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NYING TIG O L’ESSENZA PIU’ NASCOSTA. Di Madame Janus.

Jingme Lingpa, Nying Tig o l’essenza più nascosta, Il cerchio, pag. 13, Euro 5.00 (www.ilcerchio.it)

Un breve ma prezioso scritto che va ad aggiungersi a quelli più elaborati di Namkhai Norbu e del Dalai Lama, quello di Jigme Lingpa è un commento a quel che viene considerato il più elevato degli yana o veicoli, vie della gnosi del Buddhismo tibetano, il cuore più profondo dell’insegnamento di Padmasambhava. Lo Dzogchen è difficilmente spiegabile con analogie, è lo stato sublime del presente che trascende ogni dualità. Si dice che la teoria è come una macchia su di un vestito, viene cancellata dallo stato originario della “natura delle mente” che risplende senza impedimento. Usare qualsiasi occasione della vita come fosse la Via, il corpo che diviene il rifugio e il tempio, non discriminando più tra quando si è in meditazione e quando non lo si è, integrando lo stato di chiarezza della mente primigenia in ogni momento. Questa chiarezza non ha a che fare con i processi psicologici né con il pensiero che discrimina, e solo una volta liberati dalla speculazione dualistica – corpo e spirito, individuo e divinità, bene e male, ecc. – si può sviluppare nella pratica questa consapevolezza penetrante. Al contempo è un errore guardare alla realtà del mondo come un semplice miraggio, non vi è alcuna dualità. E’ un errore tentare di imprigionare i pensieri, le emozioni, in una pratica ascetica. Nella tradizione Nyingma si dice “azioni, apparenze, lasciale come sono”. Non esiste separazione tra la natura primordiale e quella relativa e condizionata di un essere, allo stesso modo in cui lo specchio e i suoi riflessi sono un tutt’uno indivisibile. Nel contesto degli Yoga Tantra nella tradizione Gelug è la realizzazione, ovvero l’attuazione, dello stato della mente che spontaneamente emerge dalla Beatitudine, l’indivisibilità tra Samsara e Nirvana. In tutte le tradizioni buddhiste di meditazione si parla di due fasi, la meditazione calma, ovvero la condizione di rilassamento in cui i pensieri non hanno più la capacità di turbare, e la visione intuitiva, che nei Tantra è il livello della trasformazione dell’energia vitale che si manifesta nei chakra. Ma Jigme Lingpa avverte che “una realizzazione temporanea è come la foschia che sicuramente sparirà”. Non si ricava alcun permanente beneficio nel tentare di dominare violentemente la mente. Nello Dzogchen anche quando terribili pensieri di attaccamento e avversione emergono, sono fenomeni che si auto-dissolvono nella pervasiva qualità della chiarezza (o splendore) primigenia della mente, che non ha a che vedere con una singola entità, che non ha origine, che non cessa mai, che non può essere localizzata. Metaforicamente i pensieri e le emozioni vengono viste come un ladro che entra in una casa vuota. Volendo trovare un antecedente filosofico, si può guardare a Nagarjuna: siccome i fenomeni, sia quelli percepibili dai sensi che quelli originati dal pensiero o dai sogni, sono prodotti dall’interdipendenza, non vi sono fenomeni la cui natura non sia vuota, ovvero i fenomeni non possiedono la propria ragione d’essere, non si generano indipendentemente da cause e condizioni, e per questo sono transitori e impermanenti.

Lo Dzogchen non è un sistema religioso, è la conoscenza che è stata trasmessa senza alcun limite di tradizione o di ordine monastico, al di là di tutte le sovrastrutture create dall’uomo.

“Introdurre direttamente lo stato” è il vero senso dell’iniziazione, la trasmissione della conoscenza che avviene nell’unificazione dello stato interiore del maestro con quello del discepolo, “da cuore a cuore”. Un evento le cui coordinate non trovano spiegazioni discorsive risolutive e che richiede connessioni karmiche enigmatiche. Quando avviene la diretta conoscenza di questo stato, la Via è trovare la presenza della contemplazione nelle molteplici esperienze della vita. La parola “unione” presuppone due cose divise da unire, mentre “non-duale” significa che dal principio non esiste separazione. I metodi della pratica, le varie tecniche, le posizioni corporee, il pranayama, sono solo mezzi per entrare nella condizione senza tensioni della contemplazione. Lo sforzo e l’impegno, che sorgono dalla preoccupazione e dalla tensione, sono la manifestazione caratteristica della mente dualistica. Correggere, modificare, sono anch’esse funzioni della mente dualistica, quindi nello Dzogchen trovarsi nello stato non corretto significa andare oltre le categorie, evitando l’atteggiamento ostinato di chi vuole ottenere o raggiungere qualcosa. La “vera natura della mente” non è da fabbricare, ma sempre presente.

Madame Janus

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