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IL GENESI O DELLA RIVELAZIONE ANTI-GNOSTICA. di Luigi Copertino

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Accade in taluni che l’approccio alla spiritualità sia mediato dal filtro distorcente del monismo che porta a ritenere l’essere la conseguenza di una caduta primordiale nell’impurità grossolana della materia. Riemerge in tale approccio il retaggio, l’eco, di antiche posizioni proprie di una gnosi, secondo la Rivelazione, non corretta. La definiamo “gnosi non corretta” perché oppositiva alla vera gnosi ossia alla Sapienza stessa che proviene dalla Rivelazione. Nella prospettiva della Rivelazione esistono infatti due gnosi, due conoscenze sapienziali, una autentica, perché divinamente sancita, l’altra non autentica, spuria. Anzi, per quest’ultima, potrebbe persino parlarsi di una falsificazione dell’unica ed autentica gnosi, quella rivelata. Si tratta, pertanto, di una scelta del cuore tra il Vero e la sua falsificazione.

Laddove si aderisce alla versione falsificata della gnosi sapienziale, rivelata nella sua integrale purezza all’Origine, diventa impossibile spiegare come mai proprio ciò che nella prospettiva falsificata della gnosi è evento negativo, ossia la separazione, la frammentazione dell’Uno Monistico, più che Monoteistico, è invece esaltato quale Opera Magna et Bona  nel Genesi. Infatti, nel primo Libro biblico ritroviamo le stesse immagini, che d’altro canto appartengono a tutte le antiche culture “pagane”, proprie dei coevi miti extrabiblici, sumerici o babilonesi, ma con un senso, un significato, diametralmente diverso.

Sembra proprio che alle origini del rapporto dell’umanità con il Sacro ci sia lo stesso tema, lo stesso “mito”, trasmesso con immagini ad un tempo diverse nella forma ma simili nel contenuto. Sotto questo profilo, quello delle immagini, la Rivelazione biblica non si distanzia affatto dal resto del panorama religioso dell’umanità. Si pensi, ad esempio, alla figura di Noé ed al racconto del Diluvio Universale ma anche al fratricidio primordiale, Caino ed Abele, che sono temi ricorrenti in tutte le culture mitiche dell’umanità più antica.

Quel che invece nel contesto biblico cambia e rende la Rivelazione – la Rivelazione abramica, perché in Essa è ricompreso, insieme ad ebraismo e Cristianesimo, anche l’islam – un unicum è il messaggio contenuto nelle immagini e nei simboli della narrazione primordiale. Se il tema “mitico” è lo stesso, per quanto riguarda immagini e simboli, assolutamente diversa è l’esegesi, il significato proposto dalla Rivelazione per comprendere il senso vero della narrazione.

La versione che abbiamo chiamato falsificata della gnosi originaria considera la creazione, spesso in questo contesto denominata “manifestazione”, l’esito di un processo involutivo, di un processo di decadenza ontologica, per emanazione, causato dalla diversificazione degli esseri nel seno dell’Uno Principiale che è senza distinzioni in quanto contenente, in potenza, tutte le distinzioni. Le teogonie e le cosmogonie antiche, senza eccezioni, spiegano in questi termini l’esistenza del mondo. Che, quindi, per essere esso il risultato della frammentazione del Tutto primordiale, assume inevitabilmente un carattere di negatività, di decadenza, di impurità, di malvagità.

Nella Rivelazione biblica, nel Genesi, invece, Dio – il cui Spirito aleggia sulle acque ossia sulla materia primordiale evocata dal nulla – crea separando il cielo e la terra, la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, le acque di sopra da quelle di sotto. Non diversamente da quanto è raccontato nei miti extrabiblici, la creazione avviene per separazione ossia per frammentazione ma, qui, nel Genesi, il senso di tale frammentazione è del tutto positivo. La terra informe e deserta (tohû e bohû in ebraico) come pure l’abisso ricoperto dalle tenebre indicano, parimenti alle acque, la sostanza primordiale che Dio evoca ex nihilo per essere la trama, insieme sottile e materiale – nell’uomo psichica e corporea –, sulla quale il Creatore opera (un dato oggi confermato dalla scienza che ha scoperto essere l’universo una trama di energia condensata in materia).

Dio in Genesi crea frammentando l’indistinto ossia distinguendo gli esseri ovvero ordinando, secondo il suo disegno intelligente, l’abisso informe tratto dal nulla. Che la sostanza informe primordiale è creata dal nulla viene testimoniato, nel Genesi, dal termine usato per indicare l’operare creatore di Dio. Si tratta della parola ebraica “bara’” – per l’attività produttrice degli uomini sono infatti usati altri termini – il cui significato è quello di atto creatore senza cause seconde, ossia immanenti e naturali, precedenti. In tal modo è introdotta, sin dal primo Libro biblico, l’idea di creazione ex nihilo che sarà poi ripresa e chiarificata in Libri successivi, di età già ellenistica, ed in particolare in 2 Mac 7,28, per giungere alla definitiva formulazione dell’incipit del Vangelo di Giovanni.

