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PONTELANDOLFO FU UNA VERA STRAGE. ANZI, UNA RAPPRESAGLIA. A cura di Gennaro Grimolizzi.

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Si riaccende il dibattito sui fatti dell’agosto del 1861. Intervista a Fernando Riccardi

A cura di Gennaro Grimolizzi

Il generale Enrico Cialdini (1811-1892), responsabile della strage di Pontelandolfo.

Ci risiamo. Una cosa molte triste nella storiografia e nella pubblicistica. Minimizzare o vestire la divisa di questa o quella “squadra di intellettuali”. Fare la conta dei morti. Succede da decenni, da quando la pietra tombale, posta da chi decise che non si dovevano rivelare tanti aspetti di come venne “fatta” l’Italia, è stata rimossa da validi e, viste certe circostanze, coraggiosi studiosi dell’unità nazionale.

Pochi giorni fa “La Lettura”, inserto culturale del Corriere della Sera, ha dedicato una pagina intera al libro in uscita di Giancristiano Desiderio, collaboratore di Via Solferino e direttore del periodico “Il Sannio”. Eloquente il titolo dell’articolo. Come detto prima, “solo” tredici morti e non centinaia a proposito dei fatti accaduti nell’agosto del 1861 nel borgo di Pontelandolfo, in provincia di Benevento. Qui il Regio Esercito represse nel sangue la rivolta dei cittadini ancora vicini ai Borbone e critici verso chi voleva unificare con la forza e la prepotenza. Il Corrierone (un tempo), a proposito del volume di Desiderio, esalta le ricerche del giornalista campano. Le sue argomentazioni rivelano una volta per tutte, la verità sugli accadimenti di oltre centocinquanta anni fa. E viene in mente un avvocato che alla conclusione delle sue arringhe era solito dire: “Questi sono i fatti, Vostro Onore. Quelli veri!”. Per alimentare il dibattito su tante pagine di storia dimenticata o presentate con le vesti della minimizzazione partigiana abbiamo interpellato il giornalista e storico Fernando Riccardi, che da sempre studia gli episodi che fecero l’Italia e gli italiani.

L’ultimo libro di Giancristiano Desiderio, “1861 Pontelandolfo. Tutta un’altra storia”, rivede i fatti tragici di oltre un secolo e mezzo fa. Cosa ne pensa?

«La sua domanda ha bisogno di una risposta articolata. Intanto aspettiamo di leggere il libro prima di dare un giudizio, una regola di assoluto buon senso non a tutti cara. Gli articoli di presentazione apparsi sui mass media in queste ultime settimane lasciano intendere che Desiderio metterà a disposizione dei lettori e degli studiosi un apparato documentale ed archivistico in grado di sconvolgere ogni ricostruzione che fino ad ora è stata fatta di quei tragici fatti. Staremo a vedere. Per il momento si è limitato ad annunciare che i morti di quel 14 agosto 1861 a Pontelandolfo non furono centinaia ma soltanto tredici, come risulta dai “libri mortuorum” conservati nelle chiese parrocchiali del piccolo paese del beneventano. E qui già si può notare una piccola ma significativa discrepanza».

Quale?

«Nella targa affissa sulla parete esterna dell’ex chiesa dell’Annunziata, nei pressi della piazza principale del borgo, lì collocata nel 1973, compaiono i nomi di diciassette cittadini di Pontelandolfo “ignari, inermi ed innocenti” travolti “dall’inconsulto sterminio che nell’agosto del 1861 fece di questa terra un rogo consegnando alla storia i vostri nomi”, come recita la scritta apposta su quella lapide bronzea. Seguono i nomi dei caduti tra i quali c’è quello di Concetta Biondi, il simbolo del martirio di Pontelandolfo, ma anche quello di Michelangelo Perugini, l’esattore fiscale ucciso qualche giorno prima dai cittadini che non volevano pagare le tasse sempre più esose. E già qui i conti non tornano. Infatti se Desiderio parla di tredici morti, ne mancano almeno altri tre, come si evince scorrendo l’elenco impresso sulla targa ed escludendo lo sventurato esattore. A dimostrazione che la fonte dei “libri mortuorum”, pur importante, non è esaustiva. E lo dico a ragion veduta perché proprio in questi giorni sto per ultimare una ricerca sugli eventi, altrettanto drammatici, del 1799 in alta Terra di Lavoro e sto frequentando molto gli archivi parrocchiali. Sarebbe interessante che il nostro autore potesse darci, e non è detto che non lo faccia, la media dei decessi a Pontelandolfo negli anni immediatamente precedenti e poi confrontarla con quella del 1861 per vedere se si è registrato un significativo incremento. Ma anche in questo caso non dobbiamo che aspettare la pubblicazione del libro. C’è da fare, però, un’ultima considerazione. Nell’articolo di presentazione del libro apparso domenica scorsa sull’inserto culturale “La Lettura” del Corriere della Sera, l’autore svela quali sono state le sue principali fonti: i “libri mortuorum” degli archivi parrocchiali, la relazione di un sacerdote, Giambattista Mastrogiacomo, datata 15 agosto 1861, l’intervista del sergente Raniero Sacchi rilasciata il 19 agosto 1861 al giornale “La Perseveranza” e, infine, una lettera di tale Caterina Lombardi, di Pontelandolfo, datata 3 settembre 1861. In tutti questi documenti non si parla mai di strage, di eccidio ma soltanto di una manciata di morti, tredici per l’esattezza, confermando il dato rinvenuto nei “libri mortuorum”. Mi meraviglia molto non aver trovato citato in tali fonti il diario del bersagliere Carlo Margolfo (ma forse lo sarà nel libro) che aveva preso parte all’azione di rappresaglia, per punire il paese che si era reso responsabile, assieme alla vicina Casalduni, dell’uccisione dei soldati del tenente Bracci. Eppure è una testimonianza diretta, immortalata in un libro dato alle stampe nel 1992, che racconta come andarono veramente le cose e la cui lettura consiglio vivamente al collega Desiderio. In quelle pagine troverà lo spunto per arricchire il suo volume e per modificare le sue posizioni fin troppo dogmatiche».

