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LE GUERRE SI VINCONO ANCHE CON L’INTELLIGENCE. A cura di Gennaro Grimolizzi

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Domenico Vecchioni è stato Ambasciatore d’Italia a Cuba. Saggista e divulgatore prolifico (è una delle firme più importanti della rivista Bbc History), ha dedicato il suo ultimo libro, “Operazione Cicero” (Greco&Greco Editori), ad una intrigante storia di spionaggio. Il protagonista è Elyesa Bazna, cameriere turco-albanese, che prestò servizio presso l’ambasciata britannica di Ankara.

A cura di Gennaro Grimolizzi

Domenico Vecchioni, 72 anni.

Eccellenza, nel sul ultimo libro parla di un intrigo in cui si intrecciano abilità diplomatiche e spionaggio. C’è sempre però un livello ai più sconosciuto: quello delle mosse e contromosse dell’intelligence. È su quel livello che si vincono anche le guerre?

Credo che l’intelligence possa certamente “aiutare” a vincere una guerra, un conflitto, una battaglia. Può anche rivelarsi determinante nel prevenire perdite umane, attentati e danni materiali. Ma probabilmente non la si può considerare come l’unico elemento che determini la vittoria o la sconfitta. Insomma l’intelligence “accompagna” per così dire il corso della Storia, difficilmente lo “svia”. La Seconda guerra mondiale fu vinta dagli alleati non solo per l’indubbia superiorità delle loro “strutture parallele”, ma anche per il colossale, straordinario sforzo bellico degli Stati Uniti che produsse uno sconvolgimento nei rapporti di forza tra i belligeranti. Ad esempio, senza gli ingenti aiuti forniti da  Washington a Mosca, forse l’Unione Sovietica non sarebbe stata in grado di resistere al rullo compressore nazista, nonostante il buon funzionamento dei servizi segreti sovietici. Ma aggiungerei di più.

Dica pure…

Lo sbarco in Normandia fu un successo militare, grandemente aiutato dalla famosa operazione di “intossicazione informativa” denominata Fortitude, che riuscì a convincere i tedeschi che gli alleati sarebbero sbarcati a Calais e non in Normandia. Circostanza quindi che assecondò significativamente gli anglo-americani, le cui perdite sulle spiagge normanne sarebbero state di gran lunga maggiori senza il depistaggio di Fortitude e tutta l’iniziativa alleata avrebbe conosciuto terribili difficoltà. Tuttavia ci si può chiedere: anche senza l’apporto di Fortitude, i tedeschi avrebbero potuto resistere alla più grande operazione anfibia della storia, che impegnava sette corazzate, 23 incrociatori, 250 navi da guerra, migliaia di navi da trasporto dove si assiepavano 150mila soldati? Senza contare le navi-ospedale, le navi-comando, le navi da carico zeppe di carri armati, semicingolati e cannoni da campo? Probabilmente no. Ma il prezzo di sangue da pagare per gli alleati sulle spiagge di Uta beach, Omaha beach, Gold beach, Juno beach e Sword beach sarebbe stato, senza Fortitude, drammaticamente più elevato.

Quale aspetto di Cicero l’ha colpita di più?

I contorni assolutamente paradossali dell’intrigo. In definitiva Cicero forniva ai tedeschi notizie vere, che però a Berlino, per una serie di ragioni che indico nel libro, venivano considerate inattendibili e riceveva in cambio sterline che lui credeva vere e che invece erano false! Mi ha colpito anche la sostanziale “inutilità” di tutta l’operazione. Una spy-story mozzafiato, piena di colpi di scena e di pericoli per il protagonista, che tuttavia non produsse alcun risultato concreto sul corso degli eventi. I tedeschi, cioè, pur avendo tra le loro mani notizie segretissime di straordinaria importanza, non seppero, non vollero utilizzarle, convinti di trovarsi di fronte ad un’iniziativa di mistificazione dei servizi segreti inglesi. “Troppo bello per essere vero. Troppo semplice per essere credibile!” ripeteva continuamente von Ribbentrop, il ministro degli esteri tedesco. Così se il povero Cicero fu truffato dai tedeschi, che lo pagarono con denaro contraffatto, i nazisti furono capaci di  “auto-truffarsi” non sapendo trarre profitto dalle notizie segretissime fornite dal “cameriere dell’ambasciatore britannico”, Elyesa Bazna, alias Cicero.

