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EUROPA, EUROPAE. IL CRISTIANESIMO E L’EUROPA PLURALE. Di Franco Cardini*

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MINIMA CARDINIANA 247/1

ELOGIO AFFETTUOSO E POLEMICO A ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

“Erano tempi belli, splendidi, quando l’Europa era un paese cristiano, quando un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano; un unico grande interesse comune univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale”.

Con queste parole si apre un saggio del poeta Novalis, pseudonimo del Freiherr Friedrich Leopold von Hardenberg, edito postumo solo parzialmente nel 1802 e che conobbe una storia testuale molto ingarbugliata e numerose edizioni fra loro discordi prima di accedere alla definitiva forma testuale solo nel 1880: noi lo conosciamo come  Christenheit oder Europa ed è un elogio del “pieno medioevo” nel quale il papato sarebbe stato l’elemento centrale, equilibratore e rigeneratore del continente e della sua civiltà.

Il “pensiero unico” ancor oggi in auge, quanto meno a livello mediatico, non ama il concetto di “identità” e non vuol sentir parlare di “radici”. E’ impossibile dimenticare che il trattato che avrebbe dovuto condurre all’avvìo di una seria costruzione di unità politica dell’Europa attraverso una costituzione venne fatto fallire nei referendum francese e olandese del 2005. I paesi componenti l’Unione Europea, pur riconoscendo la tradizione greco-latina e l’eredità illuministica alla base dell’identità storico-culturale del nostro continente, non osavano – o consapevolmente rifiutavano – ammettere ch’era la Christianitas, la società civile informata della fede nel Cristo Salvatore, l’elemento fondante e il motore spirituale e culturale nel quale il continente intero per lunghi secoli si era riconosciuto: almeno fino a quando un complesso processo avviato già dal XII secolo con l’affermarsi della “ragione naturale” e il successivo progressivo affrancarsi della filosofia, delle scienze e delle arti dalla teologia condusse, attraverso un’elaborazione durata nel complesso oltre mezzo millennio e caratterizzata anche da forti momenti di lacerazione, come la Riforma, all’affermarsi del “processo di secolarizzazione” e a un’Europa nuova, caratterizzata dai due valori complementari dell’individualismo e dell’antropocentrismo nonché del progressivo primato di economia, finanza e tecnologia.

Dalla Rivoluzione della Modernità scaturì la progressiva fine della Cristianità e il parallelo affermarsi dell’autonomia dell’essere umano di fronte al Divino. Tale Rivoluzione fu autenticamente ed esclusivamente caratteristica dell’Europa occidentale: il sentimento di autarchia dell’uomo che avverte di bastare a se stesso e di non riconoscere nulla e nessuno al di sopra di se stesso – come i re del XIV secolo, l’uomo del XVIII si sente superiorem non recognoscens. Quest’affermazione di autosufficienza, quindi appunto di autarchia umana, nasce nell’Occidente europeo e all’inizio di quella che noi definiamo appunto civiltà moderna. Da allora, Modernità e Occidente coincidono e s’identificano: Ragione e Progresso ne sono i connotati di fondo, che li informano e al tempo stesso li giustificano. Ed è l’Occidente-Modernità che parte (con le sue vele e i suoi cannoni, come avrebbe detto Carlo M. Cipolla) all’assalto di tutta l’ecumène fondando una “economia-mondo” giustificata dal generoso desiderio di far trionfare presso tutti gli uomini la sua superiorità religiosa, filosofica, culturale, estetica e tecnologica e dal crescente bisogno di progressivamente gestire tutte le materie prime e tutta la forza-lavoro presente nel pianeta al fine di perpetuare la sua dinamica caratterizzata da un indefinito ampliarsi dei processi di dominio e di produzione-profitto: al fine ultimo, pertanto, di una cancellazione concettuale del principio del limite.