Margolfo ed i suoi commilitoni ricevettero l’ordine di fucilare sul posto gli abitanti di Pontelandolfo…

«Esatto. E questo è un aspetto non di poco conto. Margolfo ed i suoi commilitoni dovevano eseguire l’ordine di fucilare tutti gli abitanti di Pontelandolfo, ad eccezione dei bambini, delle donne e degli infermi. Qualcosa, invece, non funzionò in quanto a farne le spese fu anche una ragazzina innocente come Concetta Biondi alla cui memoria è dedicata una graziosa piazzetta del borgo. Il saccheggio e l’incendio del paese, così come quello di Casalduni, provocarono la reazione in Parlamento di parecchi deputati che chiesero spiegazioni al governo. Ci furono interpellanze e dibattiti ma alla fine trionfò la ragion di stato. Eseguita l’operazione il colonnello Pier Eleonoro Negri, un osso duro che già si era distinto in Crimea e che fece una brillante carriera militare anche per i fatti che stiamo narrando, portandosi dietro un nutrito manipolo di prigionieri con i ferri ai piedi, si incamminò per tornare al comando. Giunto a Fragneto Monforte, così telegrafò soddisfatto a Cialdini: “Giovedì 14 agosto 1861. Ieri all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Se non è rappresaglia questa. Quanti furono i morti di Pontelandolfo? Tredici, diciassette o 164 come scrisse il “Popolo d’Italia”, giornale sfacciatamente filo governativo? O ancora di più? Ho paura che la verità vera non si saprà mai. Anche se, a ben vedere, non è così importante. Si dovrebbe parlare poi di tante altre cose».

Dica pure. A cosa si riferisce?

«Penso al sindaco di Pontelandolfo, l’ineffabile don Lorenzo Melchiorre, ricco latifondista ed usurpatore di terre demaniali, passato senza imbarazzo alcuno dai Borbone ai piemontesi, pur di conservare i suoi privilegi e per continuare a fare indisturbato i suoi comodi. Si dovrebbe parlare della rabbia della popolazione che aveva guardato con molta speranza al cambio di regime e che invece constatava amaramente che niente era mutato. Anzi, erano finti dalla padella alla brace. Ma non è questo il momento. Una cosa comunque è certa e va detta a chiare note: Pontelandolfo e Casalduni mostrarono a chi ancora non aveva ben chiara la situazione il vero volto del nuovo stato unitario. E non può essere di certo un morto in più o in meno a mutare granché la sostanza delle cose».

È  in atto una sorta di ridimensionamento del revisionismo storico dell’unità d’Italia?

«Con il passare degli anni la vulgata storiografica dominante, che per tanto tempo ha dominato incontrastata la scena, è entrata in crisi. Internet ha consentito a chiunque di navigare sul web in cerca di notizie e quelli che erano i depositari della verità assoluta hanno dovuto fare i conti con tanti curiosi che non credevano più ai racconti edulcorati da libro “Cuore”. E allora i ringhiosi molossi dell’ortodossia risorgimentale sono stati costretti a cambiare strategia. E così se prima si negava sempre e comunque in maniera spudorata, adesso, invece, non potendolo più fare, si minimizza, si sminuisce, si ridimensiona. Ma anche questa subdola operazione finirà inevitabilmente per mostrare la corda. Oggi, infatti, tutti conoscono i veri motivi che nel 1860 portarono all’unificazione della Penisola e che niente hanno a che vedere con l’afflato patriottico di cui si è voluto ammantare quell’operazione assai poco limpida».

L’unità d’Italia, per come si è realizzata, è ancora un totem intoccabile? Vietato criticarla?

