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L’ANTITESI PERFETTA DELLA RIVOLUZIONE: GLI SCRITTI SUL CARLISMO DE “LA CIVILTA’ CATTOLICA” (1873-1875). di Riccardo Pasqualin

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A margine di alcune recenti (e trascurabili…) polemiche, al fine di provare inconfutabilmente la sua fede europeista, La Civiltà Cattolica ha ritenuto opportuno proporre una selezione di suoi articoli pubblicati a partire dagli anni trenta del secolo scorso.

Intanto però, per i tipi dell’editore Solfanelli, è già disponibile il libro L’antitesi perfetta della rivoluzione Gli scritti sul Carlismo della «Civiltà Cattolica» (1873-1875), ossia il secondo volume della Collana di Studi Carlisti.

La breve antologia è introdotta da un utile saggio di Gianandrea de Antonellis, curatore della collana, e contiene sei scritti comparsi (originariamente in forma anonima) sulla rivista dei gesuiti, che vengono ripresentati in ordine cronologico e corredati dai nomi degli autori.

Il libro colpisce sin dal titolo: «L’Antitesi perfetta della Rivoluzione» è l’espressione che padre Raffaele Ballerini (1830-1907) utilizzò per definire Carlo Maria di Borbone-Spagna (ovvero Carlos VII, Duca di Madrid) nel suo articolo La missione di Carlo VII, apparso il 7 giugno 1875. Tuttavia, come osserva de Antonellis nell’introduzione alla raccolta, questa eloquente definizione non è applicabile alla sola figura del monarca, quanto piuttosto all’essenza stessa del Carlismo, un movimento ideologico e politico che incarna la Spagna del Crocefisso nella lotta contro la rivoluzione, uno scontro epico che è stato paragonato dai giornalisti cristiani alla Reconquista: la guerra degli Ispanici contro gli invasori maomettani.

In questi testi dedicati agli sviluppi della terza guerra carlista (1872-1876), Don Carlos è presentato come un principe umile e paterno che conosce i problemi reali dell’uomo concreto. I Carlisti non sono nazionalisti e rispettano le differenti identità dei popoli delle Spagne, la loro concezione della Patria non è accostabile a quella del moderno “stato-nazione” di matrice francese; essi infatti credono nelle autonomie tradizionali garantite dalla Corona e nella vera libertà dell’individuo: quella del Vangelo. I gesuiti erano certi che, una volta tornato al potere, il sovrano avrebbe messo al bando ogni idea di partito, cancellando i settarismi che dividono il popolo in fazioni contrapposte: egli sarebbe stato il Re di tutti gli Spagnoli.

Raffaele Ballerini nel suo articolo La bandiera di Carlo VII nella Spagna (19 luglio 1873) dipinge subito a tinte fosche la «barbarie liberalesca», schierandosi con decisione contro «Al suo ateismo che nega ogni religione, al suo socialismo che distrugge ogni civiltà, alla sua anarchia che rigetta ogni potere»[1]; a tutti questi abusi si oppone la dottrina del Carlismo. Sul vessillo di Don Carlos, infatti, campeggia il motto “Dio, Patria e Re”: i tre grandi concetti antirivoluzionari, che significano difesa della Religione, della comunità e del governo legittimo. La guerra per il controllo della Spagna non è il frutto di una mera questione dinastica, ma il duello tra due inconciliabili visioni del mondo. Il regionalismo forale professato dai Carlisti non è il secessionismo egoista e anarchico che attenta all’unità della Patria spagnola, ma un carattere proprio della monarchia organica. Per contro, scrive padre Ballerini, il liberalismo «ha sconvolta da capo a fondo, con armi straniere, l’Italia divisa, per farla una; [e] ora ha sconvolta e sconvolge la Spagna una per dividerla in pezzi. Prova chiara, che l’unità o la divisione territoriale dei paesi non è pel liberalismo che un pretesto. Il fine è sempre quello di distruggere in essi il cattolicesimo»[2]: pensieri questi che segnalano inequivocabilmente quale fosse la “stima” che La Civiltà Cattolica nutriva nei confronti dei governi liberali e laicisti.

