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IL PONTE DI GENOVA SIMBOLO DI UNA MODERNITÀ ITALIANA CHE DOBBIAMO RIPENSARE. Di Alessandro Tricoli

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Tra le varie immagini del Ponte Morandi che i media hanno mostrato in questi giorni, una, a nostro avviso, è particolarmente significativa. Non si tratta né di una fotografia né di un fotogramma, ma di un disegno. Ci riferiamo alla copertina della “Domenica del Corriere” del primo marzo 1964, riproposta con grande frequenza soprattutto sul web.

Alla luce di quanto accaduto, quell’immagine ha infatti qualcosa di drammatico, di impressionante, di insostenibile, forse ancor più delle fotografie e delle riprese che con terribile efficacia hanno documentato gli effetti più devastanti del crollo della struttura.

A ben vedere, in quella sapiente rappresentazione del ponte, maestosamente inserito nel paesaggio circostante e attraversato da vetture fiammanti lanciate sulle carreggiate, sembra condensarsi l’euforia per il “miracolo economico” degli anni Sessanta e il mito di una modernizzazione destinata a condurre il Paese verso uno sviluppo continuo e inarrestabile.

Quella copertina, segnata dall’ottimismo ingenuo, ma nient’affatto innocente di quell’epoca (come aveva colto lo splendido film Il sorpasso di Dino Risi), oggi stride in maniera quasi insopportabile non solo con il crollo della struttura, ma anche con i tanti servizi giornalistici di questi giorni, che ci mostrano una serie di viadotti, dal nord al sud della Penisola, caratterizzati da uno stato di degrado impressionante: copriferri erosi quasi completamente, armature esposte all’azione degli agenti atmosferici, fessurazioni e crepe, anche consistenti, negli impalcati in calcestruzzo.

La modernità italiana, che ha nella rete infrastrutturale il suo fondamentale sistema connettivo, più che “liquida” per dirla alla Bauman, si è scoperta improvvisamente “fragile”. Tale fragilità certo nasce da colpe umane, dal nostro atavico pressappochismo e dai limiti di quelle “tecnologie invisibili” che sovrintendono ai processi organizzativi e agli aspetti immateriali delle nostre costruzioni. Ma la nostra fragilità va ricercata, come dimostrano tanti episodi del passato (dal lontano Vajont ai tanti eventi sismici di questi ultimi anni), anche e soprattutto nelle caratteristiche geomorfologiche e storico-culturali del nostro territorio.

Come sottolineava giustamente Massimo Fini in un articolo di qualche anno fa: “sono convinto che, fra i Paesi europei, il processo di industrializzazione sia stato particolarmente rovinoso per noi. Perché il nostro territorio, così vario, dalle Alpi alla cerniera degli Appennini al delta del Po alle coste, è geologicamente fragile, così come fragili sono il nostro straordinario paesaggio e la ricchezza artistica, frutto dell’opera delle generazioni che ci hanno preceduto, che non abbiamo saputo preservare”.

Abbiamo di conseguenza buoni motivi per credere che se la tragedia di Genova dovesse essere presto derubricata a incidente isolato, a singolo episodio dovuto ad errate valutazioni tecniche in fase di realizzazione, alla mancata manutenzione da parte dell’ente preposto o alla cattiva vigilanza sui gestori privati da parte dei pregressi governi, quasi certamente si tornerebbe al passato e alle sue disfunzioni.

Ritorneremmo dunque alla costruzione di strutture spesso inutili e quasi sempre mal gestite, ai rischi per la sicurezza dei cittadini, allo sperpero di denaro pubblico, alle insensate offese al nostro paesaggio, a quel consumo di suolo, del quale il sistema stradale rappresenta quantitativamente la prima fonte, che rende sempre meno permeabile la superficie del nostro Paese, favorendone il dissesto idrogeologico.

Se invece si volesse indagare con uno sguardo più ampio e meno episodico il senso di quanto accaduto, cogliendone  tutta la forza e il valore simbolico, si dovrebbe trarne un deciso cambiamento di orientamento culturale, non solo nel settore delle infrastrutture, ma nell’intera politica tecnica del nostro Paese.

Di conseguenza si dovrebbero avviare, senza esitazioni e titubanze, programmi di monitoraggio e manutenzione del nostro sistema infrastrutturale e del nostro patrimonio edilizio pubblico, a partire dalle scuole. Si dovrebbe inoltre favorire la dismissione senza ritardi e senza deroghe di tutti i viadotti obsoleti, evitandone ove possibile la ricostruzione, magari a favore di strade a raso (come già richiesto, ad esempio, nel caso del viadotto Akragas ad Agrigento).

Si dovrebbe infine pretendere un uso assai meno generalizzato di un materiale come il calcestruzzo armato, caratterizzato da almeno due gravi difetti: un’obsolescenza assai più rapida rispetto a quanto ipotizzato in passato e una composizione atta a favorire abusi ed illeciti in fase di realizzazione.

Per concludere, crediamo che qualunque cambiamento realmente positivo potrà avvenire solo a partire da una consapevolezza nuova del nostro Paese, che se da un lato ha certo bisogno di rimanere agganciato al famigerato “treno” della modernità, dall’altro ha bisogno di percorrere una via al futuro molto più aderente alle sue caratteristiche naturali, storiche e culturali, che, è bene ricordarlo, sono uniche e straordinarie.

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