E’ evidente che una civiltà del genere non poteva accettare di riconoscersi nell’identità cristiana e nelle sue radici: l’Europa moderna non è più il continente cristiano che ancora come tale veniva riconosciuto, nel 1648, all’atto della firma dei trattati di Westfalia i quali dinanzi al pericolo ottomano dichiaravano indispensabile la mutua inter Christianos tolerantia, vale a dire la cessazione del “gioco al massacro” tra cristiani e protestanti mentre il Turco avanzava. Poi, si è proposto con sempre maggior decisione di fare a meno di Dio nella nostra storia: dalla cattedrale parigina ridotta a Tempio della Dea Ragione dai giacobini sino al blasfemo “Paternostro del Sessantotto” recitato dagli studenti del Joli Mai: “Padre Nostro, che sei nei cieli: restaci”.

Eppure abbiamo veduto il 15 aprile 2019 come, dinanzi allo spettacolo terribile del rogo di Notre-Dame di Parigi così carico di significati archetipici e di presagi apocalittici, quella stessa società che quattordici anni prima, col referendum del 2004, aveva rifiutato di riconoscere in se stessa radici cristiane che l’avrebbero condotta a rivedere i suoi condizionamenti ideologici ben radicati ormai sull’illimitatezza e l’assolutezza dei diritti individuali, si sia immediatamente e si direbbe spontaneamente riconosciuta di nuovo nella centralità di quel simbolo che stava ardendo.

E’ evidente che la pluralità dell’Europa attuale è un valore irrinunziabile; e che esso si basa non già sul salad bowl e tanto meno sul melting pot di culture diverse e magari estranee e ricche di un passato di contrasto reciproco, bensì sul loro incontro e sulla loro compresenza e convivenza alla ricerca di un dialogo che ne renda possibile il reciproco vantaggio nel conseguimento di nuove sintesi. Ma è chiaro che questa pluralità non solo dovrà respingere le tentazioni di qualunque strategia assimilatrice, bensì abituarsi anche a rinunziare a quell’integrazione culturale che si muove nella pratica tentazione etnocida, cioè assassina delle culture, che non è mano grave di quella genocida che si esprime nella strage dei popoli. Il futuro dell’Europa sta nel riconoscimento della pluralità delle sue radici, quindi nella cultura delle differenze: che tuttavia non neghi una gerarchia d’importanza rispettiva a tutte le civiltà che a quella contemporanea hanno contribuito. Direi che, tra le molte radici della civiltà europea, quella cristiana è senza dubbio la primaria e la prevalente. Non a caso, le primissime attestazioni di un concetto di Europa come realtà politicamente in qualche modo unita si hanno in età carolingia: Carlomagno inteso – sia pure non centralmente ed essenzialmente – come Europae imperator da osservatori i quali notavano come, rispetto alla natura circummediterranea e quindi eurasiafricana dell’impero romano antico e anche bizantino (che, dopo la perdita a causa dell’Islam del litorale nordafricano, restava pur sempre eurasiatico), quello carolingio rimaneva schiettamente e unicamente europeo. L’albore di una concezione dell’Europa come realtà politica in qualche modo unitaria quanto meno potenzialmente si avrebbe insomma fra età carolingia ed età ottoniana, per quanto la piena consapevolezza di ciò non si sarebbe sviluppata in modo coerente prima del XVIII secolo (penserei alle paci di Westfalia: sottolineando d’altronde come coscienza europeistica e processo di secolarizzazione vadano obiettivamente di pari passo).

A un interlocutore che gli ricordava appunto l’importanza delle radici cristiane dell’Europa, il cardinale Martini rispose una volta che tuttavia, come sta scritto, “l’albero si riconosce dai suoi frutti”. E’ vero (e, aggiungo da cattolico, è purtroppo vero): un’Europa moderna come Europa cristiana è inconcepibile. D’altronde nei frutti pur secolarizzati dell’Europa del XXI secolo è impossibile non cogliere appunto quei valori “radicali” nel senso etimologico di tale termine.

