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LE DICHIARAZIONI ANTICIPATE DI TRATTAMENTO E LA FINE DELLA CIVILTA’. Di Roberto De Albentiis

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Il 14 dicembre 2017, con 180 voti favorevoli e 77 tra contrari e astenuti, è stato approvato dal Senato il d.d.l. S 2801, trasformato nella l. sulle Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento: dopo anni di dibattito (spesso sfruttato e imposto), con un’accelerazione partita da almeno marzo scorso, al termine della legislatura corrente anche l’Italia si dota di una norma sul c.d. biodiritto e il finevita; si afferma che si tratta ora di una norma, come si dice, di civiltà, che è ora uno stop ora un’apertura e un primo passo verso l’eutanasia. Probabilmente hanno ragione i secondi, quantomeno coerenti nei loro desiderata e più coraggiosi dei moderati e degli attendisti.

Il testo normativo è composto da 8 articoli; al primo articolo sono indicate le linee generali in tema di consenso informato, e vengono richiamati i principi di cui agli artt. 2, 3 e 13 della Costituzione e agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e viene data particolare attenzione al rapporto fiduciario tra medico e paziente, con il coinvolgimento anche dei familiari di quest’ultimo, il convivente o altre persone di fiducia.

Numerosi sono i rilievi critici, già in discussione il giorno stesso dell’approvazione, numerosi se pensiamo che in tale materia sono coinvolti, sotto diversi profili, il mondo del diritto (avvocatura, tribunali, notariato), della medicina, della ricerca scientifica, dell’assistenza volontaria (religiosa e laica) dei pazienti e delle loro famiglie.

Se le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) sono l’espressione delle convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari che ogni adulto in grado di intendere e di volere può scegliere se rilasciare, si pone già il primo problema: ogni adulto è in grado di valutare, da solo, i trattamenti sanitari, al di là del consenso informato o del generale buon senso? Non ci si stupisca, allora, della crescita esponenziale delle terapie “alternative”, che invece portano alla morte dei pazienti; si biasima, anche giustamente, la persona che ricorre a questi ciarlatani, ma da oggi la si potrà ancora criticare, se con le DAT si incentiva anzi una eccessiva e discrezionale libertà di scelta, dettata spesso dall’emotività e dal dolore che annebbiano la mente e non da una reale conoscenza scientifica? Che dire, inoltre, dell’obbligo vaccinale imposto? Se bisogna tutelare entrambe le “libertà di scelta”, perché tutelare quella del paziente che firma le DAT e non quelle dei genitori no-vax? A scanso di equivoci, lo scrivente è peraltro totalmente contrario alle tesi antivacciniste (vedasi qui http://www.campariedemaistre.com/2017/11/la-madonna-della-salute-e-il.html ).

Che dire, poi, dell’arbitrario inquadramento della nutrizione ed idratazione tra le “terapie”? Nutrirsi e soprattutto bere non sono trattamenti sanitari o farmacologici, come è evidente e non bisognerebbe dover spiegare; e subdolamente sono inserite tra le terapie, in fondo, quando invece non dovrebbero essere inserite proprio in una legge del genere. La morte per fame e per sete è una delle peggiori possibili, a maggior ragione su delle persone malate e/o che non possono più disporre di loro stesse, alla faccia peraltro della sbandierata libertà. Il medico, se ritiene incongruo il vostro disperato desiderio di essere mantenuti in vita, può decidere di sospendervi comunque le cure. Le “cure” possono essere anche solo acqua e cibo; quindi, in barba al volere personale, si può far morire di fame e sete una persona. Del resto, come riportato, il medico DEVE astenersi dalle “cure” in situazioni disperate.

“Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico assistenziali; a fronte di tali richieste il medico non ha obblighi professionali” (art. 1 c. 6): le “buone pratiche clinico assistenziali”, per ormai decennale opinione di dottrina e giurisprudenza, sono le condotte che il medico deve tenere; quindi una “buona pratica” è, per questa legge, il “dover astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure”, e le “cure”, come asserito sopra sopra, sono anche acqua e cibo.

La legge prevede anche la nomina di un fiduciario che rappresenti il paziente e ne faccia le veci nella relazione con i medici, i quali sono tenuti a rispettare le DAT del paziente. Esiste però la possibilità di ridiscutere le DAT col fiduciario qualora si presenti l’opportunità di nuove terapie per “assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita” non disponibili nel momento della stesura delle DAT.

“Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati” (art. 2

c. 2) Veniamo quindi a due ulteriori mostruosità, una medica e una logica: la prima riguarda i medici, di fatto trasformati in meri esecutori della volontà di morte del paziente, contraddicendo la propria alta missione, derivante da Ippocrate e Galeno, di salvare le vite umane e di arrecare sollievo e non morte e dolore al paziente (e sarà forse per questo che il moderno Giuramento dei medici non comprende più l’originario divieto di aborto ed eutanasia contenuto nell’originale formulazione ippocratica?); la seconda, logica, cosa succederebbe se il paziente, per un qualsiasi motivo, non può più recedere dal proprio proposito e soprattutto non ha più la libertà o possibilità di farlo? Sarebbe quindi terminato comunque, perfino contro la propria volontà? È facile parlare quando si è in salute e non lo si può più fare quando si è in malattia; questo è vero, ma allora non si comprende perché ciò vale solo quando a fare questo discorso siano i fautori dell’eutanasia e non i suoi critici. Inoltre, se in caso di emergenza o di urgenza, «la revoca può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni», chi assicura che ciò venga eseguito fedelmente, per non parlare poi della validità data all’oralità della Dichiarazione, non presente invece nei testamenti (c.d. nuncupativi) e nei contratti, per i quali le norme codicistiche prescrivono la forma scritta nel caso di accordi solenni? L’oralità è ammessa nelle compravendite di tutti i giorni: paragoniamo quindi un recesso (ammesso poi se ciò sia effettivamente possibile) da una volontà eutanasica all’acquisto di un giornale o della spesa e però vincoliamo il paziente alla stessa Dichiarazione precedentemente sottoscritta? O, ancora, che dire dell’importanza data ai fiduciari e, nel caso di atti pubblici e scritture private autenticate, ai notai, con i quali i medici devono accordarsi? Non è comunque una decisione che si prende per altri e su altri?

L’esempio degli altri Paesi europei, poi, è spaventoso, soprattutto quelli provenienti da Svizzera, Belgio e Olanda, dove la morte eutanasica, di fatto, è imposta, di fatto, anche ai depressi (http://www.ilgiornale.it/news/politica/eutanasia-depressione-svizzera-sotto-accusa-1436889.html ), ai malati psichiatrici (http://www.tempi.it/olanda-malati-psichiatrici-uccisi-con-leutanasia-perche-soli-depressi-o-affetti-da-disturbi-alimentari#.Wjal_t_iZPY ) e, infine, ai sani (https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/13/olanda-eutanasia-anche-per-persone-sane-che-pensano-di-avere-completato-la-vita/3097141/ ); quella che si è introdotta, peraltro sulla falsariga di un provincialismo mostruoso, non è civiltà, è morte, peraltro imposta in nome del bene comune, della compassione, del diritto. Le leggi sull’eutanasia, e la recentissima legge sul biotestamento non fa eccezione, tendono tra le altre cose a modificare il rapporto tra medico e paziente, trasformando il primo da alleato del malato nel suo nemico numero uno. Eppure, la classe medica, soprattutto quella italiana, è formata, in generale, da ottimi professionisti che mettono impegno, passione e competenza professionale per salvare vite umane e non per sopprimerle. (vedasi, al termine dell’articolo, un interessante caso riportato dall’autore https://www.corrispondenzaromana.it/progetto-legge-approvazione-al-senato/ )

L’approvazione di una simile legge è del resto coerente con il disegno – politico, giuridico e filosofico – individualistico, soggettivistico e nichilistico presente oggi in Occidente: vale solo il singolo contro la comunità (in primis la famiglia) e perfino contro le leggi e i principi generali (Marcello Veneziani ne ha parlato in questa recente intervista http://www.marcelloveneziani.com/lo-scrittore/overdose-diritti-senza-limiti-ne-doveri/ ); del resto, precarizzando la famiglia con il divorzio breve (anch’esso coerente ultimazione del malvagio disegno dell’introduzione del divorzio nel 1970) e le unioni civili, precarizzando il lavoro con la flessibilizzazione dei contratti di lavoro e l’abolizione delle garanzie (come il famoso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori), precarizzata la vita nascente con l’introduzione dell’aborto con la l. 194/1978, non si poteva, infine, che precarizzare la vita malata e morente, in una perversa conclusione e quadratura del cerchio.

E proprio in un contesto di forte crisi economica (ma, lo sappiamo, prima ancora valoriale) in cui ci troviamo, in un momento in cui i soldi per l’assistenza sociale non ci sono più (http://www.lastampa.it/2017/05/15/italia/cronache/il-fallimento-del-dopo-di-noi-famiglie-sempre-pi-sole-e-mila-disabili-fantasma-SvEbtFi94WpFuPdZZj9fpI/pagina.html ), a meno che non si appartenga alla categoria degli immigrati (vedasi qui http://www.ilprimatonazionale.it/economia/inps-immigrati-pensione-contributi-50818/ e qui http://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/il-governo-da-casa-e-lavoro-agli-immigrati-e-se-critichi-e-hate-speech-73374/ ), in cui 12 milioni di italiani rinunciano alle cure sanitarie (http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/06/07/news/sanita_negata_per_oltre_12_milioni_di_italiani-167476921/ , e non si ricordano battaglie radicali a favore della gratuità dei farmaci o dell’aumento di fondi alla

settore sanitario) e in cui si tagliano ulteriormente le gambe alla ricerca scientifica e alle coperture finanziarie apposite (qui un articolo tra i più recenti http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ricerca_istituzioni/2017/02/13/manovra-tagli-alla-ricerca-sarebbero-un-suicidio-per-litalia_612ec748-557c-4aa0-9051-65a10678e387.html ), l’eutanasia pare la soluzione apposita per non far pesare i malati e i disabili sulle casse statali; un grande arcivescovo del secolo scorso, Monsignor Marcel Lefebvre, lo diceva chiaramente: “Uccidere le persone anziane negli ospedali libererebbe la società da presenze scomode e troppo costose: un’iniezione ed è fatto. E senza compromettere l’ordine pubblico. È spaventoso. Tutto può essere ammesso, se si accetta il principio di “esseri immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico” e “non essere impediti di insegnare e di testimoniare pubblicamente la propria fede, a voce e per iscritto””. Ed è disgustoso che sia lo Stato, che dovrebbe essere il contenitore della comunità e il padre dei cittadini e che, Costituzione alla mano, dovrebbe essere personalista e solidarista, a spingere i malati su questa strada.

