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TORNA LA VECCHIA IDEA DI UN ESERCITO EUROPEO? Di Claudio Giovannico

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Il recente discorso tenuto alla Sorbona da Emmanuel Macron sul rilancio del progetto europeista ha riproposto un vecchio tema mai del tutto abbandonato dal dibattito politico europeo: quello relativo alla creazione di una Politica di Difesa comune ai Paesi membri dell’Unione Europea. Sebbene il Presidente francese non abbia mai espressamente parlato di “esercito comune europeo”, è bastato accennare all’esigenza di una “forza di intervento militare comune” per far riprendere il tam-tam mediatico sull’argomento.

Già dopo il suo insediamento all’Eliseo Macron aveva ribadito l’importanza di un rafforzamento del progetto di integrazione europea, avanzando l’idea di un maggior coordinamento nell’ambito militare quale terreno adatto per far ripartire il progetto politico europeo.

E non è di certo un caso che ad avanzare una simile proposta sia stato il Capo di Stato francese, visto che fu proprio la Francia, nei primi anni ’50, a proporre l’idea che l’allora Comunità Europea dovesse avviarsi verso un’integrazione dei corpi d’armata degli Stati membri, istituendo la cosiddetta Comunità europea di difesa (CED). Tuttavia tale proposta rimase solo un’ipotesi e non si realizzò mai, anche a causa della contrarietà allora espressa dal Regno Unito, in funzione evidentemente filo-americana.

Ora che il Regno Unito sembra dirigersi verso un, seppur lento, distacco dall’Unione Europea, in seguito agli esiti favorevoli della consultazione referendaria sulla Brexit, torna non a caso di moda l’argomento della difesa comune. A ciò si aggiungano le recenti tensioni sorte tra Germania e Stati Uniti, in seguito all’avvicendamento alla Casa Bianca del Presidente Trump e all’improvviso cambio di strategia nei rapporti commerciali tra i due vecchi alleati (di facciata) per comprendere le ragioni del ritorno di fiamma per la questione dell’esercito europeo.

Le recenti recriminazioni statunitensi contro il dumping commerciale tedesco suonano oggi come una minaccia a una guerra a tutti gli effetti, per quanto per ora di natura commerciale. La Germania, infatti, è sì un gigante economico, ma da un punto di vista militare presenta una grossa debolezza strategica che, alla luce delle tensioni geopolitiche sorte con gli USA, deve assolutamente risolvere. Il cambio di direzione della politica estera statunitense sembra aver ricordato l’importanza dell’aspetto strategico e militare rispetto al soft power del piano economico e la Francia in tal senso verrebbe a giocare un ruolo fondamentale dal momento che dispone di una forza nucleare che permetterebbe così di colmare il gap strategico di Berlino.

Emerge dunque il dato per cui la creazione di un esercito comune europeo andrebbe sostanzialmente a vantaggio esclusivo di Germania e Francia, la quale, quest’ultima, nel quadro di un rinnovato rafforzamento dell’asse franco-tedesco, vorrebbe nuovamente vedere accrescere la propria leadership in Europa al fianco della Germania. Tuttavia, appare evidente quanto invece questa prospettiva non solletichi affatto gli interessi dei restanti Stati membri, i quali assisterebbero a un’ulteriore perdita di sovranità, in un settore strategico fondamentale come quello della difesa, senza avere reale interesse nella partita in gioco.

Il progetto di un esercito comune europeo si scontra difatti con importanti questioni di difficile risoluzione, su tutte: l’esigenza di affiancare a una difesa comune una politica estera comune; un’eventuale e consequenziale revisione dei rapporti con e nella NATO; infine la necessità di dotarsi di un bilancio condiviso. Rispetto a quest’ultimo punto, al momento i Paesi europei presentano la tendenza a una generale, per quanto non coordinata, riduzione della voce “difesa” nei singoli bilanci nazionali, dimostrando finora una totale mancanza di organizzazione in materia. Su questo hanno pesato in modo determinante di certo 70 anni di NATO, rispetto alla quale una difesa comune europea potrebbe permettere di certo di svincolare i Paesi UE dalla dipendenza degli interessi d’oltreoceano. D’altronde il ruolo globale degli USA si sta man mano ridimensionando, mentre il potere va spostando il suo baricentro a Sud-Est del pianeta. In un simile quadro geopolitico l’unico modo che l’Europa ha di mantenere rilevanza strategica sta nel portare a compimento l’UE come soggetto politico unitario. Il mutamento degli assetti geopolitici, col ridimensionamento momentaneo degli USA, rappresenta la condizione adatta per portare a compimento l’integrazione politica dell’Europa, sempre nel rispetto delle differenze esistenti tra i diversi popoli.

Ciò non significa di certo che l’Unione Europea così com’è risolverà i suoi problemi e i suoi squilibri interni dotandosi di una strategia militare comune, tuttavia nell’attuale contesto globale un’Europa frammentata sarebbe comunque destinata ad diventare periferia del mondo. Con questo si vuole intendere che, sebbene la reductio ad unum di un esercito unico e di una politica di difesa comune esponga a pericolose derive totalitarie, resta comunque fondamentale per l’Europa riuscire a pervenire a un maggiore coordinamento e rafforzamento delle politiche strategiche, in modo tale da porsi quale soggetto politico unico, espressione tuttavia delle molteplici parti che lo compongono e che in esso vi partecipano. Per intenderci meglio e più nel concreto si tratta di fare riferimento al modello confederale svizzero, così come proposto alcuni mesi fa da Sergio Romano [1] sul Corriere della Sera; un modello che è in primis politico e sul quale pertanto è possibile basare un’alleanza militare formata da forze nazionali che, messe a sistema, siano in grado di cooperare tra loro all’interno di un quadro comune.

Claudio Giovannico

[1] http://www.corriere.it/opinioni/17_febbraio_10/serve-esercito-europeo-106b90d4-eee8-11e6-b691-ec49635e90c8.shtml

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