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DALLA EUROAMERICA ALLA GEUROPA: NOTE SULLO SCONTRO GEOPOLITICO TEDESCO-AMERICANO. Di Luigi Copertino – Seconda parte.

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IL RITORNO DEL REICH

D’altro canto, questa ossessione americana – e, nella zona di sua competenza, finché l’Urss è esistita, anche sovietica,– al controllo stretto della Germania doveva necessariamente basarsi sul riconoscimento della continuità anche istituzionale tra il Deutsches Reich e la Repubblica Federale Tedesca. In tal modo però gli stessi Stati Uniti, implicitamente, si facevano, loro malgrado, promotori delle ragioni della silente ma determinata rivendicazione revisionista germanica. Quest’ultima, infatti, trovò consacrazione formale nella sentenza del 1973 della Corte Costituzionale tedesca per la quale la Bundesrepublik si identifica con il Reich anche se si concede, a denti stretti, che la sua estensione territoriale debba essere limitata al confine con la Polonia stabilito, dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, sull’Oder-Neiße.

Questa epocale sentenza ha poi permesso, il 30 giugno 2015, al governo della Germania ormai riunificata di dichiarare, senza obiezioni internazionali, che il Deutsches Reich legalmente non era affatto scomparso nel 1945 e che la Repubblica Federale, ora estesa anche alla parte est, non può esserne considerato un mero successore per il semplice fatto che essa è, senza soluzioni di continuità, il Reich germanico sia sotto il profilo storico che sotto il profilo del diritto internazionale.

Da Adenauer a Kohl, la Germania silenziosamente e gradualmente ha operato per il recupero della propria soggettività gius-internazionale e geopolitica pur sotto un regime di formale alleanza nell’ambito Nato. Un’alleanza che, in realtà, nascondeva la continuazione dell’occupazione manu militari, tanto è vero che il territorio tedesco, privo di un vero esercito, è stato considerato per tutta la guerra fredda l’aera di esercitazione per eccellenza delle forze dell’Alleanza Atlantica. I piani di difesa della Nato prevedevano, in caso di attacco sovietico, l’uso massiccio delle armi nucleari sul suolo tedesco per fermare l’avanzata nemica.

Quando arrivò il collasso sovietico, per la Germania si profilò un’occasione storica che essa, grazie a Helmut Kohl, seppe cogliere al volo facendo giungere a maturazione i frutti nati dai semi piantati dalla citata giurisprudenza costituzionale tedesca. La riunificazione delle due Germanie, nonostante le opposizioni britanniche e quelle italiane (nella persona dello scaltro Giulio Andreotti che, unico in Italia, aveva capito il pericolo della riunificazione tedesca per le esportazioni italiane nella concorrenza che da sempre ci vede in competizione con i tedeschi), era ormai inevitabile.

Francois Mitterand – anche lui aveva colto i pericoli per la “grandeur francese” comportati dalla riunificazione tedesca, benché il suo entourage tecnocratico, in primis Jacques Attali, avesse sposato la prospettiva eurocratica quale passo verso la globalizzazione, moderna versione, in salsa liberista, del vecchio internazionalismo socialista – tentò una mediazione con Helmut Kohl per tenerlo legato al carro europeo, che in quel momento, era soprattutto un carro ad egemonia francese: la Francia avrebbe assentito alla riunificazione tedesca se la Germania accettava di entrare nella ipotizzata moneta unica accelerandone la realizzazione sulla base della vecchia unità di conto dell’ecu.

Helmut Kohl per contropartita impose che il futuro euro nascesse sulla base dei paradigmi ordoliberali e di austerità tedesca – quelli che poi sarebbero stati consacrati a Maastricht (rapporto debito/pil al 60% e deficit di spesa pubblica non superiore al 3%) – tali da assicurare alla nascente divisa lo stesso peso “forte” del marco tedesco e quindi da non danneggiare l’economia mercantilista, ossia da esportazione, della Germania.

