattutto a danno dei giovani, eppure questa pare non essere un’emergenza, non come unioni civili, jus soli e antifascismo, almeno…

Anche a livello giurisprudenziale, tanto la giurisprudenza di merito quanto quella di legittimità è in realtà divisa; ma a chi parla di partiti fascisti (all’epoca il Movimento Sociale Italiano – cui peraltro la più grande associazione di reduci della RSI non volle mai aderire – , oggi Forza Nuova, CasaPound, Fascismo e Libertà, ma, per le manie antifa, perfino la Lega Nord e Fratelli d’Italia, che invece con il fascismo storico e ideologico proprio non c’entrano niente), va ricordato come nessuna suprema corte, tanto la Corte di Cassazione, la Corte Costituzionale o il Consiglio di Stato italiani quanto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha mai dato ragione a chi ne chiedeva il bando.

L’onorevole Fiano (figlio di un sopravvissuto alla Shoah), parla di limitare la libertà di pensiero e di espressione e di leggi e di fare leggi “sulla base dell’esperienza provata sulla propria pelle”: entrambi gli aspetti sono molto pericolosi, perché nessuno, se non arbitrariamente, può stabilire il confine delle cose da pensare e da non pensare, né il nostro ordinamento penale (ribadito, di origine fascista) può punire i semplici pensieri, né, soprattutto, si possono fare leggi sulla propria esperienza, unica e irripetibile e non valida per l’universalità della cittadinanza, per cui le leggi dovrebbero essere fatte; per di più, a livello politico, che si va ad aggiungere al livello giuridico, è evidente come, essendo sempre più distanti dalla cittadinanza e sentendosi franare il terreno sotto i piedi (anche a seguito del referendum costituzionale del dicembre 2016 e delle elezioni amministrative della prima estate del corrente anno), la maggioranza parlamentare non solo non si rende conto di ciò, o dello stato di disagio causato dalla crisi economica, contro cui non hanno fatto nulla, ma addita addirittura come nemico attuale un regime politico morto e sepolto da decenni, un po’ come veniva fatto nell’Oceania di 1984 di George Orwell, in cui il Partito, incapace di provvedere ai bisogni della cittadinanza e necessitando di distrarre l’opinione pubblica, additava Goldenstein come causa di tutti i mali.

Se non bastassero gli aspetti costituzionali (che fine farebbero gli artt. 2, 3, 13, 18 e 21 della tanto osannata a parole Costituzione), o di politica criminale (in specie, la necessaria tassatività e legalità della pena), o la situazione del Paese reale in preda alla stagnazione e alla disoccupazione e che ben meriterebbe provvedimenti più concreti e urgenti, a evidenziare la criticità di tali proposte, ecco l’autorevole parere delle Camere Penali (https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/unione-camere-penali-boccia-legge-fiano-norma-incostituzionale-priva-di-effetti-69280/ ), organismo non certo fascista o anche solo autoritario, su questa proposta di legge. E peraltro è paradossale che, in un’ottica deflattiva dei processi penali, se si sono depenalizzati numerosi reati, anche fonte di preoccupazione sociale (gli atti osceni in luogo pubblico, i furti in appartamento, l’abuso di credulità popolare…), dall’altra si vuole introdurre un nuovo reato, e nel Codice stesso, non certo in una legge complementare! Si vuole dare un segnale di avviso, si dice, e tacciamo del fatto che i segnali di avviso li danno i mafiosi (e tacciamo pure che, durante lo sbarco in Sicilia delle truppe alleate, i mafiosi isolani vennero nominati sindaci in quanto sicuri antifascisti), ma questo nuovo reato cosa comporterebbe in termini di economia processuale? Non rischieremo di trovare aule di tribunale penale piene per reati immaginari e politici, e quindi arbitrari, a scapito magari di reati realmente fonte di emergenza e preoccupazione della cittadinanza? (e, quando attuati da stranieri, non rimorde la coscienza alla maggioranza governativa, che ha favorito questa invasione e ha fatto diventare l’Italia una terra di nessuno?) Siamo sicuri che l’eversione verso lo Stato democratico, o la fonte di tutti i problemi della cittadinanza, venga dai negozi di ricordini di quella riserva indiana che è Predappio, o dalla spiaggia fascista di Chioggia, che ha fatto gridare allo scandalo estivo di cui si sentiva la mancanza? O da quel gesto di pietà naturale, nato con l’uomo (Antigone e Creonte sono sempre attuali), che è omaggiare i propri defunti, e che, nel caso dei caduti della RSI o dei ragazzi trucidati dai terroristi rossi negli Anni di Piombo, si vuole vietare ad ideologiam? Dovrebbero finire in galera pure i cultori di antiquariato che nei mercatini acquistano spille, monete e tessere del Ventennio, o i cultori di fumetti che amano Tintin, personaggio creato da Hergè (che in gioventù fu pure lui nazionalista) e ispirato, tra gli altri, a Leon Degrelle? Dovremmo infine spianare il Monte Giano, con la famosa scritta DUX, o distruggere le case popolari costruite durante il Ventennio a forma di M? Le ultime sono domande ovviamente provocatorie, ma, vista la vacuità e stupidità della proposta di legge in questione, non possiamo certamente lamentarci della loro legittimità.

Un qualsiasi penalista serio,tanto giuspositivista quanto giusnaturalista, deve inorridire davanti a questi svuotamenti della norma penale, norma che, per garantire il rispetto dei diritti e dei doveri del cittadino e la salute della comunità tutta, deve essere il più precisa, universale e apartitica possibile; il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il carcere e il confino fascista e la lotta partigiana li aveva conosciuti per davvero, quando nel 1983 si pose il problema del centenario della nascita di Mussolini, disse di non considerarlo un problema, perché era morto, cosa che invece, a quanto pare, gli antifascisti di oggi non riescono a fare. Desidero infine chiudere con un pensiero di Pierpaolo Pasolini in un dialogo con Alberto Moravia (e anche qui, entrambi gli autori avevano ben vissuto Ventennio e guerra mondiale): “Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso. Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.”.

                                                                                                                                                             Roberto De Albentiis

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Data del decreto che autorizza la registrazione: 06/06/2015 num.reg.stampa:3 | num.R.G.:716/2015
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