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LA CRISI IN ISRAELE. Di Franco Cardini

Benjamin Netanyahu (69 anni)

Tempo fa, non ricordo in quale circostanza, mi capitò di ammonire un polemico interlocutore il quale mi accusava di essere “troppo tenero” con il governo israeliano a proposito delle sue responsabilità nella situazione vicino-orientale: gli risposi facendogli notare – non sono uno specialista di quelle cose, ma un pochino me ne intendo – che tra le future possibilità di sviluppo politico di quel paese c’era molto di peggio di Benjamin Netanyahu.

Va da sé che “Bibi” non mi è simpatico: non apprezzo la sua linea politica, ritengo pericolosissima l’intesa da lui promossa con Trump e con l’Arabia Saudita sulla base di un pericoloso e irragionevole teorema antiraniano che va molto al di là di una posizione pregiudiziale, non mi piace per nulla il suo profilo morale e ritengo molto fondate le accuse mossegli dal procuratore generale dello stato d’Israele ben deciso a quanto pare a incriminarlo per corruzione.

Dinanzi a tale prospettiva, ormai incombente e – sembra – inevitabile, Netanyahu aveva un asso nella manica. Il 9 aprile egli era uscito vincitore (contro le aspettative di molti) in una difficile competizione elettorale ottenendo il quinto mandato ininterrotto di governo dal  2009: solo David Ben-Gurion è riuscito a stare a capo del governo più a lungo di lui. Ora, egli puntava – un obiettivo azzardato, spia della sua inquietudine che rasenta la disperazione – a far approvare una legge che assicurasse l’immunità del premier.

Ma prima di questo passo avrebbe dovuto formare un governo: da qui le sette intense, serrate trattative con i vari partiti presenti nella Knesset, con inedite e “generose” aperture perfino a gruppi della sinistra che gli sono sempre stati tradizionalmente avversi, con proposte e promesse in apparenza lungimiranti, in realtà sempre più imprudenti e affannose. Ma anche per questo, forse soprattutto per questo non ce l’ha fatta. Il suo possibilismo nei confronti dell’ultradestra ortodossa, che comportava un cedimento nei confronti delle pretese di essa riguardo alle esenzioni dal servizio militare dei giovani heredim i quali dovrebbero studiare la Torah anziché accettare di portar le armi, il che fatalmente gli obbligherebbe a stili di vita non consoni alla loro vocazione. Ovviamente, gli ultraortodossi chiedevano anche altro: posti di governo, sostegno economico alle loro fondazioni e così via. Ciò è valso il netto diniego d’appoggio da parte dell’altra ultradestra presente nel paese, quella nazionalista “laica” guidata dall’arcifalco Avidgdor “Evet” Lieberman e che raccoglie il consenso di molti alti ufficiali delle forze armate.

Ma proprio questo è il punto. A provocare la crisi è stato appunto Lieberman, fondatore e leader della nuova formazione partitica Israel Beitenu alla quale guardano con simpatìa soprattutto gli immigrati dai paesi dell’ex blocco comunista europeo e i sostenitori (in gran parte coincidenti con loro) della politica di rafforzamento degli insediamenti israeliani in Palestina: i quali, essendo più di un milione, rappresentano circa il 15% della popolazione ebraica dello stato d’Israele (che conta, però, non dimentichiamolo, anche circa 1.500.000 di cittadini fra cristiani e musulmani).

Liberman (un sessantenne, quasi un decennio più giovane di Netanyahu) è stato collaboratore del premier attuale per circa un trentennio, da quando l’attuale premier era ancora un giovane viceministro agli Esteri. Ma la stretta collaborazione dei due si era spezzata nel 1997 per divergenze all’interno del partito nel quale entrambi militavano, il Likud; e in affetti Liberman, sostenendo una politica interna ed estera più energica e incisiva, aveva con la fondazione del suo Israel Beitenu (Israele Casa Nostra) aperto le porte alla sconfitta elettorale di due anni più tardi.

