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IL TEMPO, AHINOI PASSATO, DELL’ARTE DELLA PACE. Di Adolfo Morganti.

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Francesco Giuseppe I d’Austria (1830-1916)

Un nuovo saggio sulla storia della diplomazia europea (1870-1906)*

Spesso si è detto che la “microstoria” è capace di illuminare in modo nuovo e specchiato le circostanze che la “grande storia” è costretta o si costringe a trascurare o, nel miglior dei casi, a sintetizzare: operazione pericolosissima, in quanto nessuna sintesi è neutra, ed ogni sintesi è nel contempo un’operazione ideologica.

Questo saggio, opera di un giovane Diplomatico goriziano che negli anni ho avuto modo di conoscere ed apprezzare, consente sia allo studioso che all’appassionato di storia dell’Europa contemporanea, una rilettura particolarmente fresca e feconda degli eventi tra l’Europa e l’Oriente nel quarantennio fra Sedan e il 1910: un tempo breve, ma di rapidissime e non di rado violente trasformazioni globali; un tempo che gettò le basi del primo conflitto mondiale, e pertanto iniziò a scavare il solco lungo il quale la storia mondiale continua ad ancor oggi largamente a muoversi. Tout se tien, si diceva tempo addietro, a significare che la rete degli eventi concreti non sopporta strappi e cesure, in quanto anche questi sono in realtà il prodotto mai casuale di processi di coltivazione in serra sovente prolungatisi per decenni; oppure, per affermare la medesima cosa in modo più suggestivo rubando una celebre battuta ad Umberto Eco, o per meglio dire al Grande Cattivo de Il nome della Rosa, fra’ Jorge da Burgos, «La conoscenza [per ora, e nel nostro caso, della storia d’Europa…] non conosce nessun progresso, ma un’immensa e continua ricapitolazione».

Questo saggio guarda la Grande Storia delle Potenze europee alla fine del XIX secolo, e la loro proiezione ad Oriente, attraverso la storia personale di un esemplare esponente della diplomazia imperiale austro-ungarica al tempo di Francesco Giuseppe, di famiglia d’antica nobiltà veneziana, nato a Gorizia e vissuto per decenni dal Giappone all’Inghilterra per poi tornare in vecchiaia nella propria antica Contea per dedicarsi alla poesia dialettale friulana; un diplomatico di carriera, quindi, che spese tutta la vita ad esercitare quell’Arte della Pace che il discorso diplomatico ancora incarnava. Nella storia del Conte Enrico de Calice (1831-1912), vi è quindi la narrazione di un stile del mestiere di diplomatico che forzatamente oggi non solo si è perso, ma appare quasi una finzione letteraria rispetto alla concretezza del mestiere del funzionario contemporaneo. Vi è la rivendicazione, con pacato e solido orgoglio, della funzione della parola e del rapporto personale, nell’incontro fra Stati e popoli, ancora diversissimi e ben poco globalizzati, ma tutti seduti al tavolo del “concerto delle nazioni”: una parola ragionevole, che dimostrava ogni giorno la propria superiorità pratica rispetto alle smargiassate delle rivoluzioni ed ai proclami dei rivoluzionari. Vi si trova la coriacea prosecuzione del grande sogno Imperiale, quello del concerto e della pace come metodo e fine dell’incontro fra i diversi Stati eurasiatici, a dispetto e contenimento dei tempi nuovi che già facevano trasparire il vento sulfureo dei deliri nazionalisti.

E accanto a ciò vi si trovano una rete di testimonianze di primissima mano e sovente curiosamente inedite della vita quotidiana delle istituzioni, dei governi, dei Capi e dei popoli dei contesti in cui il Conte de Calice operò per più di 45 anni, dal Giappone Meiji sorgente all’Impero Ottomano in dissoluzione passando per la Cina, l’Indocina, il Regno Unito ed i Balcani, e della rete dei diplomatici delle grandi Potenze europee con cui – strano ma vero – si poteva in quel tempo così prossimo eppur remoto cooperare per anni al fine di impedire che la crisi di un singolo Stato, per quanto grande, innescasse la guerra totale europea, come invece accadde fra 1914 e 1989; componendo faticosamente, ma senza requie, interessi diversi e contrastanti nella costruzione di un “compromesso” – parola oggi giustamente screditata, ma che questo saggio restituisce alla sua primigenia dignità – che impedisse maggiori e sovente imminenti danni, come la storia novecentesca ci ha abbondantemente insegnato.

Questo saggio scorre fra le mani con grande piacere anche grazie alla sua scrittura, ed è impreziosito da un’importante bibliografia perlopiù in tedesco che fa rimpiangere la nostra inettitudine linguistica: come il Conte de Calice, anche Federico Vidic proviene dalla terra di Gorizia, che ancor oggi sorge al crocevia di tre mondi (slavofono, italiano e tedescofono), e sa incrociare i ricordi e la sapienza di mondi così vicini, ma che così tanto ignorano l’uno dell’altro; e come lui ha dedicato la propria vita all’Arte della Pace; e sia questo per l’Autore il migliore degli auspici.

Adolfo Morganti

 *Federico Vidic, Enrico de Calice. Un diplomatico goriziano tra il Sol levante ed il Corno d’Oro, Istituto di Storia Sociale e Religiosa, Gorizia 2017, pagg. 166, € 12,00.

Il testo può essere ordinato ad ordini@ilcerchio.it , oppure sulla piattaforma www.ilcerchio.it .

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