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JAMAL KHASHOGGI E IL “CIRCOLO VIZIOSO” CHE TIENE PER I SAUDITI. Di Berta Raviano

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Jamal Ahmad Khashoggi (1958 – 2018).

Il caso Khashoggi è sulla bocca di tutti ormai da più di un mese. Benché la stampa italiana abbia archiviato l’evento nello scatolone della “cronaca nera internazionale”, moltissime testate internazionali non cessano di parlarne per motivazioni eterogenee ma molto chiare.
Prima di tutto il fatto che il racconto ufficiale rappresenta esso stesso un grossolano tentativo di evitare le palate di guano scaturite dalla responsabilità dell’accaduto. Sia chiaro, quest’ultima ricade su Riad. Da qualsiasi punto di vista si volesse leggere la faccenda, se una persona viene uccisa, macellata e occultata nei locali di una importante sede diplomatica saudita, su chi volete ricada la colpa? Eppure, i tentativi di Riad (anche per vie non ufficiali) di dare la colpa al “maggiordomo impazzito” hanno la stessa efficacia del voler nascondere un elefante sotto il tappeto di casa – in questo caso specifico, si dà per scontato, non sia di fattura persiana. E così quando i sauditi tirano il tappeto cercando di coprire una zampa del pachiderma dicendo, per esempio, che certe “schegge incontrollate” dei (loro stessi) servizi segreti saranno punite, la proboscide fa capolino dall’altro lato del tappeto: un chimico e un tossicologo sarebbero stati inviati direttamente da Riad a ispezionare il consolato saudita quando ancora l’episodio non aveva fatto il giro del mondo. Queste indiscrezioni vengono fuori da fonti turche, che evidentemente al corrente degli spostamenti sauditi sul loro territorio, stanno ora utilizzando come una possente leva politica le sorti del compianto Khashoggi – lungi dall’essere un oppositore duro e puro del regime saudita, come è stato disegnato sommariamente da molti giornali.
Non solo, tutti ne parlano per via delle dinamiche scaturite a livello di relazioni internazionali: c’è chi come la Germania ha assunto una posizione di condanna netta (sospendendo la vendita di armi) e c’è invece chi, nascondendosi dietro un dito, assume posizioni che farebbero impallidire il più estremo tra i garantisti. C’è però il garantismo del tentennatore e c’è il garantismo del calcolatore. Entrambi tergiversano nel prendere una posizione politica sulla faccenda ma per due motivi differenti: il primo, profittando del pasticcio saudita, vorrebbe modificare lo status quo a proprio beneficio, il secondo vorrebbe conservare lo status quo per tornaconto personale lasciando in sospeso la questione delle responsabilità. In quest’ultimo caso troviamo gli Stati Uniti. Dunque, il rapporto tra politica industriale bellica statunitense, Arabia Saudita (e la sua politica estera) e Khashoggi non passa inosservato alla stampa internazionale che vorrebbe la condanna unanime dell’Arabia Saudita sull’omicidio del giornalista.
Per quale motivo i tre elementi menzionati sono legati tra loro? Facendo un passo indietro di qualche anno si scopre che Jamal Khashoggi era uno di quegli elementi in grazia al regime saudita al punto da sostenere apertamente la guerra in Yemen nel 2015. Con il proseguire della guerra e con Mohammad Bin Salaman (MbS) nominato ufficialmente erede al trono (giugno 2017) la posizione di Khashoggi cambia radicalmente e si autoimpone l’esilio negli Stati Uniti. Il “riformatore” MbS ha attuato una sistematica pulizia nell’entourage della corte saudita che ha coinvolto anche la fazione di cui faceva parte Khashoggi che nel frattempo si era schierato contro la guerra in Yemen la cui crisi umanitaria stava facendo crollare la reputazione della corona saudita – sulle cui spalle ricadevano tutte le responsabilità. A quel punto, la guerra in Yemen oltre ad avere assunto una “missione anti-sciita” era diventata l’apparato digerente dell’enorme quantità di armi assimilata da Riad nel corso dell’ultimo decennio: una spesa di circa il 10% del PIL (secondo Paese al mondo, con picco del 13% nel 2015) e 69 miliardi di dollari spesi nel 2017 (terzo Paese al mondo con picco di 87mld$ nel 2015). L’industria bellica americana è il primo beneficiario di questa enorme spesa: Riad è la destinazione di circa il 20% delle vendite. Si badi bene che l’acquisto di armi dell’Arabia Saudita non è un modo per prepararsi a fare la guerra o a difendersi da una eventuale aggressione (presumibilmente iraniana) ma ha assunto, già nei decenni passati, la forma di una assicurazione politica internazionale, cioè una maniera per tutelare un regime che, altrimenti, sarebbe subissato dagli attacchi anche all’interno dei circoli ufficiali del palazzo di vetro di New York dove, invece, gode ancora di una discreta reputazione.
È quindi subito comprensibile la posizione di “garantista calcolatore” assunta da Washington (ma anche da Londra e da Parigi) sull’omicidio di Jamal Khashoggi, pentito sostenitore della guerra in Yemen che, sebbene per calcoli personali, voleva scardinare questo circolo vizioso che sta aggravando la crisi umanitaria yemenita. Circolo vizioso che è stato inficiato dal recente appello del generale Mattis, Segretario alla Difesa di Trump, per far cessare le ostilità. Infatti, dalla seconda settimana di novembre pesanti bombardamenti sauditi hanno colpito l’area di Al-Hudayda, città portuale da cui passa la maggior parte degli aiuti umanitari internazionali da cui lo Yemen dipende al 90% per quanto concerne le risorse alimentari.
Come detto all’inizio, non bisogna smettere di parlare del caso Khashoggi perché è un’ottima occasione per allontanare la guerra yemenita da interpretazioni meramente “geopolitiche” – che talvolta mirano quasi a giustificare la posizione saudita – e riportare il dibattito sulla condizione del regime saudita, sulla sua politica interna, sulla sua politica estera e sulla crisi umanitaria in Yemen, la cui risoluzione dovrebbe passare anche da una moratoria sulla vendita delle armi, americane ed europee prima di tutto. Ma, come dicevano i latini, pecunia non olet.

Berta Raviano

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