Un progetto, questo, che profilava una Europa “carolingia” ossia ad egemonia franco-tedesca, ben presto diventata solo tedesca nonostante ogni masturbazione mentale dei francesi (da ultimo con Macron). Un’Europa che, però, significava tutt’altro che confederazione di popoli eguali, dato che le nazioni chiamate ad unirsi non erano affatto eguali né per potenza né per tipo di politica economica. Dietro e sotto un’unica moneta venivano a riunirsi realtà assolutamente diverse, per storia, caratteri, economie, cultura. Una utopia europeista in astratto che in concreto perseguiva un chiaro disegno di egemonia nazionalista della Germania mercantilista. Disegno nazionalista nascosto, per l’appunto, dietro le apparenze di istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea.

Lo scenario che si andava prospettando “suonava a morto” per l’Italia e per gli altri Paesi euro-mediterranei. L’economia italiana, alla pari di quella greca, spagnola, portoghese, perfino di quella francese, non dipendeva soltanto, come quella tedesca, dalle esportazioni ma anche da una forte domanda interna alimentata da politiche salariali tese al recupero del potere d’acquisto per i lavoratori e da una spesa pubblica tenuta sotto controllo – essa iniziò a sfuggire al controllo  solo dal 1981, anno del “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro, quando diventò dipendente esclusivamente dai mercati finanziari con aumento esponenziale degli interessi e non tanto della spesa in sé – che sosteneva il mercato interno non ancora aperto ai venti ed ai marosi finanziari della globalizzazione.

Il modello economico euro-mediterraneo, in altri termini, guardava le cose anche dal lato della domanda, ossia del lavoro, non solo, come quello tedesco, dal lato dell’offerta ossia del capitale finanziario-industriale.

Con una moneta nazionale, l’Italia era in grado, svalutando il cambio, di rispondere allo sleale dumping commerciale tedesco. Si svalutava la moneta, per favorire le nostre esportazioni, senza svalutare il lavoro ossia senza tagliare spesa e salari come accadeva e tuttora accade in Germania.

«Il nucleo decisivo per la Bundesrepublik – scrive ancora l’editorialista di Limes – è quello monetario. L’euro, concepito da francesi e italiani come riparazione che i tedeschi dovevano agli europei per essersi unificati, funziona da moltiplicatore della potenza commerciale tedesca nel mondo. Divisa bizzarra, priva di uno Stato che la garantisca. Espressione di economie e culture monetarie incompatibili: la mediterranea, nostalgica della crescita fondata sullo stimolo della domanda favorito dall’inflazione (che, in certi limiti, non è affatto una mostruosità, nda); la tedesca e dei suoi satelliti vincolata ai mercati esteri, custode del rigore … ».

BUON VISO AMERICANO A CATTIVO GIOCO TEDESCO

L’America, dal canto suo, non si oppose alla riunificazione tedesca pur condividendo le riserve e le preoccupazioni inglesi. Gli Stati Uniti agirono nella realistica considerazione che, essendo essa ormai nei fatti, opporsi alla riunificazione della Germania sarebbe stato controproducente al fine di tenere sotto controllo l’alleato tedesco ed impedirgli di coltivare sogni paneuropei o euroasiatici. Meglio, allora, accettare una Germania riunita ma mera potenza economica, egemone in Europa, che incentivare il revanscismo tedesco con una aperta opposizione al progetto riunificatore di Kohl. Gli Stati Uniti, in tal modo, visti con occhi tedeschi, si facevano paladini dello Stato nazionale unitario tornato all’egemonia mitteleuropea, come ai tempi di Bismarck ma senza più le divisioni corazzate del 1914 e del 1940.

Nel corso del successivo decennio, tuttavia, la globalizzazione ha posto gli stessi Stati Uniti in una posizione di dipendenza, per quanto riguarda il debito, dalle emergenti tigri asiatiche, Cina in primis. Il ceto medio americano, stretto dalle liberalizzazioni e dall’arretramento, iniziato ai tempi di Reagan, del welfare di marca rooseveltiano, poté continuare a conservare il suo tenore di vita solo indebitandosi sempre più con le grandi corporation finanziarie transnazionali mentre il debito pubblico statunitense diventava preda degli “investitori” cinesi. In sostanza la Cina finanziava gli Stati Uniti e questi compravano cinese. Compravano, però, a credito ossia indebitandosi!