Dalla storia di Cicero fu tratto negli anni Cinquanta del secolo scorso un famoso film di spionaggio (“Five Fingers”), diretto dal grande regista americano di origine polacca, Joseph Mankiewicz. A suo parere il film rispecchia la realtà storica della vicenda di Cicero?

Solo in minima parte. Per le esigenze cinematografiche di una narrazione tipicamente hollywoodiana, la storia fu talmente rimaneggiata e romanzata che dei fatti reali rimase solo la cornice politico-diplomatica, le misteriose atmosfere di Istanbul e la vendita da parte di Cicero di documenti segreti inglesi ai tedeschi. Ciò premesso, va detto che il film è di eccellente qualità, i protagonisti sono impeccabili (James Mason e Danielle Darrieux), i dialoghi brillanti, il tutto filmato in maniera superba da un grande regista. Insomma un classico del genere spionaggio. Ancora oggi, a più di sessant’anni dalla sua creazione, si può guardare il film, uscito in Italia con il titolo “Operazione Cicero”, con piacere e interesse (qualche volta viene ritrasmesso dalle televisioni private)  Ma niente a che fare con la realtà.

L’Operazione Cicero si svolge in Turchia, durante la Seconda guerra mondiale. Quel Paese aveva un’importanza strategica che tuttora conserva?

L’importanza strategica e geopolitica della Turchia, ora come allora,  balza evidente al solo scorrere la cartina geografica. Ha in effetti frontiere comuni con la Bulgaria, la Grecia, la Siria, l’Iraq, l’Iran, l’Armenia e la Georgia. Attraverso i Dardanelli e il Bosforo controlla l’accesso al Mar Nero e al Mediterraneo orientale. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, inglesi e tedeschi fecero dunque di tutto per averla dalla loro parte. Una discesa in campo di Ankara avrebbe significativamente favorito l’alleato eventualmente scelto. Ma Ankara resistette a tutte le pressioni. Solo sul finire della guerra, a conflitto oramai quasi concluso, si schierò con gli alleati. Importanza strategica oggi ancora più evidente nel contesto mediorientale, dove tutti sembrano essere contro tutti, dove si vi verificano spesso brutali revirements che arricchiscono un puzzle che schiude continuamente nuovi scenari. La Turchia, membro “storico” della Nato, dopo duri contrasti con Mosca flirta ora con la Russia, ha avuto un atteggiamento ondivago nei confronti dell’ISIS, prima di comprensione poi di decisa avversione ma sempre  in funzione anti-curda, la cui causa però è appoggiata dagli Usa, il grande alleato della Nato. Inoltre, la Turchia, paese a cavallo tra l’Europa e l’Asia, riveste un’importanza strategica fondamentale per quanto riguarda in particolare la gestione dell’emergenza immigrazione e la lotta al terrorismo.

L’Operazione Cicero si svolge all’interno di una rappresentanza diplomatica. Che tipo di precauzioni si prendono nelle ambasciate per evitare di essere spiati?

Tutte le nostre ambasciate sono dotate di un Regolamento Interno di Sicurezza, dove sono elencate le procedure da seguire e gli adempimenti previsti per assicurare non solo la sicurezza della documentazione e della comunicazioni, ma anche quella fisica della sede. Inoltre, tutte le persone che trattano questioni classificate devono essere dotate di un “nulla osta di segretezza”, il che vuol dire che la persona in questione è stata sottoposta ad un’accurata indagine che ne attesta la piena affidabilità. Le ambasciate, poi, vengono regolarmente visitate da ispettori e esperti anti-intrusione che verificano la situazione di sicurezza della sede in tutti i suoi aspetti. Non credo, insomma, che oggi sarebbe possibile il verificarsi di situazioni, come quella in cui si ritrovò Cicero, che fotografava i documenti segreti situati nella camera da letto dell’ambasciatore britannico.

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