Ma spaventoso, soprattutto, è il fatto che con questa legge, in Italia, sia stata resa la vita, bene sommo, tutelato anche penalmente contro chi istiga al suicidio (art. 580 c.p.), un “bene disponibile”, oggetto della propria o altrui volontà. Con appena 180 voti senatoriali, è stata spazzata via in pochi minuti una millenaria visione, greco-romana e cristiana, che ha consentito al nostro Paese di essere un faro di umanità. Che differenza c’è se la vita è bene disponibile dello Stato o del Partito hitleriano o staliniano o, oggi (ma, in realtà, da decenni addietro), della democrazia liberale? Lo Stato e il Partito, quantomeno, non sono ipocriti, non agitano i feticci della libertà personale o dei diritti dei deboli. E se la vita diviene bene disponibile, quale sarà il prossimo passo? E dopo l’eutanasia, formalmente votata in una futura legislatura, della quale le DAT sono solo la preparazione e l’anticipazione, a cosa toccherà? San Tommaso Moro asseriva: “I governanti sono sempre intenti a produrre nuove leggi, senza riuscire con questo a fare chiarezza”; prima di lui, invece, Tacito scriveva: “Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto”. È proprio questo il caso odierno, è proprio il caso di questa legge come di altre leggi, sempre le leggi c.d. di “civiltà” (divorzio, aborto, eutanasia, droga libera), che sono solo leggi distruttive e mortifere, tanto della persona quanto della società e della comunità. Il suicidio assistito e l’eutanasia legali diffondono nella società una mentalità aperta al suicidio: ma quando perfino l’atto contro natura contro sé stessi per eccellenza viene sdoganato, legalizzato, normalizzato (e, un domani, incentivato?), a cosa si può arrivare, quale società si costruisce? Basti l’esempio del Canada qui riportato http://www.uccronline.it/2015/11/11/il-suicidio-assistito-diffonde-la-cultura-del-suicidio-nella-popolazione/ e, sempre dal Canada, la contrarietà di chi, da sempre, assiste i malati a queste pratiche http://www.uccronline.it/2012/07/13/societa-canadese-di-cure-palliative-contraria-a-eutanasia-e-suicidio-assistito/ .

Con l’eutanasia si dà un cattivo esempio, facendo capire che alla sofferenza si può cedere, e oltretutto si gettano nello sconforto i familiari del suicida (perché no, non c’è nessuna scelta individuale pura, ma ciascuno di noi, persona, è legata con dei legami ad altri), togliendo loro la possibilità di amore e vicinanza nonostante le sofferenze; si costringono le strutture sanitarie a tenere qualcuno disposto ad uccidere una persona (quando negli USA i medici e gli infermieri si oppongono ad essere presenti nella camere della morte delle carceri degli Stati federati dove è amministrata la pena di morte per iniezione letale), e presto ci si aspetti anche una lotta all’obiezione di coscienza; si toglie, potenzialmente, la libertà di poter cambiare idea sulle stesse DAT, in particolare dal voler morire al voler vivere; soprattutto, a regime eutanasico avviato, si disincentiva l’interesse a ricorrere a farmaci palliativi e antidolorifici (perché costano) e specialmente a sviluppare terapie per malattie rare, complesso e mortali, perché, per tutto, la soluzione sarà staccare la spina o fare l’iniezione letale, o, peggio, lasciar morire di fame e di sete qualcuno.

Chiudiamo, infine, con due citazioni pontificie del passato, una, rispettivamente, di Pio XI (1930) e di Pio XII (1956), e una dell’arcivescovo tedesco von Galen (1941), che si opponeva coraggiosamente a Hitler e alle sue leggi eutanasiche contro i malati e i disabili: oggi si è assistito ad una reazione simile? “Se i pubblici governanti non solo non prendono la difesa di quelle creature, ma anzi con leggi e con pubblici decreti le lasciano, o piuttosto le mettono in mano dei medici o d’altri, perché le uccidano, si rammentino che Dio è giudice e vindice del sangue innocente, il quale dalla terra grida verso il cielo”; “Il Signore come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna”; “Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi

da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati, che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi. Nessuno è più sicuro della propria vita.”.

Roberto De Albentiis

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Data del decreto che autorizza la registrazione: 06/06/2015 num.reg.stampa:3 | num.R.G.:716/2015
Registrazione marchio: n°di pubblicazione: RN2013C000315 | pubblicato: 06/08/2013 | classe Internazionale 41 -
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