Le industrie americane ed occidentali iniziarono a delocalizzare in Asia, dove il lavoro non aveva tutele e quindi i costi dello stesso erano bassi. La narrazione liberista, in questi anni novanta/duemila, gli anni ruggenti dell’inizio della globalizzazione, affermava che in Occidente sarebbero rimaste le produzioni avanzate ad alto tasso tecnologico e che in Asia sarebbe stata delocalizzata la manifattura ad alto tasso di lavoro manuale. Questa narrazione sottendeva – dietro la retorica umanitaria della crescita grazie al liberoscambio dei paesi un tempo poveri – uno scenario neocoloniale con i ricchi occidentali egemoni sugli operai asiatici. Alla fine, secondo la leggenda liberista, ci sarebbero stati benessere e pace universalizzate.

Ma la realtà storica effettiva ha parlato ben altro linguaggio.

In Occidente, a partire dagli Stati Uniti, l’aumento esponenziale della disoccupazione, che la rivoluzione delle nuove tecnologie sembra non consentire più di riassorbire, ha sancito la scomparsa del ceto medio, o almeno la sua pauperizzazione strisciante, e l’abbattimento del Welfare nazionale a causa dell’abbattimento di dazi e frontiere senza alcun sostituto che non fosse la retorica sulle capacità del libero mercato di appianare e risolvere ogni difficoltà.

In Oriente, la globalizzazione ha preso forma nella perpetuazione del regime neo-schiavistico di bassi salari, al fine di mantenere in loco i capitali ormai liberi di girare senza restrizioni, nella formazione di un ceto medio precario ed insicuro e sempre a rischio di tornare nella povertà per via della mancanza di sistemi di sicurezza sociale, nella dipendenza dalla domanda occidentale e quindi nella necessità di acquistare debito privato e pubblico dell’Occidente onde consentire ai consumatori euro-americani di sostenere la domanda di prodotti asiatici.

Il risultato finale è stata la divaricazione su scala globale – e non quindi tra Occidente e Asia – di  ricchezza e povertà e la distruzione delle fasce sociali intermedie. Per questo Warren Buffett, il miliardario americano, ha potuto affermare nel novembre 2011: «C’è stata una guerra di classe negli ultimi vent’anni e la mia classe ha vinto».

LA GERMANIA ORDOLIBERALE NELL’ETA’ GLOBALE

Nel gioco della globalizzazione economica si inserì, ben presto, anche la Germania la cui economia è costruita tutta solo sulle esportazioni, in ossequio ai dogmi ordoliberali.

L’Ordoliberismo in terra tedesca è, sin dai tempi di Adenauer, la dottrina ufficiale del Reich, ora riunificato. Sotto il nome alquanto vago di “economia sociale di mercato”, la Germania ha imposto l’ordoliberismo a tutta l’Unione Europea, che infatti lo ha assunto quale proprio verbo economico. L’euro è il marco travestito da moneta unica europea ed i parametri di Maastricht vietano l’economia keynesiana imponendo, altresì, l’austerità fiscale e monetaria.

Se è vero che l’economia tedesca, sin dai tempi di Bismarck, ha impostato un suo particolare Stato sociale, tendente a tenere insieme capitalismo e solidarietà, nella considerazione che l’eccesso di competizione sia destabilizzante per l’ordine sociale del Reich, è altrettanto vero che la coniugazione tra solidarietà e mercato è stata valutata soltanto dal lato dell’offerta ossia degli interessi dell’accumulazione capitalista.

Persino la codeterminazione (Mitbestimmung) nelle grandi aziende e la partecipazione dei lavoratori agli utili sociali – caposaldi delle culture socialdemocratica, cattolica e nazionale – è stata interpretata dall’Ordoliberismo tedesco come uno strumento per aumentare la produttività capitalista, volta alle politiche mercantiliste di egemonia sui mercati internazionali, piuttosto che come strumento di integrazione sociale e nazionale fondata sulla prevalenza della domanda interna e come un modo di realizzare equità e giustizia sociale.

Il salario di produttività, nell’esegesi ordoliberista della codeterminazione, serve esclusivamente a contenere l’inflazione da costo del lavoro e soprattutto a compensare il mantenimento verso il basso del salario tabellare di base, quello contrattuale collettivo, in modo che le dinamiche salariali finiscano per dipendere quasi esclusivamente dal solo andamento dei profitti i quali però, in una economia di esportazione ossia aggressivamente mercantilistica, dipendono a loro volta dalla domanda estera, non dalla domanda interna. I lavoratori tedeschi sono così costretti a sostenere la politica economica “nazionalista”, ovvero la concorrenza egemonica tedesca sui mercati internazionali, al fine di mantenere il loro potere di acquisto.

