Domus Europa » PARLA DIEGO DOMINGUEZ, INDIMENTICABILE MEDIANO D’APERTURA DELLA NAZIONALE. “IL MIO IMPEGNO NEL RUGBY PROSEGUE AL FIANCO DEI GIOVANI E DEI CLUB”. A cura di Gennaro Grimolizzi

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PARLA DIEGO DOMINGUEZ, INDIMENTICABILE MEDIANO D’APERTURA DELLA NAZIONALE. “IL MIO IMPEGNO NEL RUGBY PROSEGUE AL FIANCO DEI GIOVANI E DEI CLUB”. A cura di Gennaro Grimolizzi

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Un mito del rugby italiano ed internazionale. Diego Dominguez è uno giocatori della palla ovale più famosi. La sua fama è certificata dai numeri. Ha segnato nel ruolo di mediano d’apertura 1.010 punti in 76 partite con la maglia della nazionale (983 con l’Italia e 27 con l’Argentina), diventando il quinto miglior marcatore della storia del rugby a 15. Oltre ai punti realizzati, è indimenticabile il suo stile di gioco: precisione, velocità, sagacia tattica. Il tutto unito ad un carattere indomito.

Grazie alla madre italiana, Dominguez, che è nato in Argentina, ha potuto dare il suo contributo alla rinascita della nazionale azzurra, prendendola letteralmente per mano. Alla fine degli anni Novanta l’Italia inizia a farsi rispettare a livello internazionale e riesce ad entrare nel Sei Nazioni. L’esordio degli azzurri nel torneo avviene nel 2000 e Diego è uno dei protagonisti. Lo sarà per altre edizioni, fino al ritiro avvenuto nel 2004. In questa intervista esclusiva a DOMUS EUROPA il campione italo-argentino si racconta ed esprime il suo pensiero su uno degli sport più belli – lo dimostrano le tante famiglie con figli al seguito sugli spalti durante gli incontri della nazionale – ed impegnativi.

Come prosegue il tuo impegno nel rugby dopo il ritiro dai campi?

«Sono sempre rimasto legato al rugby. Ho cominciato subito dopo aver smesso la carriera agonistica nel 2004 a dedicare il mio tempo alla formazione dei giovani giocatori con la creazione del “Diego Dominguez Rugby Camp”, attivo già da undici anni. Cinquanta giovani italiani trascorrono una settimana con me per conoscere i segreti di questo sport bellissimo. Il Camp è gratuito per i partecipanti, che vengono sorteggiati dopo essersi iscritti. Il Rugby Camp riscuote sempre più successo, grazie alla passione del nostro lavoro sia in Italia che all’estero. Il lavoro che sto facendo mi permette di conoscere tutte le realtà italiane dal Nord al Sud, di parlare non solo con i giocatori ma anche con i dirigenti delle loro squadre. In questo modo si possono conoscere in profondità i bisogni dei club e, nei limiti del possibile, dare un sostegno operativo avendo ben fissa una priorità: formare i giovani. Per un anno e mezzo ho pure collaborato con il Tolone, club francese dalla grande tradizione».

Hai citato il Tolone. In Francia il rugby è popolare quanto il calcio. Come si è arrivati a questo risultato?

«In Francia ci sono città dove si gioca solo a rugby. Gli impianti sono il frutto di investimenti mirati da parte delle società e l’attenzione del pubblico ha fatto in modo che molte televisioni si siano specializzate nel rugby. Gli sponsor si identificano pienamente con alcune squadre ed iniziano percorsi di collaborazione duraturi, consentendo ai club di crescere in continuazione. Si è aperto, in sostanza, un circolo virtuoso ed i risultati lo dimostrano. La nazionale francese è tra le migliori del mondo. Ha iniziato a partecipare al Cinque Nazioni già da tanto tempo. Ha fatto due finali di Coppa del Mondo. Questi risultati aiutano moltissimo a creare popolarità ed il desiderio della gente di amare il rugby».

In quali condizioni versa invece il rugby in Italia?

