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“ABITARE IL PAESE”. TEMI E PROPOSTE DAL CONGRESSO NAZIONALE DEGLI ARCHITETTI 2018. Di Alessandro Tricoli

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Si è svolto a Roma fra il 5 e il 7 luglio l’VIII Congresso Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. Circa tremila delegati, in rappresentanza dei 150.000 architetti italiani, si sono riuniti negli spazi del Parco della Musica progettato da Renzo Piano per ridiscutere il ruolo della professione all’interno di uno scenario socio-economico che nell’ultimo decennio ha registrato un radicale mutamento.

Al contrario di quanto si potrebbe immaginare, il Congresso non è stato né un incontro per “addetti ai lavori” né una convention “corporativa” volta a mettere sul tavolo una serie di rivendicazioni di categoria. Si è trattato invece di un incontro volutamente incentrato su problematiche di interesse generale, come affermato apertis verbis dal presidente nazionale Giuseppe Cappochin nella sua appassionata relazione introduttiva.

A tal proposito risulta particolarmente indicativo il titolo prescelto per la manifestazione: “Abitare il Paese. Città e Territori del Futuro Prossimo”. Il titolo mette infatti in evidenza non solo il ruolo delle città come orizzonte imprescindibile dell’attività degli architetti, ma anche, per citare un’efficace formula proposta durante il Congresso, “la città come soluzione e come problema” della contemporaneità.

Ma quali sono le specificità delle città italiane e quale relazione intrattengono oggi con l’attività degli architetti? La città italiana si presenta come un fattore precipuo di identità e di diversità del nostro Paese: rispetto all’estero, infatti, quasi nessuna metropoli, ma una rete di città medio-piccole, una “provincia-laboratorio” segnata dalla capillare diffusione del modello della “città-diffusa” e da “tracce di città” sparse su tutto il territorio.

Come ha fatto notare al proposito uno dei relatori, l’architetto e paesaggista portoghese João Nunes, la vita oggi cambia molto più rapidamente dell’urbanistica e l’adattamento alle nuove sollecitazioni sociali è un processo complesso e di difficile attuazione, che richiede uno sviluppo significativo di capacità progettuali che gli architetti italiani devono imparare a proporre alla comunità nazionale non da una posizione di marginalità, ma offrire invece con una rinnovata consapevolezza dell’importanza strategica della loro disciplina per il Paese.

Importante, in questo quadro teorico sulla città, il paradigma, sul quale si è molto dibattuto, delle cosiddette “città resilienti”, agglomerati urbani in grado di adattarsi in modo efficace a quei cambiamenti che ne mettono in discussione l’equilibrio sociale ed ambientale.

Al di là dei numerosi punti di vista dei tantissimi relatori, quella che è a nostro avviso va rilevato come vera e propria istanza comune è la chiara rivendicazione dell’architettura come dimensione portante di un “investimento” strategico sui nostri tessuti urbani, spesso così distanti, per stratificazioni storiche e per vocazione, dai modelli “smart” e “digitali” che si stanno affermando nel resto del mondo industrializzato.

Inevitabile, da quanto visto, la domanda di fondo che è “serpeggiata” durante tutto il Congresso: come far riguadagnare all’architettura e alle sue istanze qualitative un ruolo di centralità nell’azione sul territorio e sulla città? Da più parti è stato chiarito come sia fondamentale in questo senso “lavorare sulla cultura della domanda” ovvero sviluppare tra i cittadini, fin dal periodo scolare, un’attenzione all’architettura come fattore di qualità e potenziale motore, nelle sue varie articolazioni, dello sviluppo culturale, sociale ed economico del nostro Paese. Un interessante confronto, teso a mettere in evidenza le lacune del nostro sistema, è quello con la Germania, dove la musica, che per tradizione ed importanza riveste un ruolo paragonabile alle arti visive nel nostro Paese, è insegnata con grande attenzione fin dai primi anni di scuola.

In conclusione, nel ricchissimo quadro di relazioni ed interventi, è necessario soffermarsi brevemente, per l’importanza del ruolo istituzionale, sull’intervento del ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, che ha posto l’attenzione su alcune tematiche particolarmente significative dell’attuale dibattito urbanistico: la necessità di fermare il consumo di suolo, il futuro delle nostre città, la rigenerazione urbana, l’importanza dell’interprofessionalità negli interventi sul territorio e, soprattutto, la possibilità di costituire un tavolo di lavoro tra gli architetti ed il Ministero al fine di sviluppare o una vera propria “legge sull’architettura” o, almeno, delle “Linee guida” per riaffermare il ruolo della disciplina nel quadro dello sviluppo del Paese.

Alla fine del Congresso, approvato all’unanimità, è stato presentato un manifesto programmatico inteso a ribadire con forza il ruolo degli architetti italiani di fronte alle sfide globali descritte in precedenza. Un ruolo, per citare una frase particolarmente significativa del documento, “che guarda al futuro anche quando si occupa del passato e dell’esistente”.

Alessandro Tricoli

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