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IL LEGITTIMISMO DI ANTONIO SALVOTTI NEL ROMANZO “IN NOME DELL’IMPERATORE” DI FAUSTA GARAVINI. Di Riccardo Pasqualin

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In nome dell’Imperatore, pubblicato da Cierre Edizioni nel 2008, è un romanzo storico della scrittrice Fausta Garavini. Il libro, che ha per sottotitolo Romanzo ottocentesco, racconta il Risorgimento Italiano attraverso le vicende biografiche di un personaggio storico reale: il giudice trentino Antonio Salvotti (1789-1866)[1].

Una nota, in chiusura al testo, informa il lettore che la trama dell’opera poggia su documenti reali e l’intera narrazione è inframmezzata di citazioni tratte da vari libri (tra cui possiamo ricordare soprattutto la famosa raccolta Carte segrete e Atti Ufficiali della Polizia Austriaca in Italia, pubblicata da Daniele Manin), ne consegue che – senza voler entrare in archivi e biblioteche per una ricerca puntigliosa – in alcuni passaggi del testo è difficile distinguere le eventuali invenzioni dell’autrice dalla realtà storica.

Si tratta di un libro complesso che si sviluppa toccando numerose tematiche: interpretazione del Risorgimento, rapporto padre-figlio, conflitto interiore tra pietà e senso del dovere… La dimensione psicologica dei personaggi è resa mirabilmente dalla penna della scrittrice e, in particolare, la visione politica del protagonista rappresenta un aspetto centrale nel testo.

La storia ha inizio tra le nebbie del Polesine quando, nel dicembre del 1818, un gruppo di carbonari è sorpreso da una retata della polizia asburgica; « Incline dapprima alla tolleranza, convinto che le persecuzioni non farebbero che fomentare sentimenti antiaustriaci, l’Imperatore [Francesco I] è ormai allarmato dal diffondersi della Carboneria nei suoi possedimenti italiani »[2] ed è a questo punto che fa la sua comparsa il protagonista del romanzo: Antonio Salvotti. Egli è un magistrato tirolese che, negli anni precedenti, ha fatto pratica legale a Milano (allora capitale del Regno Italico), dove si è anche iscritto alla massoneria. Seppur giovane, nel corso della sua vita ha già assistito a innumerevoli cambi di potere: è nato suddito dei principi-vescovi, ha passato l’infanzia nel trambusto dell’invasione napoleonica, la prima adolescenza sotto la dominazione austriaca, ha attraversato le incertezze del conflitto franco-asburgico, accorgendosi sedicenne di essere diventato bavarese, è entrato nella vita attiva come soggetto del Regno Italico e si è ritrovato « in capo a tre o quattro anni nel grembo dell’Impero »[3]. A 24 anni, Antonio è il più giovane componente della Corte di Giustizia e, ricevuta la nomina, ha firmato l’obbligo scritto, che era richiesto agli impiegati del nuovo governo, di rompere ogni legame con la massoneria; da allora, ha dedicato la sua vita a servire l’Impero.

Salvotti è l’uomo più adatto per processare gli arrestati del Polesine, in breve tempo scopre i retroscena della congiura carbonara e svela l’esistenza di un’altra società segreta: Il Guelfismo, « che costituiva la parte morale della Carboneria, e aveva per scopo l’eliminazione delle monarchie assolute »[4].

Nel luglio del 1820, Salvotti, giudice giusto e severo, si interroga sulle rivoluzioni, esse cambiano solo i nomi di coloro che detengono il potere – osserva il magistrato – e ogni mutamento è in peggio: Napoleone, una volta crollato, è divenuto un dio, i carbonari, in passato, avevano sostenuto l’Austria contro Bonaparte, ma ora le si ribellavano contro. Nel ’21, conclusa la faccenda della Carboneria, il protagonista è nuovamente incaricato di indagare sulle “mene settarie”, ha « La sua anima italiana e la sua anima austriaca – l’anima duplice che la storia ha dato ai tirolesi, abitata da due amori ambedue legittimi – fanno tutt’uno contro il dio cieco del disordine »[5].