Inoltre tale ragionamento sembra riprendere quelli già esposti – seppur in un differente contesto politico – da Giacinto de’ Sivo (1814-1867), storiografo del governo dei Borbone di Napoli in esilio, «cantore della patria perduta» e scrittore «di tacitiana memoria»[3] (citando la felice formula coniata da Giuseppe Catenacci e Francesco Maurizio Di Giovine).

Già nel pamphlet I Napolitani al cospetto delle nazioni civili (1861), infatti, de’ Sivo teorizzò l’esistenza di una variegata alleanza settaria internazionale che si serviva delle agitazioni dei ribelli d’Europa; egli osservò: «si fan qua e là sorger desiderii esclusivi di nazionalità. Invece di anelare ad esser tutti una famiglia, tentiamo a disunirci con l’egoismo delle razze»[4]. Nella sua disamina lo storico borbonico proseguì: «[la setta] Qui deifica un re, colà grida repubblica, altrove indipendenza o affrancamento. […] Sono mezzi diversi, serventi una stessa idea»[5], ma in realtà «la setta congiuratrice non vuole la libertà, fuorché sulle labbra e su’ vessilli. Vuole invece la guerra civile, l’anarchia, gli alti seggi, le imposte sforzate, le grasse mercedi, l’abolizione degli altari e delle leggi, il comunismo, la distruzione della famiglia sociale, e la tirannia de’ peggiori su’ migliori […]»[6].

Nel suo scritto Le vittorie Carliste e il liberalismo (20 aprile 1874), il terzo della raccolta, anche la penna del dantista Francesco Berardinelli (1816-1893) non perde occasione per sferrare graffianti stilettate contro i nemici della legittimità; egli afferma che il liberalismo non ha patria – riprendendo un’opinione già espressa in precedenza da intellettuali come il Principe di Canosa e il poc’anzi citato de’ Sivo.

I cosiddetti oppositori dell’“oscurantismo”, insiste Berardinelli, «debbon far credere che ciò che essi fanno è, né più né meno, quello che vuole la intera nazione o almeno la sua gran maggioranza»[7], eppure «Bastò che una ventina di uomini circa levasse sulle montagne della Navarra la bandiera del loro Re, perché in pochi mesi si aggruppassero intorno a loro decine e decine di migliaia di combattenti [i Requetés[8].

Nel suo secondo articolo, La missione di Carlo VII (7 giugno 1875), Ballerini afferma che la prodigiosa potenza di Don Carlos scaturisce dalla sacralità della sua missione catartica: «uccidere la Rivoluzione», distruggere i falsi idoli e abbattere «la torre babelica della massoneria» per sostituirla nuovamente con l’ordinamento cristiano che pone Dio al centro della vita dell’uomo, ossia la parola del Vangelo: il sincero amore per il prossimo.

Stando alle immagini evocate dai redattori della rivista, i semplici popolani spagnoli acclamarono Don Carlos invocando il nome di Dio e inneggiando alla Patria e al decentramento regionalista. Con la pace, il condottiero sarebbe stato pronto a ricompensarli, viene infatti trascritta una sua dichiarazione che recita testualmente: «Arrivato che sarò in Madrid, io darò quindici giorni di tempo ai grandi di Spagna, perché mi vengano a baciar la mano (cioè a riconoscermi Re): passato quel tempo […] i loro titoli ritorneranno alla Corona e saranno conferiti a contadini che li abbiano acquistati sul campo di battaglia»[9]. I gesuiti immaginarono un futuro radioso per il giovane paladino del trono e dell’altare: egli avrebbe potuto rinnovare le glorie di Carlo Magno.

