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“CUSTODIRE IL FUOCO, NON ADORARE LE CENERI”. INTERVISTA A PETER ASSMANN, DIRETTORE DEL MUSEO DEL PALAZZO DUCALE DI MANTOVA. A cura di Alessandro Tricoli

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“Tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”: è difficile non essere d’accordo con la bella citazione di Gustav Mahler che Peter Assman, direttore del Museo di Palazzo Ducale a Mantova, utilizza per proporre un approccio ai beni culturali che sappia andare al di là di una mera, per quanto necessaria, tutela.

Peter Assman, 54 anni

Assmann, austriaco, poliedrica figura di storico dell’arte, artista e manager culturale, fa parte di quel gruppo di direttori di musei stranieri giunti in Italia con quella Legge Franceschini che tanto ha fatto parlare di sé negli ultimi anni. L’intervista che ci ha concesso e che riportiamo integralmente conferma, sempre che ce ne fosse ancora bisogno, l’importanza di nomine in grado di portare ventate di novità e un’apertura internazionale in un settore  fondamentale per il nostro Paese come quello dei beni culturali.

A cura di Alessandro Tricoli

Al di là dei momenti difficili che com’è ben noto ha dovuto attraversare dopo la sua nomina, che bilancio può fare di questi suoi primi tre anni alla guida del Palazzo Ducale di Mantova? Quali risultati sono stati raggiunti e soprattutto su quali questioni c’è ancora da lavorare per una piena valorizzazione di una città e di un patrimonio culturale straordinario come quello mantovano?

“Credo che occorra anzitutto mettere a fuoco la progettualità della “riforma Franceschini”, che le discussioni pubbliche hanno di fatto limitato alla sola questione dei passaporti di qualche nuovo direttore di un museo statale. In realtà l’obbiettivo di questa riforma è stato chiaramente la professionalizzazione del sistema nazionale dei musei, con l’intento di affermarlo a livello internazionale. I primi passi in questa direzione sono stati quelli che hanno portato ad “aprire le porte”. Un successo a livello nazionale, ma soprattutto qui a Mantova. Un nuovo stile che ci ha permesso di allargare le nostre relazioni nazionali e internazionali. Io, sia personalmente sia a livello professionale, ho trovato molti amici, anche se alcune persone continuano a renderci (o almeno ci provano) la vita difficile. In particolare la “famosa” burocrazia italiana invita in primis a NON fare una cosa invece che a portare avanti progetti. Ma, comunque, ora del nostro complesso museale Palazzo Ducale di Mantova si parla ampiamente anche a livello europeo, siamo diventati la locomotiva per lo sviluppo della città di Mantova, non solo al livello culturale ma anche economico: con la cultura si mangia, tanto per sfatare un luogo comune…”

Ricordo una Sua intervista del 2015, dove diceva, con un’efficace analogia, che l’autonomia di alcuni dei principali direttori dei musei pubblici italiani introdotta dal ministro Franceschini rassomiglia a quella di “un autista senza una macchina che funziona”. Quali miglioramenti devono a Suo avviso essere introdotti nel sistema per rendere pienamente funzionante la macchina?

“Sì, noi “piloti” siamo in una macchina d’epoca, con strutture non adatte per vivere la realtà internazionale di un museo. Rimane assai forte il ricordo della Soprintendenza e di quel sistema di gestire i musei. Abbiamo anche una struttura burocratica statale, specie per quanto riguarda il personale, che è del tutto centralizzata (Roma eterna…) e in gran parte nelle mani delle sigle sindacali. Potrei raccontare molti episodi tali da far piangere o ridere, ma la cosa curiosa è che, prima di vivere questa esperienza, non mi sarei mai immaginato che fossero possibili. Davvero, con i miei colleghi stiamo pensando a scrivere un bel libro. Adesso abbiamo un nuovo governo e un nuovo ministro: vediamo dunque quali sono i nuovi obiettivi. Per quanto mi riguarda credo che sarà necessaria una riforma di grande portata della struttura del personale. Il ministro Bonisoli viene da un’esperienza manageriale internazionale quindi sa benissimo come muoversi e come operare.”

Io penso che il Suo Paese, l’Austria, abbia qualcosa da insegnare anche a noi in fatto di politiche sul patrimonio. Ad esempio, ho sempre trovato molto interessante il caso di Graz, città il cui centro storico è patrimonio UNESCO dal 1999 e dove le arti contemporanee di qualità, a partire dall’architettura, convivono e aiutano a valorizzare pienamente la bellezza e l’organicità del tessuto storico. Crede che un simile modello sia positivo e possa funzionare anche per l’Italia?

“Anche un Paese così ricco di eccellenze culturali come l’Italia non può fermarsi alla sola “tutela”. La cultura è vita, e deve essere vissuta se non si vuole farla morire. Un famoso genio della musica, Gustav Mahler (austriaco di passaporto ma in primis grande esponente della cultura europea) ha detto: “tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Questo non vuole dire abbandonare il passato o peggio distruggerlo, ma vuole dire muoversi nella cultura con energia e con attenzione a 360 gradi, essere capaci di guardare al passato ma anche alla contemporaneità. L’Austria è stata fortemente “costretta” a ripensare, dopo il periodo del totalitarismo nella prima metà del Novecento, la proprio posizione, e a trovare una nuova definizione di “patria”, di “nazione” e del suo status internazionale in Europa e nel mondo. Questa discussione intensissima ha portato molti frutti; in particolar modo ha permesso l’individuazione di un nuovo equilibrio fra nazione e territorio, ovvero la regione, e fra tradizione e modernità. Nella lingua tedesca esistono due parole diverse per “patria”, “Vaterland” (più legato alla patria come Stato) e “Heimat”, ovvero “patria culturale e emozionale”. Sul secondo aspetto l’Austria ha lavorato molto, e forse adesso anche Italia è pronta a farlo…”

A Mantova verrà realizzato un museo dedicato al grande eroe tirolese Andreas Hofer. Al riguardo di questa iniziativa, Lei ha dichiarato che è importante “approfondire la relazione tra Hofer e Mantova, le tracce sue e della sua memoria”. Secondo Lei quali sono gli aspetti di attualità e interesse di Andreas Hofer? Che risultati si aspetta per la città da questa iniziativa?

“Quella di Hofer è una figura poliedrica: da una parte fu patriota tirolese, capace di affrontare con successo l’esercito di Napoleone, dall’altra come uomo di Stato fu una catastrofe, legato talora a concetti medievali (e anche in maniera confusa). Ma questo piccolo “museo” non si occuperà, come già avviene in tanti altri luoghi, esclusivamente dei fatti storici, quanto della fortuna di Hofer, ovvero di quanto è avvenuto dopo la sua morte e di come sono state utilizzate la sua figura e la sua biografia. Poi occorre ricordare che siamo a Mantova, fuori dal Tirolo, dunque, in una città che ha una sua storia e che in parte s’intreccia con quella tirolese. Qui a Mantova il monumento ad Andreas Hofer è diventato negli ultimi decenni un luogo d’incontro, quasi un piccolo forum europeo, presso il quale si radunano persone provenienti da diversi Paesi, e che portano con loro diversi concetti di patria e di tradizione, nel segno della pace. Noi ci aspettiamo che questa sia una strada capace di portare buon frutto anche in futuro…”

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