Salvotti condanna le cose, ma ha compassione delle persone, « Eppure deve andare avanti, fino in fondo, ha giurato di servire l’Imperatore »[6]; la fede dei patrioti è contrapposta alla fede del protagonista, che è la devozione al governo legittimo, l’amore per l’ordine è la sua missione e, nel 1822, è nominato Consigliere dell’Appello di Milano. Ottenuto il nuovo incarico, il giudice si convince che i Federati lombardi sono la pista da seguire per arrivare al nucleo direttivo dei cospiratori italiani, o meglio, della rete internazionale sovversiva che avvolge l’intera Europa; il capo dei ribelli milanesi parrebbe essere il Conte Federico Confalonieri (1785-1846) e ogni sua frase « nasconde una chiave a doppio uso, che apre porte finte e porte vere »[7].

Tuttavia, i moti violenti che mirano a dei cambiamenti radicali e immediati sono sempre destinati a fallire, le rivoluzioni hanno successo solo quando sono “progressive” ed è sempre seguendo modalità graduali che gli ideali sediziosi riescono a conquistarsi il sostegno delle masse.

Infine, l’ambiguo Confalonieri evita la condanna a morte, commutata in carcere duro; nel 1825 Salvotti si trasferisce a Verona e, nell’aprile di quell’anno, la città è visitata dall’Imperatore. Il monarca chiede di incontrare privatamente il devoto funzionario per ringraziarlo dei suoi servigi, il protagonista ne è onorato, ma domanda anche clemenza per Confalonieri. Salvotti però, durante il colloquio, non si limita a tale richiesta e si permette di aggiungere un’altra osservazione: « Una delle cause per cui quest’idea [l’indipendenza italiana] si è sviluppata e col tempo potrebbe dilagare, consiste in un sistema amministrativo e giudiziario non confacente al carattere degli abitanti del Regno, e che contrasta con le loro ultime consuetudini »[8], ma nemmeno questo onesto consiglio convince Sua Maestà a concedere agli italiani delle riforme.

Arrivano gli anni ’30 e nuove rivolte vengono sedate sul nascere, ma s’inizia a sentir parlare di un nuovo rivoluzionario: Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia, « Un pazzo furioso, un vero energumeno, ma pieno d’ingegno »[9]. Salvotti confida ancora nella fedeltà del popolo ed è un suo vecchio amico, Paride Zaiotti (1793-1843), ad occuparsi dei processi contro l’associazione di Mazzini[10]; Paride è un uomo onesto tanto quanto Antonio, non invoca provvedimenti crudeli, ma vuole fare giustizia: « Io farò sempre il mio dovere, e lo farò finché mi basti la vita, e a costo anche della vita; lo farò perché amo l’Imperatore, perché amo la sacra causa dell’ordine »[11].

Il regnante muore nel 1835 e i suoi sudditi lo piangono come orfani, « Zaiotti aveva le lacrime giù per le guance »[12]; Paride, il più caro amico rimasto a Salvotti, scompare invece nel 1843 e intanto l’Italia è nuovamente in fermento. Nel giugno del 1846 il governo austriaco conferisce a Salvotti la nomina di vicepresidente del Tribunale d’Appello del Tirolo con sede a Innsbruck, ma la rivoluzione continua e si vocifera che pure il Papa appoggi i liberali, mentre a Venezia Manin e Tommaseo trascinano già le folle, giungono così i disordini del ’48 italiano.

Radetzky teme che la (eventuale) perdita del Tirolo, della Venezia e della Lombardia possa essere fatale per l’Impero e anche Salvotti ha il cuore stretto: « ecco il risultato dei Viva Pio IX! e Viva Leopoldo II!…Esuli tutti e due, prima divinizzati, poi gettati nel fango »[13], ma tutto si risolve, sale sul trono Francesco Giuseppe e l’Austria sembra “ringiovanire”[14]. La carriera di Salvotti prosegue brillantemente, nel 1850 diviene presidente dell’Appello di Trento e, l’anno successivo, è nel Consiglio dell’Impero.