Si tratta, pertanto, nel modo ordoliberista e mercantilista di concepire la codeterminazione, di disciplinare il lavoro – l’efficiente rete di protezione sociale contro la povertà e la disoccupazione esistente in Germania a questo serve – per aumentare la produttività, esportare quanto più possibile e vincere la concorrenza estera.

Quello tedesco è un modello economico che deprime la domanda interna – in Germania il livello dei consumi è fermo al 2001 mentre corre quello delle esportazioni – e che si regge da un lato su un forte senso di appartenenza nazionale, sicché (ma era così anche nel 1914 e nel 1940) i lavoratori ed i sindacati tedeschi sono più legati alla nazione che alla classe, e dall’altro sulla necessità di mettere in campo tutti gli strumenti per tacitare la concorrenza altrui, sleali o leali che siano.

Ecco che iniziamo a capire perché la Germania, pur vocata per storia e forza economica alla leadership, è tuttavia incapace di vero imperium mentre tende a vassallizzare ed asservire i partner.

“GUIDA DAL CENTRO” OSSIA L’EUROPA TEDESCA COME INCUBO PER GLI STATI UNITI

Le recriminazioni del tedesco-americano Donald Trump contro il dumping commerciale tedesco, l’enorme surplus della Germania, l’invasività globale delle esportazioni tedesche sono il segno del riacutizzarsi del confronto geoeconomico tra America e Germania. Un confronto che sta diventando inevitabilmente geopolitico e che quando lo sarà in modo aperto imporrà alla Germania una definitiva virata eurasiatica verso Mosca e Pechino. La contrazione della domanda europea, imposta da Bruxelles per diktat di Berlino a tutela delle banche tedesche esposte con i cittadini dei Paesi euro-mediterranei (quella dell’eurozona è, infatti, in origine crisi da debito privato che poi è stata trasformata in crisi da debito pubblico per salvare le banche private), potrebbe costringere a breve la Germania a guardare verso Mosca e Pechino, in prospettiva euroasiatica, allo scopo di sostituire i mercati russi e cinese a quelli mediterranei per piazzare le proprie esportazioni.

«Sono di fronte – scrive Limes – il paese (l’America) con il massimo debito al mondo e quello (la Germania) con il più alto surplus commerciale. L’iperpotenza imperiale in fase di annunciato ripiegamento nazionalistico e l’ex impero stigmatizzato che aspira a diventare “normale”, così suscitando il sospetto di volere un’Europa a sua immagine e somiglianza in nome della ristabilita centralità geopolitica e della preponderanza economica. (…). Il dialogo tra sordi appena inaugurato da Trump e Merkel è la manifestazione acuta di una sindrome storica per cui … nelle questioni di politica estera tedeschi e americani si parlano sopra, ciascuno alza il tono, ma entrambi sono incapaci di capire gli argomenti altrui».

Ma il punto cruciale è, in un’ottica europea, un altro e lo definisce ancora una volta Limes domandandosi: « … qual è il posto che i tedeschi si assegnano nel mondo? Porsi la domanda è già rompere un tabù. Perché significa assumersi le responsabilità congrue a un soggetto politico delle dimensioni della Germania, che però ancora non si sente del tutto normale, tra passato che non passa e futuro imprevedibile. Dubita di essere abilitato a diventarlo (…). Decenni di narcosi del pensiero strategico sono difficili da recuperare. Allo stesso tempo, continuare a rappresentarsi come gigante economico, nano geopolitico e verme militare costa troppo, sui fronti internazionali come negli equilibri sociopolitici di casa propria. La grande potenza commerciale senza rotta geostrategica né denti militari, dipendente dalla disponibilità dei mercati altrui ad assorbire i suoi prodotti, si espone alle minacce di rappresaglia di importatori e concorrenti (Trump docet). Ciò si riflette sulla stabilità interna, ancorata alla cultura del consenso che surroga la carente identità nazionale. Funziona con il bel tempo, ma in caso di perturbazioni geopolitiche e crisi economiche quel modello rischia d’incepparsi. Questione di urgente attualità, nel convergere della disintegrazione europea – marcata dal Brexit, dalle divaricazioni nell’Eurozona e dal confronto con la Russia –, del riacutizzato conflitto con l’America, della pressione migratoria e del terrorismo jihadista. (…). Qualcosa si muove (però) a Berlino. C’è consenso nelle élite tedesche che l’Europa, quindi la Germania come suo soggetto centrale, debba svezzarsi dalla tutela americana. (…) Trump ispira più sfiducia di Putin. Visti dalla Casa Bianca e dal Pentagono, questi sono pericolosi indicatori della vocazione neutralista della Germania, anticamera dell’intesa surrettizia con la Russia. Berlino starebbe ponendo le basi di un’Europa tedesca, che bilancerebbe l’alleanza transatlantica … con la proiezione verso l’Oriente euroasiatico (….). Scenario dell’orrore per Washington».