A questo punto, però, possiamo finalmente comprendere la differenza che rende il Genesi un unicum nonostante in esso ritroviamo le stesse immagini dei miti “pagani” e che, in termini spirituali, di fede, rende ragione della sussistenza di una Sapienza Primordiale offuscata da un tentativo ofidico di falsificazione.

Laddove nei miti, approcciati secondo l’esegesi falsificata della gnosi originaria, la “manifestazione”, quale esito del dinamismo emanativo ed involutivo, è caduta, prigione, illusione, nel Genesi, alla fine del processo di separazione e frammentazione dell’informe, nel quale si sostanzia la creazione stessa sotto l’azione creatrice Divina, viene, al contrario, proclamata la bontà della distinzione ontologica delle creature della quale Dio, nel settimo giorno, quello del riposo, contemplando il suo operato, si compiace: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen. 1,31).

Chi è attento ai significati metafisici del racconto del Genesi, non potrà non toccare con mano che in esso è chiaramente rivelata l’assoluta distanza tra la vera e la falsa gnosi.

Mentre il Genesi esalta come buona la creazione ossia la distinzione ontologica degli esseri, nella prospettiva della gnosi spuria, ossia nella prospettiva dell’interpretazione falsificata delle mitologie antiche, il modo di creare del Dio biblico, per separazione dell’indistinto, è esattamente il modo di operare del “demiurgo”, che è una sorta di “dio minore”, turbatore dell’immota quiete del Nulla-Tutto, il quale è causa dell’origine degli esseri progressivamente degradanti dal Monos indifferenziato.

Si pensi, ad esempio, al demiurgo platonico, figura necessaria nella filosofia sapienziale del grande ateniese, che non conosceva la Rivelazione biblica e quindi l’idea della creazione ex nihilo, per spiegare l’esistenza del mondo.

In ambito extrabiblico, ed in età pagana, l’iniziato ai misteri gnostici doveva restaurare l’Indistinzione Primordiale annichilendo in sé stesso l’illusione della realtà che non sarebbe oggettiva, ossia donata per Amore, ma soggettiva ovvero mera alienazione, proiezione mentale, dell’io, inteso come scintilla divina decaduta dal Monos nell’oscura carne del corpo e che, dimentica della sua connaturata auto-divinità, deve essere, appunto, iniziaticamente risvegliato attraverso appositi rituali.

Non a caso, in particolare nei primi secoli cristiani, lo gnosticismo ha conteso il passo al Cristianesimo negando che il Dio biblico, veterotestamentario, fosse il Padre di Cristo. Per Marcione, ad esempio, il Dio biblico è il “malvagio demiurgo”, il “dio minore” perturbatore della Quiete Insondabile degli Inizi, non il Padre del Verbo Incarnato. Questi, il Padre, sarebbe invece l’Uno Cosmico, il Vuoto Primordiale, l’Amore Abissale che tutto riassorbe in Sé, nell’indifferenziata quiete del Nulla e del Tutto, del Monos Principiale contenente in potenza tutti gli esseri. Di questo Uno Principiale Cristo sarebbe soltanto un Eone venuto per annichilire il mondo materiale e salvare gli eletti, gli iniziati alla gnosi e solo essi.

E’ evidente che siamo di fronte a due diverse “proposte” tra loro incompatibili. Perché o è vera quella Biblica ed allora l’altra è falsa oppure il contrario. O il Dio biblico è il Creatore del cielo e della terra e di tutti gli esseri, per amore dell’uomo, sua immagine, nell’Amore Co-Eterno del Figlio, Verbo Co-Divino mediante il quale Egli crea, oppure il Dio biblico è il “dio minore”, il “malvagio demiurgo” che la gnosi ofidica additò ai Progenitori per tentarli all’empietà, alla protervia, prometeica. Tertium non datur.

E tuttavia – sia detto onde evitare rigorismi fondamentalisti dimentichi dell’insegnamento dei Padri della Chiesa a proposito del Semina Verbi nascosti nelle culture pagane e nei loro miti, se ben intesi  – il cristiano deve far tesoro di quanto trova di santo, e quindi segno della Presenza Reale del Verbo, nelle espressioni della religiosità umana, nella tensione allo Spirituale espressa dall’umanità lungo i secoli.

Un cristiano, un cattolico, grande poeta e profondo conoscitore dei miti pagani è stato John Ronald Reuel Tolkien. Egli ha saputo ricercare nelle antiche mitologie il senso buono ed autentico della Vera Gnosi, della Vera Sapienza del Verbum Dei, e su tale base stendere una grandiosa epopea la quale – dalla narrazione primordiale di Iluvatar che crea per armonia musicale mediata dagli angeli-ainur, e disturbata da Melkor l’angelo ribelle, che per superbia pretende di non dipendere del Creatore, fino allo scontro escatologico finale nella battaglia della Terra di Mezzo – trasuda di vero vino biblico in otri mitici.