Quando nel 2009 la coalizione di centrodestra aveva riguadagnato la maggioranza parlamentare, Liberman era tornato al fianco del vecchio amico e ottenuto la carica di ministro della Difesa: tuttavia, nel novembre scorso, si era dimesso da quell’ufficio ritenendo il premier troppo poco energico nei confronti di Hamas. Quella defezione aveva lasciato Netanyahu in grado di disporre di una maggioranza di un solo deputato (dalla sua ne stavano 61 sui 120 della Knesset). Erano a quel punto inevitabili le elezioni anticipate, che si sono tenute appunto il 9 aprile e il responso delle quali ha costituito ancora un successo per Netanyahu, non tale tuttavia dal consentirgli di formare un nuovo governo. In effetti il suo diretto avversario politico, il generale Benny Gantz, leader della “Alleanza Bianco-Blu”, ha conquistato un numero di seggi pari a quello del Likud. Le febbrili consultazioni di Netanyahu per formare un nuovo governo non sono servite a nulla, mentre (e non si può non segnalare l’interessante coincidenza) su Israele cadeva di nuovo una “pioggia” di missili Hamas. Poco micidiale, come al solito, ma sufficiente a provocare nel paese un coro indignato di proteste contro l’incerta situazione politica, suscettibile d’impedire una rapida ed efficace risposta. Il 29 scorso, su richiesta del premier, il parlamento ha votato a maggioranza (74 deputati contro 45) il suo scioglimento e la convocazione delle elezioni il 17 settembre prossimo.

Quali possano essere i sentimenti di “Bibi” nei confronti del suo ex capo di gabinetto e ministro  della Difesa è intuibile. Tuttavia, la sua fretta di sciogliere il parlamento è spiegabile anche con la paura da parte sua che il presidente della repubblica Reuven Rivlin (egli stesso membro del Likud, ma in rapporti non cordiali col premier uscente) potesse affidare l’incarico di formare un nuovo governo a Gantz.

Non che Liberman sia un personaggio granché trasparente: su di lui sono piovute accuse pesanti, dalla frode al riciclaggio. Tuttavia, egli sembra non essere estraneo nemmeno alla promozione delle inchieste che minano già la posizione del suo avversario nel caso di un suo nuovo successo elettorale. La sua incriminazione formale dovrebbe scattare in dicembre, cioè appena tre mesi dopo la formazione della nuova Knesset: tre soli mesi saranno probabilmente insufficienti a Netanyahu per riuscir a far approvare da essa una legge “blindata” sull’immunità del premier. Da quest’incerta situazione potrebbe uscire rafforzata una linea di governo ancora più dura nei confronti della questione palestinese. Da qui il timore di nuovi inconsulti attacchi di Hamas, che potrebbero spingere ancora più a destra l’elettorato israeliano esasperato e impaurito. Ma attenzione agli attacchi terroristici: in realtà, non si è mai certi su chi li  promuova e su che li metta in pratica.  Chi è interessato a inasprire e ad aggravare ulteriormente la già seriamente compromessa situazione occidentale, mentre i nostri media ci stanno già avvertendo – con dovizia di particolari, ma con altrettanto oculata parsimonia nel fornirci notizia delle fonti usate – di oscuri collegamenti tra l’immigrazione clandestina dall’Africa all’Europa, il movimento dei foreign fighters e il rifornimento di armi e di fondi finanziari diretto a sostenere al-Shabab e ISIS che sarebbero attive tra Somalia e Corno d’Africa.

Intanto, Netanyahu resta comunque a capo del governo: ed entro fine luglio, come prescrive l’Alta Corte di Giustizia, dovrà decidere a proposito dell’obbligatoria o meno coscrizione militare. Un’altra bella patata bollente, mentre Gantz insiste sulla sua impresentabilità come premier. Se avesse accettato quel bel po’ di ministeri che il suo rivale gli offriva per formare un governo stabile “di salute pubblica”, ultranazionalisti e ultraortodossi avrebbero potuto esser tenuti a bada. Ora, Israele, guidata da un premier che tutti giudicano senza esitazione un corrotto, è in balìa dell’opposto estremismo degli ultranazionalisti e dei fondamentalisti. L’unica speranza, per ora, sembra quella che Gantz ce la faccia il 17 settembre a ottenere quella decisa vittoria sul Likud che, il 9 aprile, gli è sfuggita d’un soffio.

Franco Cardini

 

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