Nell’ultimo testo, Le sevizie dei liberali spagnuoli e la civiltà moderna (23 settembre 1875), il modenese Francesco Salis Seewis (1835-1898) sfodera alcune delle argomentazioni tipiche dei collaboratori della rivista cattolica: il religioso denuncia che «I liberali non rifiniscono di parlarci della barbarie dei secoli passati, perché cristiani». In altre parole il pubblicista mette in ridicolo l’insulso ritornello “i reazionari vogliono tornare al Medioevo”, e aggiunge che ai liberali venne «dimostrato le cento volte che quei secoli erano troppo più civili, che essi non fingono»[10]. Del resto, come ha ricordato ultimamente – insieme a molti altri studiosi – il professor Miguel Ayuso, l’“età di mezzo” è tuttora vittima di queste volgari banalizzazioni, che senza dubbio non giovano alla comprensione della realtà storica.

Il fervore con cui La Civiltà Cattolica informava i suoi lettori riguardo gli scopi che il Carlismo si prefissava attesta che i redattori riponevano grandi aspettative nella divulgazione dei fondamenti teorici del movimento controrivoluzionario. Probabilmente essi confidarono di riuscire ad aprire un nuovo fronte anche in Italia e si percepisce che – benché distanti dai teatri della guerra – erano desiderosi di offrire il loro contributo al conflitto. Dopo che era stata persa la lotta antirisorgimentale sui campi di battaglia, i gesuiti cercarono di proseguirla almeno con le loro pubblicazioni, prevedendo che l’apostolato del Carlismo non si sarebbe esaurito con la presa di Madrid, ma che ipoteticamente aspirasse a preparare una restaurazione autentica in tutto il Continente. I tradizionalisti spagnoli – come avevano già dimostrato in Italia meridionale – erano pronti a tendere una mano in aiuto dei legittimisti italiani, francesi e di tutta Europa; conseguentemente fu grande l’entusiasmo dei cattolici per i trionfi delle armate di Carlo VII, che riuscirono a conquistare e ad amministrare vaste regioni della Penisola Iberica.

Date queste premesse, è quindi necessario chiarire che questi articoli non sono cronache o rapporti dei combattimenti in senso stretto (vale a dire resoconti dettagliati di singoli episodi bellici, aggiornamenti inviati dal fronte o trascrizioni di testimonianze dirette) che possono realmente aiutare gli odierni storici militari, ma piuttosto degli appelli propagandistici – funzionali al clima politico in cui furono concepiti –, che forniscono un’idea precisa su quali fossero le speranze che i cattolici affidarono al Carlismo. Averli riuniti in un unico tomo è stata sicuramente una scelta opportuna.

Infine fa piacere apprendere da una nota del curatore l’annuncio della futura ripubblicazione, nella medesima collana, de Il Diritto di Carlo VII al trono di Spagna, dimostrato per via istorica e legale dal Conte Del Pinar. La traduzione italiana di quest’opera fu stampata nel 1875 a Venezia, poiché proprio la città di San Marco ospitò per un lungo periodo i legittimi reali di Spagna in esilio, divenendo (insieme a Trieste) un santuario italiano del Carlismo.

[1]    Lantitesi perfetta della rivoluzione Gli scritti sul Carlismo della «Civiltà Cattolica» (1873-1875), a cura di Gianandrea de Antonellis, Solfanelli, Chieti 2019, p. 18.

[2]    Ivi, p. 21, n. 5.

[3]    Cit. da GIUSEPPE CATENACCI, FRANCESCO MAURIZIO di GIOVINE, Introduzione, in GIACINTO de’ SIVO, Discorso pe morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame 1-2 ottobre 1860, Capua 2008, p. 11.

[4]    [G. de’ SIVO], I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, s.l., 31 dicembre 1861, p. 5.

[5]    Ivi, p. 8.

[6]    Ivi, p. 9.

[7]    Lantitesi perfetta della rivoluzione, cit., p. 51.

[8]    Ibidem.

[9]    Ivi, pp. 88-89.

[10]  Ivi, p. 94.

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Data del decreto che autorizza la registrazione: 06/06/2015 num.reg.stampa:3 | num.R.G.:716/2015
Registrazione marchio: n°di pubblicazione: RN2013C000315 | pubblicato: 06/08/2013 | classe Internazionale 41 -
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