Nella sua epopea, lo scopo della lotta ingaggiata dai piccoli Hobbit e dai loro amici ed alleati contro Sauron, l’Oscuro Signore, è esattamente la salvezza del mondo, della creazione, non la sua dissoluzione nell’Uno Cosmico, nell’Abisso informe ricoperto dalle tenebre. Per questo, non a caso, Tolkien mette in bocca, in uno dei momenti più drammatici dell’epopea, quando sembra che le forze del male stiano prevalendo, ad uno dei suoi personaggi positivi questa significativa, e profondamente biblica, affermazione per spiegare le ragioni più vere della lotta nella quale essi sono impegnati: «perché c’è del buono in questo mondo».

Se, dunque, il Genesi, dietro l’uso delle stesse immagini dei coevi miti extrabiblici, offre una visione positiva, persino ottimista, del mondo, resta da comprendere da dove viene quella che abbiamo chiamato gnosi non corretta. Senza approfondire la questione, molto complessa, sia qui detto, in sintesi, che questa gnosi spuria è in sostanza una metafisica deontologica, una metafisica del “Ni-Ente”. Quindi una metafisica del nulla, del nichilismo.

Il più noto “metafisico nichilista” contemporaneo è stato Martin Heidegger. Partito, come Umberto Eco, dal rifiuto di un malinteso tomismo, scaduto in irritante razionalismo per il cattivo servizio ad esso fatto da certe pedanti scolastiche incapaci di cogliere la radice tradizionale della metafisica dell’essere, Heidegger (“Essere e tempo”) arrivò alla negazione dell’essere trascendente in favore di un “esserci” inteso come caduta, nella storia, da un nulla apofatico informe, quiete assoluta, che proprio l’essere, perturbatore, ha gettato nel dramma del tempo, del divenire, costringendo lo spirito alla tragedia esistenziale della sofferenza continua.

Il mondo, per Heidegger, è “gettità” dello spirito. In questa prospettiva, per tornare alla quiete originaria, è necessario negare il mondo, negare la storia, negare il tempo, negare l’essere, come malefici, per approdare sulle sponde del ni-ente. In Heidegger, l’Essere, e quindi la sua scienza ovvero l’ontologia, è pura maledizione. Dati questi presupposti, la riscoperta di una religiosità neo-pagana, come quella nazionalsocialista, fu accolta da Heidegger, che aderì al movimento ed al regime, come necessaria perché egli riteneva che soltanto nel ritorno alla mitologia – al “mito” non certo inteso mordinianamente quale scrigno di Vera Sapienza perduta o come modalità di “inseminazione” del Verbo, secondo la teologia dei “Semina Verbi” di patristica memoria – fosse possibile l’annientamento della ragione, in favore dell’Oltre-essere, del Nulla Apofatico, e quindi la rivolta contro il dominio della Tecnica, la quale, a suo giudizio a causa della metafisica dell’essere, ha prevalso in Occidente. Emanuele Severino è stato, in Italia, il più noto continuatore dell’opera heideggeriana, partendo dalla riflessione sull’essere ed il divenire in Parmenide.

Quando Heidegger, in un famoso articolo, lamentava che “ormai solo un dio può salvarci”, non si riferiva certo al Dio biblico ma, al contrario, echeggiando posizioni che furono già di Marcione, stava inneggiando ad una rivolta contro la concezione ebraica, quindi abramica, di Dio, in nome della “tradizione classica”. Che in Heidegger sta per “tradizione pagana”. Ma, in verità, anch’essa, anche la “tradizione classica”, nell’esegesi heideggeriana viene sostanzialmente storpiata per prostituirla al suo esistenzialismo nichilista. L’adesione all’antisemitismo nazista, alla luce di questo percorso, divenne per il filosofo tedesco un passo consequenziale ed anche inevitabile.

Tuttavia, nel panorama novecentesco, non è stato solo Heidegger a farsi promotore di una metafisica del nulla. Come ha spiegato Piero di Vona, in un saggio pubblicato per i tipi de Il Cerchio nel 1998 (“René Guénon contro l’Occidente”), anche René Guénon si è posto su questa linea.

L’esoterista francese giunge alle stesse conclusioni anti-ontologiche di Heidegger credendo di richiamarsi alla Sapienza Tradizionale attraverso l’Oriente incautamente opposto all’Occidente. Quest’ultimo nel suo pensiero è inteso quale luogo del razionalismo e della tecnica per il presunto venir meno della metafisica la cui responsabilità egli imputa al Cristianesimo. Guénon è chiaro nella responsabilizzazione del Cristianesimo, perlomeno di quello latino, dunque cattolico, per la deriva antimetafisica dell’Occidente.

Si illudono, pertanto, sul suo conto i cattolici guenoniani, i quali sembrano non avvedersi che le cause della decadenza occidentale non sono nel presunto offuscamento metafisico del Cattolicesimo – il francese, nonostante che si vagheggi di una sua corrispondenza con padre Pio da Pietrelcina e nonostante la sua collaborazione con la rivista “Regnabit” di Charbonneau Lassay, il quale non a caso lo allontanò quasi subito, non ha mai compreso la mistica cattolica, né, del resto, la mistica in generale – ma piuttosto nella riemersione umanistico-luterana dell’ermetismo e del neoplatonismo, forieri di gnosi spuria, che ha rappresentato, a partire dal XV secolo, il punto di rottura con la Vera Sapienza veicolata dalla Chiesa cattolica.