«Da noi il rugby sta affrontando un momento di difficoltà, soprattutto perché il tessuto di base, che determina la forza dei club, è stato trascurato. Viviamo una situazione di non competitività. I nostri giocatori devono trovare ambienti con allenatori e staff preparati, con carisma. È poi importante aiutare i club con le strutture. Senza strutture idonee è molto difficile formare giocatori. La crisi economica, che dura già da molti anni, ha contribuito a peggiorare le cose. Molti investimenti da parte delle società sono venuti meno con inevitabili ripercussioni».

Fra qualche mese riprenderà il Sei Nazioni e sono iniziati da poco i test match. La nazionale italiana ci darà delle soddisfazioni?

«Lo spero prima di tutto per i giocatori. Le sconfitte fanno male al morale e fanno perdere la fiducia. Spero che i nostri giocatori riescano a vincere al Sei Nazioni almeno una partita. Bisogna scendere in campo convinti delle proprie forze e giocare fino alla fine con la voglia di fare il miglior risultato possibile. Ci sono squadre più forti della nostra nazionale, ma l’Italia può, secondo me, dire la sua».

Quali sono i vivai con i giocatori italiani più promettenti?

«La regione dove storicamente sono usciti i migliori rugbisti è il Veneto. Qui i club si sono molto dedicati alla formazione dei loro giocatori. Non mancano per fortuna altre regioni che stanno crescendo bene. Penso al Lazio, alla Campania, all’Emilia Romagna. Sono stato diverse volte in Campania e ho constatato una certa vivacità dei club. Giovani determinati, con un bel carattere. I club sono motivati e desiderosi di formare al meglio i loro giocatori e fargli spiccare il volo. La formazione è fondamentale. Fatta bene può dare soddisfazioni nel breve periodo. I giovani devono crescere con un senso di appartenenza verso il loro club. Il senso di appartenenza deve essere loro trasferito con passione e dedizione. Purtroppo, alcune volte certi giovani giocatori pensano di sapere già tutto, di essere già arrivati, di essere professionisti di alto livello. Questa mentalità non può esistere. Bisogna trasferire il senso del sacrificio, far comprendere che senza l’impegno i migliori traguardi non possono essere tagliati. Ma questo non si può fare in poco tempo. Servono anni e anni di formazione e lavoro appassionato con i propri giocatori. Un ruolo fondamentale lo svolgono gli allenatori e i dirigenti del club di appartenenza».

Qual è il ricordo più bello della tua lunga carriera?

«Ce ne sono tanti, in verità. Mi viene subito in mente la prima finale del Campionato italiano con il Milan – Amatori Milano, ndr – , che abbiamo vinto dopo ottant’anni nel 1991. Era il primo anno che giocavo in Italia e ci siamo aggiudicati lo scudetto. In Francia è stato indimenticabile lo scudetto vinto con lo Stade Français. Anche in quel caso non vincevamo il campionato da tantissimo tempo, addirittura da novant’anni. Anche in quel caso il mio primo anno in Francia, la mia prima finale con vittoria. Bellissimi i ricordi della vittoria di Grenoble – nel quindici azzurro c’era Ivan Francescato, indimenticabile tre quarti centro scomparso nel 1999 all’età di 31 anni, ndr – con la nazionale nella Coppa FIRA e in Argentina, quando avevo diciannove anni, in occasione della vittoria del campionato. Nel 2000 l’esordio nella nazionale italiana al Sei Nazioni è stato un altro momento indimenticabile della mia carriera».

Il rugby è una sorta di metafora della vita?

«Tanti avversari di gioco, incontrati e sfidati sul campo, diventano in molti casi amici per sempre. Questo sport è collettivo. Si condivide tutto il sacrifico sul campo con i compagni di squadra e ci si forma dal punto di vista umano. Ci sono ben poche individualità in questo sport. Sostieni il compagno di squadra e ti fidi di lui. Gli altri vedono in te un riferimento e a loro volta si fidano di te. È questa una delle principali caratteristiche del rugby. Si crea un legame con i compagni di squadra che dura poi tutta la vita»

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