Secondo una leggenda diffusa tra i pellegrini medievali in Terrasanta, e non del tutto priva di fondamento reale, tagliando a metà una banana si scorgeva che i filamenti interni che ne sostengono la polpa ripetono grossolanamente la forma di una croce: per questo si usava dire che la banana era l’antico “frutto dell’albero del bene e del male” di cui parla il Genesi. Al centro di una banana tagliata in orizzontale, nel senso della larghezza, si legge in effetti – se non proprio una croce, perlomeno una Y che si potrebbe interpretare come una T, il fatidico Tau nel quale i padri della chiesa leggevano il segno apposto dagli ebrei sugli stipiti delle loro porte nella notte del passaggio dell’Angelo secondo l’Esodo e che poi divenne celebre nel medioevo come simbolo dell’Ordine Antoniano e, soprattutto, come segno cruciforme usato da Francesco d’Assisi nella sua chartula di benedizione a frate Leone.

Notre-Dame di Parigi è stata per noi, quell’angoscioso 15 aprile, come la banana per i pellegrini. Tra le immagini trasmesse dalla televisioni di tutto il mondo, quelle riprese dall’alto proiettavano sui nostri piccoli schermi l’immagine di un’immensa croce di fuoco: il segno, tremendo ma al tempo stesso magnifico, dell’anima bruciante e luminosa dell’Europa cristiana che resta viva sotto le ceneri e i detriti di un mondo secolarizzato.

Vorrei, tuttavia, concludendo, far notare qualcosa a proposito del bell’articolo di Ernesto Galli della Loggia, Le radici dell’Europa riscoperte (tardi), pubblicato sul “Corriere della Sera” del 25 aprile scorso, che condivido quasi parola per parola. Approvo calorosamente la denunzia, da parte del vecchio e caro amico Ernesto, delle “élites politiche e mediatico-culturali europee” con le loro “idee correnti” e i loro “pregiudizi” che quattordici anni fa “sulla Costituzione della UE erano convinte che non si dovesse dire una parola sulle ‘radici cristiane’,” ed erano “andate avanti per anni bruciando granelli d’incenso sull’altare della ‘laicità’ o predicando la necessità del rifiuto assoluto di qualsiasi tematica religiosa”. Mentre ora, “dando prova più che di opportunismo di un’impressionante schizofrenia si sono immediatamente adeguate” e “si sono messe a declamare sulla centralità della tradizione religiosa per il nostro passato e il nostro presente”. Ma solo ora, davanti al collettivo “sussulto di autocoscienza identitaria” degli europei (“’Siamo questa cosa qui, questo luogo, anche questa chiesa, e non siamo disposti a rinnegare ciò che siamo’. Senza alcuna iattanza ma pure senza alcuna esitazione”.

Proprio così, mio caro Ernesto: e perdonami se, per sottolineare il sincero e commosso entusiasmo con il quale ho letto le tue parole, mi sono permesso di citarle qui, adesso, ma – per così dire – “smontandole e rimontandole” secondo un ordine diverso e molto meno elegante rispetto a come tu le avevi proposte. L’ho fatto per sottolineare il mio consenso.

