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A QUALCUNO PIACE….MANHATTAN. CRONACHE DI VIAGGI MOLTO PERSONALIZZATI. Di Teresa Migliardi

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Un’emozione grande è stata quella di tornare, ancora una volta, a scorrere i nomi degli Alumni sui pannelli delle pareti dell’atrio che introduce a una delle facoltà di giornalismo più prestigiose del mondo: sto parlando della Columbia University, nell’Upper West Side, l’area di Manhattan che si estende poco lontano dal Central Park e Harlem.
Grazie al mecenatismo del giornalista ed editore ungherese, naturalizzato americano, Joseph Pulitzer, promotore di questa facoltà, nonché del premio annuale intitolato a sé stesso, specializzarsi in giornalismo in questo ateneo è quasi sempre un marchio di eccellenza.
Facendo le debite proporzioni, la Columbia University, nella sua organizzazione complessiva, è stata collocata al sesto posto della classifica del Center for World University Rankings, mentre l’università romana La Sapienza è al novantesimo. In questa “scuoletta” privata, a cui si accede indisturbati da uno degli ingressi principali sulla Broadway (avenue chilometrica che percorre da nord a sud tutta Manhattan), ad alcune lezioni è possibile assistere anche da non iscritti. Del resto, non potrebbe essere diversamente non avendo a disposizione almeno 40mila dollari all’anno per poterla frequentare ufficialmente, sempre che si riesca a superare l’intervista di ammissione! E le lezioni sono pazzesche, inutile star lì, se come docente puoi avere la fortuna di ascoltare una sessione di giornalismo investigativo tenuto da Sheila Coronel o se ti lasci incantare da ciò che è capace di spiegarti sul writing Paula Span. Qui, però, i docenti ti convincono soprattutto ad andare avanti senza mai scoraggiarti, un approccio sicuramente molto americano, e poco praticato da noi italiani, un po’ in tutte le professioni. Dopo avere assistito a numerose lezioni mattutine, rimanendo imbambolata per la capacità di coinvolgere che hanno gli insegnanti della Columbia, mi aggiro per il quartiere a piedi, nonostante il freddo pungente di New York in inverno. La prossima destinazione è The Village, come lo chiamano i residenti del Greenwich Village (ricordate vari episodi di Sex and the City girati proprio qui?).
Avevo letto che uno dei miei artisti visionari preferiti, Julian Schnabel, fece costruire un enorme palazzo in stile veneziano, rosa come la glassa di un bignè, per dedicarlo alla sua seconda moglie. E infatti individuo facilmente Palazzo Chupi sull’undicesima strada, al numero 360 West. Singolare e un po’ ridicolo, contiene gli studi dell’artista, una grande piscina e numerosi piani abitati da lui e dalla sua famiglia allargata. Recentemente è uscito anche in Italia uno stupendo documentario del regista napoletano Pappi Corsicato sulle opere e la vita, anche intima e personale, di Schnabel. Si chiama L’Arte viva di Julian Schnabel. Ho già segnato sul mio taccuino che dovrò assolutamente andarlo a vedere appena torno in Italia. Corsicato, amico di questo straordinario artista newyorkese (un ebreo americano nato a Brooklyn), ha tratto il suo documentario di 84 minuti da 80 ore di materiale girato, in concomitanza con la morte (il 27 ottobre 2013) di Lou Reed, altro amico intimo di Schnabel. Un evento, per così dire non programmato, che ha dato un risvolto impressionista al lavoro di Corsicato. Lou Reed viveva in una grande residenza a Montauk, che è la punta estrema di Long Island, insieme alla sua compagna, la compositrice Laurie Anderson, e le sue ceneri sono state disperse da Laurie su una collina di fronte all’oceano Atlantico. Anche Schnabel possiede una villa a Montauk, che è un’altra delle sue residenze preferite per creare i suoi dipinti dalle dimensioni gigantesche e corpose come lui.
Negli Hamptons (così viene denominata la parte orientale e terminale di Long Island) hanno una seconda casa, che è quasi sempre una villa con giardino, tutti quelli che contano a New York, ma è una località marina, a due ore da Manhattan, amata soprattutto da personaggi della scena artistica e musicale.
Qui esiste ancora l’usanza del picnic sulla spiaggia. Chiunque può sperimentarlo, e ne vale la pena, perché gli arenili sono liberi e dotati di passerelle in legno che conducono agevolmente sulla rena. L’aria è buona, l’ambiente è informale, ma raffinato.
L’ultima segnalazione di questo viaggio dedicato interamente a Manhattan sono gli spettacoli di Broadway, con musical come Cats che, anche se già visti cento volte in varie città del mondo (Cats ha compiuto il suo 37° anno d’età!), non ci si stanca mai di rivedere tanto sono ben realizzati. Con tutti quei ballerini-gatti che invadono lo stage come impazziti, che ballano in maniera divina e cantano altrettanto. E rientrando a piedi in albergo a notte fonda nessuno a Midtown fa caso al fatto che continuiate a canticchiare Memory ad alta voce, come un disco rotto, anche se non siete come Barbra Streisand.

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