«Direi di no, per fortuna. Da qualche tempo le critiche, almeno quelle serie e circostanziate, iniziano a fare breccia anche negli atenei. D’altro canto se Garibaldi, nel 1868, in una lettera inviata all’amica Adelaide Cairoli, confessava che “gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali” erano stati “incommensurabili”,  non vedo perché oggi, a distanza di così tanto tempo da quelle vicende, ci si dovrebbe astenere dal riconoscere che il processo che condusse all’unità d’Italia fu molto poco democratico».

La rivalutazione e l’approfondimento di tanti episodi riguardanti l’Italia e la sua creazione sono salutari per il dibattito storico?

«Sicuramente sì. Anzi direi che se ne avvertiva la necessità. Tante vicende, infatti, sono state trattate in maniera insufficiente, penso al fenomeno del brigantaggio postunitario, ed a volte artatamente faziosa e distorta. Conoscere come sono andate veramente le cose in quel periodo così convulso non può che fare bene al dibattito, anche se viene fatalmente a cadere molta di quella patina enfatica e ridondante che per lungo tempo ha avviluppato quegli eventi. E questo, spesso, non viene accettato a cuor leggero. Non tutti, infatti, sopportano di vedere messe in discussione quelle certezze nelle quali hanno creduto ciecamente e che ora vedono crollare come un castello di sabbia inghiottito dall’acqua marina. Non dico che li capisco, ma quasi. Non giustifico, invece, chi si ostina, tetragono, a non aprire gli occhi per difendere rendite di posizione, di carriera e quant’altro e a non accettare confronti. Ma, per fortuna, questi sono sempre di meno. Un’ultima considerazione: attenti a non esagerare, a non fare l’errore opposto. Chi si ostina, infatti, a difendere l’indifendibile, a sbandierare presunti primati ed a trasformare la storia in una parata rutilante e bislacca di soldatini, rischia fatalmente di fare il gioco di chi sta, per convenienza o per intima convinzione, sull’altra sponda del fiume».

Spesso chi svolge un’opera revisionista sull’unità d’Italia viene frettolosamente etichettato come neoborbonico…

«È vero. E lo fa soprattutto chi è a corto di argomentazioni valide. E non solo in relazione ai fatti dell’unità d’Italia. Tra i miei interessi storici ci sono anche le foibe e gli eventi drammatici che, dal 1943 al 1945, interessarono il versante nord orientale del nostro Paese. Ebbene, anche a me è toccato di sentirmi apostrofare come fascista, anche se il partito più a destra da me frequentato in gioventù è stata la Democrazia Cristiana. Si tratta, tornando a noi, di una frettolosa generalizzazione che porta in sé una connotazione dispregiativa, dovuta forse anche al fatto che non sempre si indaga su quelle vicende con la dovuta serietà ed attenzione, come invece si dovrebbe. Ricordo una frase che Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano, ripeteva spesso: “Noi missini, avendo quel pesante fardello alle spalle, abbiamo il dovere non di essere onesti ma di essere onesti due volte”. Ecco, fatte le debite differenziazioni, si può dire che chi si occupa delle tumultuose vicende che portarono all’unità d’Italia in senso revisionista, che non è affatto una brutta parola, ha il dovere non di essere serio, ma serio e scrupoloso due o tre volte di più».

Lei studia da oltre trent’anni il fenomeno del brigantaggio. Oggi c’è una maggiore varietà di argomenti su questo tema e sul 1861?

«Sicuramente sì. Anche se i primi studi scientifici sul fenomeno risalgono alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, grazie soprattutto a quel grande storico, purtroppo dimenticato, che è stato Franco Molfese. Oggi, per fortuna, sono sempre di più quelli che si accostano in maniera seria al brigantaggio postunitario e che consultano i tantissimi e polverosi fascicoli conservati negli Archivi di Stato. Il brigantaggio è stato un fenomeno molto complesso, difficile da valutare, anche per la sua natura anarcoide, capace di restare in vita, tra assopimenti ed improvvise recrudescenze, per dieci lunghi anni ed anche di più. È certo, però, che il fenomeno nasce come una violenta reazione all’occupazione “manu militari” del Regno delle Due Sicilie. Poi nel corso degli anni la sua natura cambia, perdendo quasi completamente la sua connotazione legittimista e politica. Ecco perché resta difficile inquadrare con precisione il fenomeno che niente ha a che vedere con il brigantaggio di altre epoche e di altri contesti. Sicuramente oggi nel dibattito storico ci sono molti più elementi di qualche tempo fa. Ma bisogna fare attenzione: il rischio, infatti, è quello di trattare soltanto il singolo episodio, dimenticando di inquadrarlo in un’ottica ed in un contesto più generale. E così facendo la pur utile ricerca finisce per perdere di importanza, rientrando nell’asfittica trattazione di fatti e vicende locali. Il grande Molfese, nel mettere mano alla sua monumentale opera sul brigantaggio postunitario, diceva di “aver rinvenuto i resti di un naufragio”, volendo intendere che non gli era stato consentito di visionare tutto il materiale. Oggi la situazione è cambiata e l’operazione può essere ritentata con buone probabilità di successo. Anche perché la storia del brigantaggio, quella vera, ancora non è stata scritta».

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