Come ha messo a nudo nel citato saggio Piero di Vona, per Guénon il nocciolo dell’Occidente antimetafisico è nell’ontologia, la “scienza dell’ente”. L’ontologia è per Guénon il tradimento della metafisica classica la quale, a suo giudizio, sarebbe fondata sull’esclusivo apofatismo del Divino in corrispondenza con le correnti spirituali orientali. E’ nota la posizione assunta da Guénon se non contraria certo “snobistica” verso la Rivelazione abramica nel cui ambito egli salva, ma perché, a suo giudizio, retaggio esoterico della Tradizione Primordiale, soltanto l’islam sciita.

La critica di Guénon all’ontologia è una critica analoga a quella di Heidegger. Suppore che Dio sia Essere significa introdurre in Dio una determinazione che il Divino, di per sé indeterminato, Nulla Apofatico, ossia non ontico, tradisce. In altri termini, per Guénon Dio non può essere Persona, benché Persona Infinita o Infinito Personale. Con il che, è evidente, e ci dispiace per i cristiani guenoniani, Guénon si pone del tutto al di fuori della Rivelazione abramica, la quale infatti per lui è piuttosto exoterica che esoterica.

Per Guénon l’ontologia sarebbe infondata perché non si può pretendere di esaurire lo studio dell’essere sul solo piano teorico, incapace di indicare effettive vie di realizzazione. Secondo Guénon restare sul piano della teoria fa perdere l’“intuizione intellettuale”, la capacità di cogliere il trascendente. Ora, però, il trascendente di Guénon è soltanto apofatico, non anche catafatico, e consiste nella auto-realizzazione di quanto sta al di là e al di sopra dell’essere ossia nell’auto-realizzare il Vuoto, il Non-Essere.

Il punto, allegramente sorvolato tanto da Guénon che dal suo esegeta Piero di Vona, è che il Dio abramico è Dio Vivente e quindi, in quanto tale, non è gnosticamente una auto-realizzazione, una auto-costruzione, dell’uomo. Il Dio di Abramo è il Dio nel Quale l’uomo vive, si muove, agisce, e che gli si rivela non potendo l’uomo accedere a Lui se Lui non fa il primo passo svelandosi.

L’uomo, persa l’unione primordiale con Dio, non ha fatto altro, nel corso dei secoli, che autocostruirsi immagini del Dio perduto – anche le ideologie moderne altro non sono che autocostruzioni, sebbene in forma laicizzata, di idoli al posto di Dio – ma senza poter effettivamente riattingere a Colui che ha perduto. Il Dio abramico resta infinito, di per sé inaccessibile, ma – ecco il punto focale e nodale della questione ignorato da Guénon, che non a caso oppone “iniziazione” a “mistica”! – si fa kenoticamente accessibile all’uomo, dunque anche alla ragione, la quale pertanto, se evita pretese orgogliose di cosificazione del Mistero, può in parte comprendere il Trascendente e quindi aprire il cuore umano alla discesa dello Spirito, del Fuoco d’Amore, della Luce Increata in lui.

Il Dio Vivente risponde alla domanda di Mosé – “agli israeliti chi dirò mi manda loro?” – ad un tempo occultando e svelando Sé Stesso. L’“Io Sono Colui che Sono” (Es. 3,14) suona insieme apofatico e catafatico, per rendere possibile all’uomo di accedere all’Infinito Personale ammonendolo al contempo di non tentare di costringerLo in, di non tentare di ridurLo a, nessuna delle cose create. Questo riduzionismo, infatti, è idolatria e bestemmia, perché Egli oltrepassa, infinitamente, tutte le sue creature.

Ma se Lui è l’“Io Sono” – che Cristo dirà di Sé in Gv. 8,58 – ossia se Dio è Essere Infinito, in quanto Mistero impenetrabile che tuttavia si rende avvicinabile all’uomo, tanto per via di ragione quanto, soprattutto, per la via mistica del Cuore, allora Dio non è il Ni-Ente e l’Ontologia non solo è possibile e legittima ma è anche radicata nel Mistero Divino. Ne segue che il mondo, la creazione, non è “gettità”, non è “caduta”, non è prigione dello spirito nella grossolanità della materia, della carne impura. La carne, al contrario, impura non è essendo stata assunta dal Verbo ed ipostaticamente Unita alla Natura Divina.