Che, tuttavia – lo dico anche per tranquillizzarti –, non è del tutto completo. Perché tu affermi, a metà del tuo articolo, che il “Politicamente Corretto” che a suo tempo scattò quando si trattava di citare le “radici cristiane” nella premessa al progetto di costituzione della UE dipese alla volontà di “non dispiacere ai nostri amici ebrei (che certamente, peraltro, non se ne sarebbero affatto dispiaciuti) ma specialmente per non irritare troppo i notoriamente irritabilissimi nostri vicini e ospiti musulmani”. Premesso che mi è sembrato un tantino imprudente, da parte tua, quel “certamente” a proposito degli amici ebrei – per compiacere i quali si parla di continuo invece di una civiltà “ebraico-cristiana”, espressione che non ha alcun senso, mentre il giudeocristianesimo era invece ben altra e più nobile cosa, cioè la tradizione della Ecclesia e religione contrapposta a quella paolino-barnabita dell’Ecclesia e gentibus –, ho creduto allora e fermissimamente continuo oggi a credere che in realtà quello del “non dispiacere ai musulmani” sia un peloso, ripugnante alibi appunto “laicista”, simile all’ipocrisia secondo la quale certi insegnanti e certi familiari degli alunni, dopo avere per anni puntualmente, alla vigilia di ogni Natale, cercato d’impedire che si facesse il presepio nelle nostre scuole (o che, di quaresima, arrivasse il parroco a benedire le aule) giustificando la loro battaglia nel nome della “libertà di coscienza” e dell’”insegnamento laico”, da qualche anno a questa parte continuano sulla stessa linea con l’alibi della necessità di non offendere gli allievi musulmani: per fortuna, in molte città d’Italia, gli imam delle moschee sono intervenuti dichiarando che dietro al dito dell’Islam non è lecito nascondersi quando si vuol portare avanti un discorso anticlericale anzi anticristiano. Che poi nell’ondata di commozione dinanzi a Notre-Dame in fiamme sia potuta entrare magari implicitamente e indirettamente una componente antimusulmana, magari anche solo strumentale (qualcuno, all’indomani della tragedia, provò a ipotizzare – senza alcuna prova e in assenza di qualunque anche lontano indizio – l’ipotesi dell’attentato islamista), è stato ohimè possibile: per fortuna le infamie, come tutte le altre bugie loro compagne, hanno le gambe corte. Ma tu, Ernesto, del probabile e possibile serpeggiare antislamico (che non è sinonimo di antislamista) dietro a qualche sia pur accennata reazione al rogo parigino del 15 aprile, sembri quasi compiacerti (“L’incendio di Notre-Dame ha funzionato però da detonatore del deposito di materiale emotivo silenziosamente accumulatosi per anni in seguito alle centinaia di morti e di feriti prodotti dagli attentati islamisti, alle decapitazioni e agli altri orrori dell’ISIS. Non c’è nulla come la percezione prolungata della presenza di un pericolo e di un nemico per rendere coscienti della propria identità e per sentire il bisogno di manifestarla”).

Ebbene, lasciatelo dire. Chapeau. Sei bravissimo. E io sono orgoglioso di essere stato alcuni anni immeritatamente tuo collega nel medesimo istituto universitario, l’ISU poi SUM e ora ISUS, là al quinto piano del “nostro” bel Palazzo Strozzi nel centro di Firenze, insieme con Schiavone, con Giardina, con Esposito, con Citrone, con Nadia Fusini, finché hanno vissuto anche con Umberto Eco e “don” Peppino Galasso nonché con tanti altri colleghi illustri italiani e non e tanti eccellenti allievi (a parte me, insomma, un’équipe straordinaria). E sono orgoglioso soprattutto per la precisione con la quale hai analizzato il purtroppo diffuso sottobosco dell’inconscio collettivo antislamico europeo (che per fortuna non è proprio, sia chiaro, di tutti gli europei). Una precisione che permette a me, adesso, di parafrasare quasi alla lettera il tuo irreprensibile discorso riprendendolo con le tue identiche parole, mutatis però alcuni mutandis, per procedere con metodo ispirato al disincanto weberiano al doloroso ma necessario disvelamento del purtroppo altrettanto e forse più diffuso sottobosco dell’inconscio collettivo antioccidentale musulmano (che per fortuna non è proprio, sia chiaro, di tutti i musulmani). Ti cito alla lettera, con l’immissione tuttavia di alcune varianti che segnalerò in corsivo. Ecco qua.

Eventi quali le due guerre del Golfo, l’invasione dell’Afghanistan del 2001, l’ignavia o l’incapacità con la quale si è lasciato precipitare il conflitto israeliano-palestinese, il 2011 libico e siriano, l’appoggio implicito all’ISIS tra 2014 e 2017, il supporto diplomatico e militare costante all’affermarsi dell’asse statunitense-saudita-israeliano in funzione antisciita e antiraniana hanno funzionato (però) da detonatore del deposito di materiale emotivo silenziosamente accumulatosi per secoli in seguito ai milioni di morti, d’impoveriti, di umiliati e di sfruttati prodotti da cinque secoli di colonialismo e da un secolo di feroce e irresponsabile gestione del Vicino e del Medio Oriente, per tacere del continente africano . Non c’è nulla come la percezione prolungata della presenza di un pericolo e di un nemico per rendere coscienti della propria identità e per sentire il bisogno di manifestarla”. Tale identità, purtroppo malintesa e distorta, è divenuta ormai l’islamismo come tragica caricatura ideologico-politica dell’Islam: esattamente come il fondamentalismo cristiano cresciuto in questi anni da noi è una caricatura ideologico-politica (non tragica tuttavia: semplicemente comica) della Cristianità europea”.

