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I SUFI. UN BREVE PUNTO DELLA SITUAZIONE. Di Franco Cardini*

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Non tutto il male viene per nuocere.  L’attuale momento politico internazionale, un “momento lungo” che dura ormai da alcuni lustri ma che ha avuto il suo acme in coincidenza con il triste 11 settembre del 2001 e quindi con la tragica violenta catena di orrori che sembra non esser ancora terminata, ha imposto una sempre maggior attenzione nei confronti del mondo islamico. Non che questo rinnovato interesse sia stato scevro di pregiudizi e di manipolazioni, al contrario: e non sono mancate – al contrario! – le voci tese  a far credere che  tra Occidente e Islam c’è  sempre stata guerra: e che abbiano sempre attaccato i musulmani, anche quando stavano sulla difensiva. Scherzi dell’histoire-bataille, che credevamo già battuta in breccia dopo le pagine che in tempi ormai relativamente lontani le aveva dedicate il Marc Bloch di Apologia della storia.  Ma il bignamismo è duro a morire, specie quando alligna nella libreria di Tartuffe.

Tra tanta paccottiglia, però, si è fatta strada anche roba buona. Abbiamo sovente letto e sentito in questi anni, ad esempio, come il sufismo sia il primo nemico del fanatismo fondamentalista. La recentissima notizia della strage obiettivo della quale sono stati alcuni “sufi” egiziani conferma purtroppo tale dato di fatto.

Ciò nonostante, la parola “sufi” continua a corrispondere a un oggetto misterioso: e, fra quelli che la conoscono, i più mostrano d’interpretarla riduttivamente, sulla base di quanto hanno appreso attraverso una più o meno improvvisata letteratura a carattere divulgativo.

Giunse quindi opportuno, già ben tre lustri or sono, il bel libro curato da Paolo Urizzi Parole antiche di sufi (Palermo, Officina di Studi Medievali, 2002), che presentava  fra l’altro non solo la traduzione del Kitab al-tasawwuf di un sapiente di circa un millennio fa, Kalabadhi, ma anche il testo arabo, oltre a generosi elenchi bibliografici e indici. Un lavoro impegnativo, di davvero notevole spessore.

Alla luce di questo scritto, e anche di molti altri più recenti, chiediamoci. Insomma, chi erano i “sufi”? E che cos’è il sufismo?

La parola suf, in arabo, significa semplicemente “lana”: e propriamente indicava (e indica) una semplice tunica di lana non tinta e non pettinata, provvista di cappuccio: l’abito dei poveri e dei pellegrini, adottato anche da coloro che volontariamente rinunziavano alla vita mondana, al potere, alle ricchezze, per dedicarsi soltanto a Dio, alla Sua parola, alla Sua saggezza.  Molti hanno tentato un rapporto tra l’arabo sufi e il greco sophia: ma si tratta di una pseudoetimologia fondata solo su una semiomofonia. In realtà, anzi, la filosofia greca (in arabo falsafa) era seguita e praticata da dotti razionalisti, ai quali i sufi preferivano il kalam, la saggezza che nasce dalla meditazione della Parola divina  e dall’ispirazione mistica. La tariqa (letteralmente “via”) era ed è la confraternita (plurale turuq) nella quale i sufi si uniscono per vivere comunitariamente. L’edificio nel quale la tariqa si riunisce è detto di solito ribat. Il sufi chiama il confratello con l’appellativo di akh (plurale ikhuan), cioè appunto “fratello”. Ogni comunità è posta sotto al guida di uno sheikh (“signore”, ma anche “vecchio”, “anziano”: cfr. il latino senior. L’autorità dello sheikh si fonda sulla silsila, letteralmente la “catena” della tradizione che, di maestro in maestro, rinvia al Profeta.

Il tasawwuf, il “sufismo”, la dottrina della ahl al-tasawwuf, “la gente che segue la via spirituale”, si sviluppò a partire dall’Islam persiano, soprattutto nel nord (Transoxiana, l’antica sogdiana, oggi Uzbekistan), dove presso Bukhara vissero e insegnarono i fondatori della confraternita Naqshbandi, la più antica forse e fino ad oggi la più venerata. Nel IX secolo, a Baghdad, l’insegnamento s’incentrò attorno alla grande figura di un vero maestro, Junayd. Al suo insegnamento si ispirarono parecchi discepoli, tra cui Kalabadhi: il quale s’impegnò a mostrare come il sufismo altro non fosse che il punto d’arrivo d’una serie di pratiche ascetico-mistiche tese alla conoscenza esoterica (ma’rifa) di Dio attraverso il riconoscimento del carattere fondante dell’ignoranza umana.

Kalabadhi (così chiamato da una località presso Bukhara nel quale vide la luce) era un nativo del Khorassan, a nord della Persia: mistico ma anche giurista hanafita; visse ai tempi della dinastia samanide e morì verso il 985-985.   La sua posizione ascetica  si ricollega ad al-Hallaj ( martirizzato nel 922 a Baghdad per il suo rigoroso amore di Dio al di là dei limiti imposti dalla teologia ufficiale), attraverso quell’al-Farisi che forse nel 1219 incontrò presso Damiata Francesco d’Assisi e che il grande Louis Massignon ritiene uno dei principali tramiti della tradizione al-hallajita.  Da Baghdad, i sufi al-hallajiti avevano trovato rifugio nell’accogliente e tollerante atmosfera della persiana Nishapur. Apprendiamo così che anche l’islam ha avuto i suoi inquisitori, i suoi inquisiti, i suoi martiri.

La storia del sufismo è complessa: ci sono state anche confraternite sufi guerriere, come quella dell’imam Shamil che nel Caucaso dell’Ottocento contrastò a lungo l’avanzata delle truppe zariste russe. Ma in linea di massima i sufi erano pacifici e alieni dalla lotta politica, inclini alla mite accettazione dell’esistente alla quale rispondono con l’amore e la compassione. Una variabile sufica è quella dei “dervisci danzanti”, che al culmine dell’estasi invocano ripetutamente Hu! , “Lui”, indicando con tale pronome l’essenza di Dio (è la stessa esclamazione che una fonte minoritica pone sulle labbra di Francesco quand’egli raggiungeva l’estasi). La parola “derviscio” deriva dal persiano darwish, “mendicante”, ed è affine a “fachiro”, dall’arabo faqir, “povero”, “mendicante” (faqr è la situazione di estrema miseria, spinta fino alla nudità). L’invocazione del Nome di Dio è detta in arabo dhikr, ed è considerata un metodo per giungere attraverso l’estasi all’unità con Dio. La prossimità tra il movimento sufico e l’esperienza dei frati mendicanti e in particolare di Francesco d’Assisi è stata più volte rilevata.

S’ispirava alla dottrina sufi Jalal ad-Din Rumi, detto “Mevlana”, il principale poeta mistico musulmano, fautore dell’incontro di tutte le religioni nell’amore di Dio. E’ a causa di questo atteggiamento amorevole e di questa tensione verso  un senso del Divino che unisca tutti gli uomini che i sufi sono considerati dai terroristi pseudomusulmani i loro peggiori nemici.

Franco Cardini

*Tratto dal blog www.francocardini.net

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