Ci riflettano i cristiani guenoniani

 Luigi Copertino

10 Responses to " IL GENESI O DELLA RIVELAZIONE ANTI-GNOSTICA. di Luigi Copertino "

  1. Madame Janus scrive:

    Se vi è una logica autoreferenziale in ogni religione, quasi sempre la tendenza a esaltare tutto ciò che è imposizione per autorità testuale è la ricerca nel sacro di un rigore in cui si vuole sicurezza, risposte senza equivoci né paradossi, convinzioni definitive. La possibilità di diverse interpretazioni è disorientante, così la lettura che pretende all’ortodossia è accompagnata da un’inclinazione a giudicare negativamente ciò che è considerato problematico, ciò che mette in discussione il modo abituale d’intendere. E’ anche in parte il disagio di vivere in un mondo in cui si rinforza il bisogno di marcare confini entro i quali ogni cosa è riconoscibile in un ordine senza ambiguità. Ma il sacro è simbolico, aperto, interpretabile, fonte di esperienze disparate, non è mai rigidamente univoco. Si può contrapporre il Cristianesimo ad ogni altra religione, è lecito. Non di meno si possono trovare tracce di una comune sapienza velate dal simbolismo. Ciò che ancora più marcatamente differenzia è come la dottrina si traduce nell’esperienza dell’individuo, nell’ascesi, quali territori non afferrabili dal ragionamento è in grado di svelare o meno.

    • Luigi Copertino scrive:

      Fino a quando la Sapienza rimane solo – ripeto: solo! – simbolismo e non diventa anche carne e storia, non tocca la dimensione umana ma rimane inaccessibile all’uomo nonostante egli creda di raggiungerla mediante l’esperienza individuale (di per sé sempre ambigua e pericolosa, perché soggettiva ed incline a disperdersi). Questo è il nocciolo della questione. Giovanni è l’apostolo che, con l’orecchio chino sul Suo petto, ascolta il Cuore di Cristo sostanzialmente unito al Verbo Divino. Giovanni è quindi il depositario della Sapienza accolta per via mistica. Mentre Pietro è il depositario di quella stessa Sapienza per via teologica. Giovanni, però, segue Pietro chiamato in disparte dal Signore e quando Pietro chiede perché Giovanni li segue, Cristo risponde che non doveva importargli. Dunque Giovanni, la via mistica, segue nell’obbedienza Pietro, la via teologica, capo della Chiesa intesa anche come istituzione e magistero. Se Giovanni è il cuore, Pietro è la testa ma dell’unico e medesimo Corpo Mistico. Non c’è distinzione tra livelli, uno supposto esoterico e l’altro supposto exoterico, ma si tratta solo di aspetti diversi, ma non contrapposti nè alternativi, dell’unica Sapienza.

      • Madame Janus scrive:

        Non ho mai scritto che la Sapienza viene esaurita dal simbolismo. Il problema principale del letteralismo dottrinale è che tenta di dare una visione univoca dell’Assoluto. L’ascesi è fondamentale, come ho sempre sostenuto, il far diventare carne l’esperienza della Trascendenza. Ma non nella lettura del mito, quanto nell’ineffabile esperienza diretta. L’errore grossolano è che si creda si tratti di un’esperienza individuale come le altre. No, si tratta di andare oltre lo stato della coscienza condizionato dai sensi e dal pensiero. Non negazione del corpo, ma riscoperta delle possibilità celate nel corpo e nella mente; tradotto in termini cristiani è lo stato mistico in cui si riconosce l’immanenza divina in se stessi, come invitava a fare Gesù nel Vangelo Copto di Tommaso: “il Regno dei Cieli è dentro di voi, conoscete voi stessi”. In Oriente esistono da millenni ascesi incentrate sul rendere vivente questa potenzialità. Non si tratta più dell’esperienza ordinaria del mondo, non è più l’esperienza di un individuo fatto e finito, è uno stato indicibile, che non si può esaurire nel pensare, non condizionato da alcuna forma e che trascende qualsiasi dualità.

        • Luigi Copertino scrive:

          Qui non c’è nessun letteralismo. Quello lo lasciamo volentieri a Lutero. Il problema è capire se la realtà, compresa quella del nostro io spirituale-psichico-corporeo, è ritenuta oggettiva, perché donata dall’Alto, oppure se è ritenuta una allucinazione, una proiezione mentale, dunque una alienazione soggettiva da riportare nel presunto dominio di un “sé” già per sua natura divino e solo dimentico della propria divinità, perché caduto nella “cristallizzazione” della materia. Se si opta per questa seconda posizione si segue la strada che, a suo tempo, portò un Julius Evola ad essere l’esito ultimo, non plus ultra, l’idealismo moderno declinato in senso stirneriano (Cfr. “Saggi sull’idealismo magico; si tratta dell’opera giovanile filosofica che, non a caso, aprì al noto pensatore romano la via dell’esoterismo). I Vangeli apocrifi, non a caso, nascono in ambienti gnostici e riducono a mero simbolismo la realtà carnale e storica della Persona di Cristo. Che il Regno dei Cieli è in noi – questo è attestato anche dai Vangeli canonici – non significa affatto che noi siamo per natura divinità o che siamo scintille di un Divino decaduto nella oscurità della materia, nell’allucinazione/alienazione mentale di una realtà che, per mera avydia, riteniamo esterna a noi quando essa sarebbe solo una nostra proiezione psichica da dominare. Il Regno dei Cieli, ossia Dio, è in noi perché noi siamo in Lui – agiamo, ci muoviamo, viviamo in Lui – benché restando altri da Lui e diventando, per partecipazione, Lui per grazia, per la sua Misericordia kenotica che scende fino a noi, fino all’Incarnazione. Come diceva Agostino “Tu sei più intimo a me che io a me stesso”. Ma Lui resta l’Altro da adorare ed amare. Dal quale ontologicamente dipendiamo. In poche parole si tratta di credere o meno a Dio. Al Dio Vivente, che ti innalza per sua iniziativa verso i Cieli attraverso i sacramenti e l’oltrepassaggio mistico, e non al nostro io che si spaccia per un “dio addormentato” e da risvegliare. Nessuno arriva in Cielo tirandosi per i capelli.