Il Risorgimento continua e la vecchia Italia muore un poco alla volta; nel 1866, Garibaldi vince a Bezzecca e apre la strada verso il Trentino, il generale Kuhn, per proteggere Salvotti, fa adottare delle misure di sicurezza speciali[15]. Nonostante gli sforzi dei garibaldini, anche dopo questa guerra, il Tirolo resta all’Austria, ma si chiude un’epoca: in quell’anno, svanisce un intero mondo[16] e con esso spira anche il protagonista.

Venendo a osservazioni di carattere stilistico, la scrittrice padroneggia un lessico ricercato e dimostra di saperlo utilizzare sapientemente, aiutando il lettore ad immergersi nel tempo storico in cui è ambientato il romanzo. La forma è molto piacevole, ciononostante – e ci rattrista ammetterlo – il libro è probabilmente inaccessibile a chiunque non possieda una conoscenza piuttosto approfondita dei volti e dei fatti del Risorgimento, il rischio è che alcuni lettori finiscano per “perdersi” nelle molte citazioni e nelle digressioni della trama, senza giungere al suo epocale compimento.

In nome dell’Imperatore è indubbiamente un’opera concepita per un pubblico colto; per dirla riprendendo liberamente alcune parole del Manzoni, è un romanzo che lascia « ai dotti qualche soggetto di ricerca »[17]. C’è anche qualche pecca: Elisabetta di Baviera (1837-1898) non è mai stata « detta affettuosamente Sissi »[18], si tratta solo di un luogo comune[19], ma in fin dei conti questa nostra osservazione è assolutamente superflua e non toglie nulla alla bellezza del testo. È importante ribadire che un romanzo non è un libro di storia.

Tornando al tema che abbiamo voluto brevemente indagare in questo saggio, Salvotti vede nell’Impero “anti-nazionalista” l’ideale massimo, che in lui è superiore addirittura alla sua fede religiosa (non priva di incertezze). L’Impero è lo stato che pone concordia tra le nazioni, ma il legittimismo del protagonista non è banale conservatorismo, né tanto meno il conformismo di un cortigiano. La sua idea di Impero è un’utopia, ossia la fede nell’imperialismo anti-nazionalista, cioè l’unione – non l’annientamento – di tutti i diversi sentimenti nazionali per un bene più grande: la concordia tra i popoli.

Sarà superfluo sottolineare che, nel romanzo, la versione degli eventi storici è quella di un sostenitore del governo asburgico, è un punto di vista “non imparziale”, ma con cui vale la pena di confrontarsi.

Non è da tutti, ai giorni nostri, riuscire a proporre, in un’opera letteraria, un affresco che copre un’epoca complicata quanto il Risorgimento Italiano e ci sentiamo di consigliare la lettura del libro a tutti gli appassionati di storia ottocentesca.

Riccardo Pasqualin

[1]    Per comodità rimandiamo a FRANCESCA BRUNET, Salvotti Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 90, 2017: http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-salvotti_(Dizionario-Biografico)/

[2]    FAUSTA GARAVINI, In nome dellImperatore Romanzo ottocentesco, Cierre, Sommacampagna (Vr) 2008, p. 16.

[3]    Ivi, p. 22.

[4]    Ivi, p. 48.

[5]    Ivi, p. 81.

[6]    Ivi, pp. 98-99.

[7]    Ivi, p. 133.

[8]    Ivi, p. 183.

[9]    Ivi, p. 195.

[10]  Ivi, p. 201.

[11]  Ivi, p. 202.

[12]  Ivi, p. 210.

[13]  Ivi, p. 268.

[14]  Ivi, p. 270.

[15]  Ivi, p. 321.

[16]  Alludiamo, ovviamente, a un celebre passaggio di Senso, pellicola del 1954 diretta da Luchino Visconti.

[17]  A. MANZONI, I promessi sposi, ediz. Feltrinelli, Milano 2018, p. 106.

[18]  F. GARAVINI, op. cit., p. 304.

[19]  Senza voler divagare, ci sentiamo di ricordare che l’Imperatrice Elisabetta di Baviera non venne mai chiamata “Sissi”, i suoi soprannomi furono Lisi e Sisi.

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Registrazione marchio: n°di pubblicazione: RN2013C000315 | pubblicato: 06/08/2013 | classe Internazionale 41 -
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