Né va d’altronde dimenticato, caro Ernesto, come le forse in parte riscoperte e quasi senza dubbio malintese radici cristiane dell’Europa equivocamente intraviste di nuovo alla luce del rogo di Notre-Dame, sono quelle alle quali l’Europa della Modernità individualistica, del “processo di secolarizzazione” del primato dell’economico-finanziario e del tecnologico ha progressivamente e irrevocabilmente voltato le spalle a partire dal XVI e, con maggior decisione e coerenza, dal XVIII secolo. Radici ch’erano state, più che dimenticate, tradite e negate. Il riscoprirle adesso può anche commuovere (le reazioni all’incendio di Notre-Dame hanno commosso anche me), ma temo servirà a poco.

Con un piccolo dulcis in fundo; o, se si preferisce, un in cauda venenum. Parecchi anni fa (sia detto a testimonianza della nostra vecchissima amicizia), a proposito dell’Europa, io azzardai l’ipotesi che si potesse parlare di una “patria europea”. Galli della Loggia mi dette cortesemente, affettuosamente sulla voce: tale espressione proprio non si poteva usare. Rimasi sulle mie: a me piaceva troppo, e mi piace ancora. Mi fa piacere che adesso egli, sia pure ironicamente, si compiaccia del fatto che gli impenitenti laicisti di una volta parlino invece – sia pure in qualche modo condizionati da un pregiudizio antislamico – della “centralità della tradizione religiosa per il nostro passato e il nostro presente”. Concludendo peraltro:

“Di ogni giusto ripensamento non c’è che da rallegrarsi, naturalmente. E’ inevitabile chiedersi tuttavia se potrà mai essere una tale classe politico-intellettuale, così malcerta delle proprie convinzioni e così pronta ad allinearsi al mutare dello spirito pubblico, quella che riuscirà nell’ardua impresa di costruire un giorno la patria europea”.

Difatti…e tuttavia, Ernesto, quell’espressione che tu usi invece con aria convinta, quanto meno nelle speranze, “la patria europea”, mi piace e ti fa onore. Grazie.

Nota bibliografica – L’edizione italiana del saggio di Novalis da consigliare è: Novalis, Cristianità o Europa, con testo tedesco a fronte, a cura di A. Reale, Milano, Rusconi, 1995. Nel redigere le nostre pagine abbiamo tenuto soprattutto conto dei seguenti libri, che citiamo in ordine cronologico di edizione o di traduzione italiana: Europe des cultures et culture européenne: communauté et diversité, dir. P. J. Kristeva F. Ogée, Paris, Hachette, s.d.; M. Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, Milano, Adelphi, 2003; L’identità in conflitto dell’Europa. Cristianesimo, laicità, laicismo,a cura di L. Paoletti, Bologna, Il Mulino, 2005; E. Morin – M. Ceruti, La nostra Europa, Milano, Cortina, 2013; G. Dussouy, Fondare lo stato europeo. Contro l’Europa di Bruxelles, tr.it., Napoli, Controcorrente, 2016; H. Védrine, Sauver l’Europe, Mayenne, Liana Levi, 2016;  Z. Bauman, Oltre le nazioni. L’Europa tra sovranità e solidarietà, Roma-Bari, Laterza, 2019. Da segnalare inoltre almeno i seguenti articoli: R. Buttiglione, Un’idea di Europa, “La Sfide”, 4, marzo 2019, pp. 102-11; M. Baldassarri, Nuova governance globale, costruire l’Europa che non c’è, ibidem, pp. 112-19; F. Cardini, Notre Dame, davanti al rogo piango. Povera Europa, “Quotidiano Nazionale”, 16.4. 2019; E. Galli della Loggia, Le radici dell’Europa riscoperte (tardi), “Corriere della Sera”, 25.4.2019, F. Cardini, Europa, Europae, Il Cerchio (www.ilcerchio.it).

*Tratto dal blog www.fracocardini.net

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