          • Madame Janus scrive:

            Avevo già avvertito che l’esperienza diretta, ineffabile, senza mediazioni, della Trascendenza non è qualificabile nei termini del pensiero discriminante. L’Assoluto non ha restrizioni, non può essere confinato. Si vorrebbe comprendere ciò che non è afferrabile dal pensare dualistico. Le dottrine sono prospettive particolari, che si possono prendere legittimamente come vere o false, ma che anzitutto hanno una loro ragione d’essere nel veicolare valori e fabbricare dati culturali, nel produrre senso all’agire umano. Sono uno specchio dei bisogni umani. E’ già valutato da tempo da parte di reputati studiosi che la tendenza a mescolare più componenti è una caratteristica della società, della cultura, e anche della religione. Ogni cultura è un prodotto in continua evoluzione di continui scambi, appropriazioni e nuove elaborazioni. Lo stesso Cristianesimo ha conosciuto varie declinazioni, ognuna delle quali ha preteso alla Verità. Non differentemente nel Buddhismo, nel Islam, o in altre religioni.

          • Luigi Copertino scrive:

            Una ultima specificazione, poi taccio.

            Il “paradosso”, che a ben vedere non è affatto tale, è proprio nel fatto che l’Infinito si fa finito. Dio si fa uomo. Come questo possa essere avvenuto, nel seno verginale di Maria, resto un mistero ma è avvenuto. Avvenuto nella carne e nella storia. Non solo nel simbolo. La rottura tra Charbonneau Lassay e Guénon avvenne a causa del fatto che mentre il primo studiava la Realtà del Sacro Cuore non solo come simbolo, ossia come elemento intellettuale, ma anche come Cuore concreto, vivo, Cuore di Carne, Cuore Umano di una Persona nella quale l’Infinito si era fatto finito. Guénon, al contrario, trattava del Sacro Cuore soltanto dal punto di vista simbolico. Sotto questo punto di vista l’effettiva realtà carnale, storica, potrebbe anche non sussistere perché tanto quel che è considerato importante è solo il simbolo. Un po’ come i bulthaniani, non a caso protestanti, che affermano non avere alcun interesse per la storicità di Cristo perchè tanto basterebbe soltanto il “Cristo della fede”. Questo perché, nella prospettiva “esoterica” di Guénon, non si tratta, come nella Rivelazione abramica, del Dio Vivente, Infinito, certamente non catturabile dall’uomo ma assolutamente Vivente. Nella prospettiva “esoterica”, infatti, le posizioni possibili sono, in fondo, due e nel XX secolo sono rappresentate da Evola e Guénon. Il primo, come già ho detto, almeno nelle sue prime opere, quelle filosofiche, parla di “realizzazione” di Dio nel senso che Dio non esiste o, meglio, esiste solo se l’uomo lo realizza iniziaticamente con una salto di livello. Per questo Evola, che partiva da Stirner, l’uomo è potenza dormiente (da qui poi il suo successivo accostamento allo yoga della potenza, quello tantrico) e solo se realizza, risveglia, questa potenza può affermare, non retoricamente ovvero “fideisticamente”, Dio. In altri termini Dio potrà esistere solo se l’uomo diventa Dio. Il secondo, Guénon – e tra i due ci fu una cordaale querelle in proposito -, invece afferma l’esistenza Reale del Principio ma questo Principio è Immobile, Impersonale o Sovrapersonale, Incondizionato ossia Non Personale. Ed in quanto tale, mediante l’iniziazione, detto Principio deve essere anche per Guénon “realizzato” benché di per sé già esistente. Come ben si capisce – e non è questione di esoterismo/exoterismo – la prospettiva “esoterica”, nel momento nel quale nega all’Infinito l’essere Persona, confligge con il Dio di Abramo. Il Quale, come detto, non è solo apofatico ma anche catafatico e, quindi, non è solo catafatico ma anche apofatico. Quella che ho chiamato gnosi non corretta tende soltanto all’apofatismo negando il catafatismo: da qui la polemica verso l’ontologia e da qui l’affermazione che l’aspetto personale del Principio implicherebbe già una degradazione rispetto all’Incondizionato assoluto. Si tratta di una distorsione come distorsione speculare è l’errore del razionalismo spirituale che ammette solo il catafatismo negando l’apofatismo quasi a voler costringere Dio in un sillogismo. Due errori complementari che portano lontano dal Dio di Abramo. C’è un piccolo ma prezioso opuscolo di Attilio Mordini (un pezzo raro che chissà si spera di poter ripubblicare a breve), “Il mito primordiale del Cristineismo come fonte perenne di metafisica”, nel quale, al di là di alcuni passaggi magari discutibili, è citato uno dei Padri della Chiesa, Mario Vittorino Afro, il quale parlava di Dio Padre come di “Non-Essere” e di Dio Figlio come di “Essere”, coessenziali e consustanziali. Orbene, Mordini tiene in proposito a specificare che Vittorino Afro, con detta asserzione, non intende dire che il “Non-Essere” del Padre sia un Nulla ma che è il “Pre-Essere” dal quale, per la generazione eterna, sgorga l’Essere del Figlio, del Verbo. E, per meglio chiarire, cita San Giovanni della Croce, il mistico della “Noche Oscura” e del “Nulla”, che quando parlava in termini apofatici di Dio usava l’espressione “Tenebra Superiore” per indicare che la Luce della Natura Divina è talmente “intensa” ed “impenetrabile” da essere vissuta o sentita dall’anima come “tenebra”, come “Infinito non accessibile” (se Lui stesso non si fa accessibile entrando nella storia). In tal senso, sulla scia della gloriosa tradizione della teologia negativa, san Giovanni della Croce parlava, appunto, del “Nada”. Ossia di Dio che non si può ridurre a nessuna delle cose e tantomeno ad un pensiero. Ma il mistico spagnolo non negava affatto che quel “Nada” fosse anche “Essere”, che Dio fosse sì Infinito ma Persona, che fosse Oltre tutto ciò che è ed esiste ma si fosse Incarnato e reso visibile, toccabile, accessibile. Altrimenti l’uomo non potrebbe mai divinizzarsi, entrare nei Cieli (non solo spiritualmente ma addirittura escatologicamente anche nella sua carne glorificata). C’è Grazia, c’è Khenosi, c’è Misericordia, non c’è auto-divinizzazione. Quella è la promessa, ingannevole, di qualcun altro: “Eritis sicut Dei”. Non a caso la prospettiva “esoterica” si caratterizza per una pretesa elitaria ossia riservata a pochi eletti o qualificati (e da chi?).
            Per quanto riguarda il sufismo, intendevo dire che è l’islam sciita che è maggiormente aperto a questa prospettiva mistica. Guénon, nella sua fase islamica, risiedeva a Il Cairo ossia in area sunnita. Vero. Pertanto correggo parzialmente l’affermazione.

