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TOLKIEN TRA CUPIDITAS E CHARITAS. Di Luisa Paglieri

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Costabile G.C., “Oltre le mura del mondo. Immanenza e trascendenza nell’opera di J.R.R. Tolkien”, Il Cerchio, 2018.

E’ uscito da poco un bellissimo libro dello studioso Giovanni Carmine Costabile che di certo sarà gradito e nel contempo utile a tutti gli studiosi tolkieniani. Il titolo è “Oltre le mura del mondo: immanenza e trascendenza nell’opera di J.R.R. Tolkien” (ed. Il Cerchio, 2018)

L’opera, complessa ma di lettura piacevole, varia e tutt’altro che cattedrattica, è divisa in due parti: nella prima si analizza il rapporto di Tolkien con l’immanenza divina nel mondo, nella seconda viene analizzato invece l’elemento della trascendenza divina. Esse vengono messe in rapporto  rispettivamente con l’esperienza sensibile (e la cupiditas) e con il superamento del dato sensibile (e la charitas). Anzi immanenza e trascendenza rappresentano questi due poli dell’umano.

Il libro non è in realtà  un’arida disamina teologica o filosofica ma è un viaggio, un viaggio affascinante attraverso motivi e figure del mondo di Tolkien e non solo di Tolkien ma di vasta parte dell’immaginario europeo.

Per quanto riguarda  l’immanenza, il filo conduttore è il paradiso terrestre come viene concepito dallo scrittore inglese e come era stato visto e culturalmente “modellato” dalla tradizione letteraria europea.

Si osservano varie tematiche: il punto di partenza è appunto il paradiso terrestre, i suoi abitanti, le sue caratteristiche. Per esaminare Aman, il paradiso terrestre di Tolkien, l’autore compie un  piacevole quanto approfondito excursus nelle tradizioni letterarie e nei miti precedenti: attraversiamo così i vari Eden  della letteratura in compagnia di Isidoro di Siviglia, dei padri della chiesa e degli antichi Esseni guidati soprattutto da uno studioso, Arturo Graf (1848-1913), che dell’Eden si occupò in un suo libro famoso e ora ingiustamente negletto. Sorvoliamo Ogigia e Avalon, ci intratteniamo con Dante, Ariosto, Milton e Coleridge che si occuparono in varie forme di questo argomento… e osserviamo come questa ricca eredità confluisca nel lavoro del coltissimo filologo Tolkien. Vengono citate molte opere, dall’ Apocalisse a “Pearl” (poemetto inglese medievale) ai lavori di Giraldo Cambrense. E possiamo leggere ampi brani di queste opere e viaggiare piacevolmente nel tempo e nello spazio… navighiamo con san Brendano e voliamo con le Aquile di Tolkien, uccelli salvifici che spesso ricoprono un ruolo risolutivo nella narrazione del Professore. Affascinanti sono poi le storie dei vari Alberi  presenti nell’Eden, variamente interpretati da molti testi e autori: osserviamo infine come essi ricompaiano nel lavoro di Tolkien.

La seconda parte, relativa alla trascendenza,  tocca largamente anche il rapporto tra Tolkien e il ciclo arturiano. Se è vero che si ricordano sempre i legami dello scrittore con il mondo norreno, germanico e biblico, spesso ci si dimentica che anche il mondo arturiano e cavalleresco ebbe un consistente influsso su Tolkien, nonostante questi avanzasse molte riserve su questo corpus leggendario. Invece il ciclo arturiano-bretone ebbe la sua importanza per il Nostro sia in termini narrativi e simbolici che valoriali. In particolare, Costabile si sofferma sull’analisi di un’opera medievale “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” (sec. XIV) analizzata da Tolkien in quanto filologo e studioso di Old e Middle English. Tolkien, insieme a Eric Valentine Gordon, ne curò infatti  un’edizione critica pubblicata nel 1925 e dotata di un glossario con i termini medioinglesi.

I personaggi del poema trecentesco hanno indubbie valenze simboliche che ci rimandano ad alcuni momenti e personaggi di Tolkien da Earendil a Frodo. Le fate del romance cavalleresco vengono in parte riproposte e reinterpretate nella figura di Galadriel e lo stesso Artù ha notevoli legami con la figura di Aragorn e perfino con quella di Frodo anche se forse l’autore non lo avrebbe ammesso volentieri!

Quanto al Cavaliere Verde stesso, è evidente per Costabile (e per noi) il suo legame con le figure tolkieniane legate al mondo vegetale. I numerosi elementi, relativi al mondo vegetale, presenti nel mito, nel folklore (come il celebre Green Man) e  nelle religioni e ripresi nel “Sir Gawain” vengono analizzati a fondo e confrontati con il lavoro dello scrittore inglese.

Come ovvio, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” contiene richiami di tipo naturalistico ma essi non riguardano solo la vegetazione e il suo ciclo di morte e rinascita ma anche il sole e i pianeti secondo un suggestivo sistema di corrispondenze tra certi personaggi e le caratteristiche planetarie (eroe solare, ecc). Questo tipo di interpretazione è molto interessante e fu usato in passato da certi studiosi per miti celeberrimi come quello di Sigfrido e Brunilde. Certo è un metodo che si connette ai miti più antichi sugli dei-astri, miti riutilizzati poi da astrologi, alchimisti e artisti.

Il testo di “Gawain e il Cavaliere Verde” offre, oltre ai citati rimandi naturalistici, spunti filosofici molto interessanti sul ruolo dell’eroe, sulla morte (punizione/dono) e sulla resurrezione.

Il lavoro di Costabile appare infine ai nostri occhi come un variopinto arazzo (per riprendere l’espressione usata da P. Guglielmo Spirito nella prefazione) anzi quasi come una piccola enciclopedia di tematiche tolkieniane perchè molti dei motivi  principali contenuti nei libri di Tolkien sono presenti. Può essere quindi molto utile anche come testo di consultazione per ogni studioso o appassionato del professore di Oxford e a tale riguardo ci permettiamo di suggerire l’inserimento di un indice analitico in una seconda edizione.

Introducono il libro la già citata prefazione di Guglielmo Spirito e la presentazione di Oronzo Cilli, due eccellenti studiosi ben noti a tutti coloro che si interessano di Tolkien e di letteratura fantastica.

Segue un “preludio” a cura dello stesso Costabile dove lo studioso presenta il tema immmanenza/trascendenza anche in termini cronologici. In altre parole, il giovane Tolkien sarebbe stato più incline a cogliere il discorso immanentista da giovane e solo in seguito la sua visione sarebbe divenuta più “verticalista”. L’enfasi si sarebbe dunque spostata sulla trascendenza divina:  nella prima fase Tolkien sarebbe stato più incline ad una visione legata ad elementi sensibili e nella seconda avrebbe concentrato la sua attenzione sulla charitas che trascende ogni materialità.

Un’ottima postfazione a cura di P.Alberto Quagliaroli serve da commento e aiuta il lettore a tirare i fili e forse le conclusioni. Ma una conclusione completa non ci può essere in Tolkien, miniera pressochè inesauribile di motivi e spunti di ogni genere.

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