Se tale prospettiva spaventa l’America, come europei dovremmo applaudire e sostenere senza dubbi la Germania. Ma è qui che cade, come un macigno, quello che abbiamo definito il problema storico della Germania, ossia la sua incapacità “luterana” a pensarsi in modo romano, “cattolico”, imperiale nel senso della vocazione delle nazioni europee a stare insieme per fare qualcosa di grande assieme ed innalzare un faro di civiltà nel mondo.

Purtroppo la Germania, nonostante il suo attuale apparato liberale e democratico, ha la tentazione di ricadere nello stesso errore di pretesa supremazia antropologica che la segnò sia nel 1914 che nel 1940 alla fine alienandosi l’appoggio di quelli che formalmente erano suoi alleati ma che essa segretamente disprezzava come inferiori e vassalli nell’ambito di quel che doveva essere il Nuovo Ordine Europeo guglielmino o hitleriano.

Attuale espressione di questa ricorrente tentazione è il diktat imposto ai partner europei per modellare “centralmente” l’economia di tutti gli altri soggetti dell’UE sui parametri ordoliberisti che favoriscono soltanto l’ economia tedesca e la sua egemonia intra-europea.

Ulteriore indice dell’incapacità nazionalista-imperialista tedesca ad una vera leadership imperiale è ravvisabile nei piani strategici elaborati da Berlino per l’eventualità di un aggravamento della crisi dell’euro. Detti piani germanici prevedono l’“Europa a due velocità” ossia l’edificazione di un muro intorno alla Germania ed ai suoi satelliti, quelli in linea con le direttrici della sua politica economica ordoliberale e obbedienti alla sua egemonia (Olanda, Belgio, Austria, Slovacchia, Finlandia, Danimarca, forse la Francia), e l’abbandono degli euro-mediterranei al loro destino di pauperizzazione.

«… la repubblica di Berlino – osserva ancora Limes –, collocata nel centro del continente, cuore della Mitteleuropa, non può autoridursi a repubblica di Bonn in versione allargata. Soprattutto, questa Germania, lo voglia o meno, non è più centrale solo in Europa, ma anche anello strategico nella relazione tra Usa ed Eurasia che decide i destini del mondo. C’è un’espressione chiave che indica la postura cui mira questa Germania: “Guida dal centro”. (…). Slogan introdotto dal ministro della difesa Ursula von der Leyen alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il 6 febbraio 2015 (…). Motto che ha avuto un effetto liberatorio su alcuni politici tedeschi, anche i più compressi nell’espiazione del passato. Tanto da essere adottato con serenità negli apparati tecnocratici di Berlino».

Ma, come ben dice sempre Limes, “guidare dal centro” è una formula ambigua, ambivalente. Perché se da un lato implica l’assunzione di responsabilità che spetta di diritto alla leadership di chi è nelle condizioni di forza di imporsi come leader, dall’altro può intendere la “centralità” tanto come il considerarsi non l’avanguardia ma il baricentro di un insieme più vasto – chiamato a fare qualcosa di grande insieme, per dirla con Ortega y Gasset – quanto come egemonia, esercitata dal centro, di un Nucleo europeo, o “Kerneuropa”, stretto a difesa dei propri esclusivi interessi nazionali geoeconomici e, alla lunga anche, geopolitici. In altri termini, questa seconda accezione del “guidare dal centro” diventa un altro nome per dire nazional-imperialismo.