            Cordialità

            Luigi Copertino

          • Madame Janus scrive:

            Forse intendeva rispondere a Gionata, ho trovato una risposta che non ha nulla a che vedere con quanto ho scritto. Visto comunque che pare non possibile rispondere, inserisco qui l’ultimo commento, tanto per concludere senza abusare della pazienza dei lettori. Dovrebbe tentare di essere più sintetico, almeno nei commenti. La mente umana pensa in termini di opposizione, per questo si continua a contrapporre tra loro espressioni evidentemente relative. Il pensiero non può cogliere la non-dualità. Ho semplicemente invitato ad avere una visione più ampia, ed a essere cauti nei giudizi.

  2. Dodo scrive:

    Mah, io tutto questo anti-cattolicesimo in Guénon non ce lo vedo. L’avrò letto male …
    Ma poi che ci dice di Frithjof Schuon, Ananda Coomaraswamy, Martin Lings, Rama Coomaraswamy, Michel Valsan, Mircea Eliade, ecc.
    Tutti deviati dalla pseudo-gnosi?
    Sarà, ma più li si legge e più si è portati a credere che siano piuttosto gli anti-perennialisti ad essere deviati dal vizio dell’esclusivismo. Gira e rigira si ritorna sempre lì, a quel grosso limite che impedisce agli essoteristi di farsene una ragione sul fatto che le prospettive sono molteplici.

    • Luigi Copertino scrive:

      Egregio,

      mentre la rinvio alla precedente risposta per quanto riguarda l’equivoco “esoterico-exoterico” le posto qui di seguito l’introduzione ad un altro mio intervento VERITA’ CRISTIANA E PERENNIALISMO pubblicato in cinque parti sul sito di Maurzio Blondet (www.maurizioblondet.it) e che può reperire integralmente anche semplicemente trascrivendo titolo ed autore su Google.
      Cordiali saluti.

      Luigi Copertino

      QUALE PHILOSOPHIA PERENNIS?

