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GIOVANNI VOLPE, INGEGNERE ED EDITORE. Di Gianfranco de Turris

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Il 15 aprile 1984 era una domenica delle Palme. Si chiudeva il XII incontro Romano della Fondazione Gioacchino Volpe intitolato “Sì alla pace, no al pacifismo”,  e il figlio del grande storico, Giovanni, ingegnere per professione,  editore per passione ideale, stava tenendo il discorso di chiusura, quando si accasciò colpito da un infarto. Aveva 78 anni, essendo nato a Santarcangelo di Romagna nel 1906.

Moriva in piedi, si potrebbe dire sul fronte della sua battaglia, quasi in prima linea, un uomo che aveva dato moltissimo per una cultura controcorrente, anticonformista,rispetto a quella dominante, vale a dire di  sinistra, progressista, marxista, impegnata, materialista, modernista, sin dal 1962, quando si era reso conto che mancava un’alternativa alla intellighenzia imperante e pervasiva, che boicottava e silenziava chi non era d’accordo con lei, fondando una casa editrice con le sue sole forze che chiamò simbolicamente Il Quadrato per farle assumere subito dopo il suo stesso nome, Giovanni Volpe Editore con un simbolo disegnato da Sigfrido Bartolini, e che raccolse intorno a sé autori italiani e stranieri di una vasta area culturale sino ad allora emarginata: di destra, tradizionalisti, antiprogressisti sia sul piano culturale che storico, sia letterario che religioso, nazionalisti, monarchici, liberali, in tal modo andando contro le mode del tempo e contro l’andazzo della chiesa di Paolo VI.

In ventidue anni Giovanni Volpe pubblicò centinaia di opere di ogni genere dalle copertine essenziali (forse anche troppo), magari soltanto perché piacevano a lui senza molto preoccuparsi delle vendite e che spesso meriterebbero oggi di essere riscoperte e riproposte a chi oggi non le ha mai lette. Entrò in tutti i settori, compresa la rivisitazione dell’ultimo conflitto con la collana “Italiani in guerra”, pamphlet contro il sessantottismo (ricordo quelli del professor Enzo Giudici), testi controcorrente di letteratura, filosofia, musica, narrativa. Nonostante un famoso caratteraccio irascibile e un fare imperativo di cui spesso ne faceva le spese il suo tipografo di fiducia, Pedanesi, e che lo portò a rompere con alcuni collaboratori come Romualdi e Gianfranceschi, era aperto a tutte le idee, eccetto quelle che non erano esattamente le sue… Era aperto anche a noi ragazzi che allora avevamo tra i venti e i trent’anni, purché le loro proposte gli confacessero: nel 1971 accettò la mia idea di una collanina tascabile a basso prezzo (600 e 1000 lire) che presentasse una specie di propedeutica politico-culturale per i giovani e la continuò nonostante la delusione che gli venne da Almirante, allora a capo del MSI, da cui si spettava che ne acquistasse copie da distribuire nelle sezioni del partito. Una collana che si chiamava “L’Architrave” diretta ai giovani e realizzata da giovani come Carlo Sburlati, Roberto de Mattei, Marco Tarchi, Carlo Cerbone, Carlo Fabrizio Carli, Marcello Veneziani, per non parlare di Adriano Romualdi, Stenio Solinas, Maurizio Cabona, Francesco Perfetti che collaboravano con la casa editrice e  che poi hanno tutti fatto significative carriere nel mondo del giornalismo, dell’università, della cultura, delle rispettive professioni.

A modo suo ci teneva tanto ai giovani Giovanni Volpe che nel 1981, quando giovani eravamo un po’ di meno, che ci radunò tutti, di Roma e di fuori Roma, a cena in un ristorante e propose di affidarci una nuova rivista in cui potessimo esprimerci senza interferenze, liberamente. Nacque così il mensile dal titolo longanesiano di Omnibus  sotto la direzione di Marcello Veneziani. Uscì l’ormai rarissimo primo numero, il secondo arrivò in tipografia… e rimase lì presso le Arti Grafiche Pedanesi, non venne mai stampato: l’esprimersi liberamente con l’ingegnere aveva i limiti del suo caratteraccio accentratore…

Non si limitò come si vede, ai libri, ma entrò anche nel settore delle riviste quando esplose la polemica contro la “cultura di destra” aizzata dalla stampa di sinistra, allorché Rusconi entrò nel campo editoriale con il settore libri affidato ad Alfredo Cattabiani. Allora lanciò La Torre, quasi una sua vetrina personale con il “Quartino dell’editore”, un inserto in carta marroncina scritto interamente da lui, mensile che uscì per 169 numeri dal maggio 1970 al maggio 1984; e Intervento, un bimestrale diretto inizialmente da Fausto Gianfranceschi e poi da lui stesso, che uscì dal gennaio 1971 al giugno 1984 per 69 numeri, e chiusero subito dopo la sua morte (quest’ultima testata venne poi ripresa dall’editore Ciarrapico e diretta da Marcello Veneziani per due o tre anni). In quel 1971 uscì subito dopo La Destra, il mensile di Claudio Quarantotto per le Edizioni del Borghese. Una miniera, entrambe le testate di Volpe, di idee, proposte, polemiche, analisi, interpretazioni, considerazioni fuori dal coro progressista.

Tutto ciò in una stagione difficilissima in cui la “cultura di destra” era sotto attacco, praticamente assediata, chiusa in un ghetto, ma nonostante ciò si faceva valere e diceva la sua con firme autorevoli e coraggiose. Una stagione irripetibile. Oggi, di fronte al deserto attuale, sembra incredibile, anzi impossibile. Ma allora esistevano giornalisti, scrittori, intellettuali, storici, pensatori che non si facevano intimidire e che non avevano paura di dire apertamente la loro (si ricordi che erano gli “anni di piombo” con morti ammazzati quasi ogni giorno),  nonostante che si tentasse di tutto per confinarli in un angolo e renderli inoffensivi. Gente con gli attributi che si metteva in gioco in prima persona. E con alle spalle mecenati, diciamolo pure, che a loro volta si mettevano in gioco impegnando le proprie sostanze in nome di una idea e di un ideale. Ed è per questo che bisogna ricordarli, non dimenticarli, rendere loro onore in un tempo superficiale e smemorato che vive un eterno presente e preferisce dimenticare tutto, essere senza memoria, dimenticando la loro lezione, non comprendendo ancora il valore anche pratico, sostanziale, metapolitico, della cultura. Giovanni Volpe, l’editore “fascista” era intellettualmente molto più “liberale” di tanti pseudo-democratici di oggi sia a sinistra che a destra.

Gianfranco de Turris

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