«Führung aus der Mitte (“Guida dal centro”) è evoluzione della Kerneuropa, l’Euronucleo profetizzato nel documento firmato dall’attuale ministro delle Finanze, Wolfang Schäuble (…). L’intento di quella provocazione, che evocava un euro a cinque (Germania, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo) quale nocciolo dell’Unione Europea derivava dall’imperativo di salvare l’architettura comunitaria in quanto indispensabile, insieme alla Nato, al benessere e alla sicurezza della Bundesrepublik. Era e rimane interesse supremo della Germania proteggere i propri interessi nazionali … vestendoli da europei. Ma lo spazio comunitario è troppo vasto ed eterogeneo per svolgere tale funzione. La contraddizione può essere gestita salvando la forma europea per mutarne la sostanza, centrata sull’Euronucleo. Nella versione presente, autorizzata da Merkel sotto specie di “Europa a due velocità”, più che un nucleo fisso si immagina una costellazione di nuclei flessibili … veri e propri direttori (Direktorate) imperniati sulla Germania, secondo il modulo perno/raggi implicito nella guida dal centro, in cui ciò che conta è la prossimità o la distanza da Berlino. La Repubblica federale come collante di diversi gironi europei, in una lasca ma intangibile cornice. Così rovesciando il postulato genetico dell’Euroamerica, che faceva della Comunità uno dei due pilastri attorno a cui organizzare il contenimento della Germania. (…). A tenere in vita l’euro resta la paura delle catastrofi derivabili dalla sua morte. Merkel cercherà di salvare l’Eurozona … finché possibile. (…). Ma il piano B, ossia un euro del Nord (Neuro) centrato sulla Germania e irradiato nella sua catena del valore mitteleuropea e scandinava, è pronto a scattare in caso d’emergenza. Quanto basta comunque ad inquietare … Washington. Nelle parole del presidente del Council on Foreign Relations, Richard Haas: “Quando Merkel dice che l’Europa non può fidarsi degli altri e deve prendere i problemi nelle sue mani segna uno spartiacque – e disegna ciò che gli Stati Uniti hanno cercato di evitare dalla fine della seconda guerra mondiale”».

Uno scenario che non da adito a molte speranze per chi dell’Europa ha un’altra concezione, antica e perenne, consegnata all’universalismo romano-cristiano – il sogno del beato Carlo d’Asburgo –, segno di una più alta, perché trascendente, Universalità rispettosa delle differenze naturali dei popoli nel contenimento delle gerarchie pur in certa misura inevitabili, per giungere sempre più vicini ad una confederazione di popoli liberi ed eguali nella quale anche i più forti sappiano esercitare saggiamente, ponendosi chiari e non egoici limiti, la propria forza affinché i più deboli possano crescere anch’essi.

Se il legittimo riaffiorare dell’identità nazionale germanica può essere salutato come un segno positivo per l’Europa, anche in considerazione di quale svolta essa rappresenta nel progressivo scrollarsi di dosso del protettorato americano, tuttavia l’Euronucleo verso il quale muove il nazional-imperialismo tedesco significa soltanto una nuova egemonia al posto di quella americana. Certo, sarebbe una egemonia europea e non transatlantica ma comunque una egemonia che finirebbe per sfaldare, non unire, l’Europa. Un’operazione neobismarckiana, la definisce Limes, che, come quella del 1871, porterebbe alla nascita di una “Piccola Europa Germanica” sicché tutti gli europei passeranno dall’“Euroamerica” alla “Geuropa”, ossia la “Kernereuropa” a tutto tondo.

L’Italia, poi, in questo panorama finirà per scomparire completamente, affogata dalle ondate migratorie e da quelle turistiche dei tedeschi per diventare luogo di approdo sia dei disperati della terra sia dei più ricchi d’Europa. Miraggio illusorio di una vita migliore per alcuni e colonia dove trascorrere lussuose e riposanti vacanze per altri.

Limes, sul destino italiano, così chiosa: «E l’Italia? Fra la vita e la morte non sceglieremo l’America. Perché il protezionismo a stelle e strisce, se attuato, minaccerebbe il libero accesso ai mercati, nostro sacro precetto. Forse opteremo per Geuropa, causa prossimità e consuetudine plurisecolare. Probabilmente non sceglieremo affatto, perché amiamo essere scelti».

Come, purtroppo, dar torto?

Luigi Copertino

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