      Secondo la Treccani “Philosophia perennis” è espressione coniata dal teologo agostiniano Agostino Steuco (“De perenni philosophia”, 1540), il quale riprendendo motivi di Marsilio Ficino e di Giovanni Pico della Mirandola, soprattutto quello relativo all’accordo tra la “prisca theologia” e il Cristianesimo, intese riferirsi alla presenza di un nucleo comune di verità – consistente nella ricerca del principio delle cose e nel conseguente anelito alla conoscenza di Dio – in tutta la storia della filosofia e in tutte le religioni, dai testi della tradizione ermetica fino a Platone ed ai teologi cristiani. Fondato sulla commistione, tipica del platonismo rinascimentale, tra filosofia e religione, il tema della Philosophia perennis era volto soprattutto a dimostrare la verità e la superiorità del Cristianesimo, di cui gran parte del pensiero precedente, e in particolare quello di Platone, avrebbe colto il più intimo ed essenziale nucleo, poi chiaramente espresso soltanto dai teologi e dai filosofi cristiani.

      A dire il vero, in età umanistico-rinascimentale la riproposizione del tema patristico dei “semina Verbi” non riuscì ad impedire, in quella che, a proposito di Pico della Mirandola, padre Henri De Lubac ha definito “l’alba incompiuta del Rinascimento”, il disallineamento tra Fede cristiana e platonismo, con conseguente divaricazione tra fides et ratio poi portata a radicale opposizione da Lutero, che invece l’attenta e secolare opera dei Padri della Chiesa, culminata in terra latina con Agostino e lo Pseudo-Areopagita, era riuscita ad evitare discernendo tra il “Plato christianus” ed il “Plato non christianus”.

      E’ comunque vero che le intenzioni di fondo di Agostino Steuco e, forse, degli stessi Pico e Ficino fossero quelle di dimostrare e riaffermare la superiorità e centralità del Cristianesimo proponendolo come vera ed autentica Philosophia perennis.

      Il termine “Philosophia perennis” fu poi ripreso da Gottfried Leibiniz che lo uso per designare la filosofia eterna soggiacente e comune a tutte le religioni, se messe a paragone sotto il loro profilo mistico e non meramente teologico.

      Se Agostino Steuco intendeva ancora dimostrare che Philosophia perennis e Verità Cristiana non solo coincidono ma addirittura che il Cristianesimo è esso la Rivelazione primordiale, già un paio di secoli più tardi in Leibniz prevale una interpretazione latudinarista – quella poi fatta propria dalla teosofia massonica – per la quale il Cristianesimo, lungi dal poter rivendicare qualsiasi primato, è solo una delle tante religioni, uno dei raggi di una ruota che tutti conducono ad un unico centro il quale, quindi, non coincide più con la Verità cristiana. Il “perennialismo” diventava così la via del relativismo, perdendo la sua caratteristica di via mistica all’Essere.

      In tempi più recenti Aldous Huxley scelse per un suo saggio, pubblicato nel 1945, il titolo “La filosofia perenne” . La tesi principale di questo saggio si pone sulla scia di Leibniz ed è quella per cui, in ogni forma più o meno sviluppata di religione, si trovano correnti di pensiero puramente mistiche che riconoscono – attenzione al termine qui usato! – una stessa “Realtà divina consustanziale al mondo”. Essendo alla ricerca del divino “consustanziale” al mondo, la filosofia perenne viene definita da Huxley come un approccio di tipo psicologico che scopre l’identità tra l’anima e la Realtà divina.

  3. Gionata scrive:

    Mi perdoni la brevità, che il suo articolo non meriterebbe, visto che tratta approfonditamente un tema complesso.
    Mi limiterò a ciò che mi pare l’essenziale e a una cortese richiesta di chiarimento.
    L’essenziale è che parlare allo stesso tempo di Dio infinito e di creazione conduce a un contraddizione; in ultima istanza,è logicamente evidente che l’infinito esclude qualcosa come una creazione dal nulla. So bene che i testi sacri riportano l’espressione ‘ex nihilo’ ma bisognerebbe essere in grado di verificare la possibilità di un’eventuale traduzione erronea o quantomeno imperfetta dall’originale ebraico, cosa che mi parrebbe non così peregrina. Inoltre, il cosiddetto Non Essere non equivale al nulla, che del resto è una impossibilità, ma piuttosto al non esistenziato, perché se Dio fosse solo esistenziato che ne sarebbe – ma è solo un esempio tra molti – delle realtà in potenza oltre che di quelle in atto? Quanto alla falsa gnosi, lei ha perfettamente ragione e ne vediamo le conseguenze nefaste tutto attorno a noi ma non è vero che la gnosi positiva non implichi, qualora raggiunta, un ritorno al Principio; certo non nei termini di una fusione in un nulla indistinto – considerato quanto detto sopra – perché il Non Essere, come ho brevemente provato ad accennare, è al contrario plenitudine.
    Da ultimo, la cortese richiesta di chiarimento: dove ha preso informazione che Guenon avrebbe ritenuto meritevole come unica via il Sufismo sciita? A quanto so Guenon era certo ricollegato all’esoterismo islamico, ovvero al Sufismo, ma a quello sunnita.
    Cordiali saluti e complimenti per il fatto di affrontare argomenti tanto delicati e facili al fraintendimento ma nondimeno necessari per far luce sulla realtà.

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