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PRAGA MAGICA. UN LIBRO DA RISCOPRIRE.

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Le fonti storiche, la critica letteraria, quella artistica, i racconti dal folklore e i misteri impolverati, si fondono e seducono nella prosa di Ripellino. Un libro non solo frutto dell’originalità dello studio rinchiuso da quattro mura, quanto di quel precario fulgore per aver assaporato e respirato le immagini caleidoscopiche che si aprono al simbolo, all’interpretazione, all’erotismo, al disincanto. Malinconica con un alone di sfacelo, in una smorfia eterna, Praga richiama alle languide donne dei dipinti di Max Švabinský. Sul prototipo della Gerusalemme Celeste si vuole l’edificazione del Castello che attira il viaggiatore, lo straniero che tenta di slavizzarsi bramoso di bellezza, per poi allontanarsi incerto per la freschezza che muore, nel rimpianto e nel disinganno. Con rimandi kafkiani si può rinvenire un simile disagio in ogni creatura praghese. Ma Kafka non si arresta al pessimismo e nel silenzio delle sirene – è possibile resistere al loro canto ma non al loro mutismo, sogghignava – tocca la catarsi, «è il vecchio scherzo: tratteniamo il mondo e lamentiamo che il mondo ci trattenga». A differenza di Rilke il cui vincolo con la capitale boema rimase epidermico, Kafka ne assorbì tutti i veleni e tutti gli umori: città in cui le immagini tendono a deformarsi, ad assumere facce grottesche, o ancora indifferenti nella sonnolenza di una località di provincia nel cui tepore si cela un preteso presagio, qualcosa in agguato. Kafka che pur infervorava per le sculture di Bilek lamentava ironico «l’animale strappa la frusta al padrone e si frusta da solo per diventare padrone, non sa che è solo una fantasia».

Non è senza ragione che certi attributi emananti dall’aura di Praga, come l’umorismo nero e dissacrante, le connessioni astrologiche, il feticismo per le reliquie magiche e il bizzarro da rigattiere, coincidano con le predilezioni surrealiste. Il farsi beffa delle apparenze, il fascino per le cause invisibili e per le ombre che percorrono il mondo è però eredità lontana nel tempo, non nasce nelle conventicole letterarie e occultiste dell’Ottocento e del Novecento. Nell’età di Rodolfo II d’Asburgo si accrebbe l’inquietudine per i foschi indizi celati nelle traiettorie dei corpi celesti e negli oroscopi. Le pestilenze e la minaccia di guerre continue alimentavano l’ossessione e l’astrologo divenne personaggio fondante la mitologia praghese. Rodolfo, Imperatore del Sacro Romano Impero tra il 1576 e il 1612, disertava il governo per darsi tutto all’alchimia, alle arti, alle interpretazioni della scienza degli astri. Diffidava del nunzio papale, dei Cappuccini a Hradcany, sospettava dei Gesuiti e di ogni tipo di confraternita. Rodolfo che ebbe in sua Corte pittori e scultori geniali, era amante del raro e posseduto dalla ricerca dell’esotico, delle cose “indiane”: suppellettili in avorio, uova di struzzo, coralli, animali bicefali imbalsamati, teschi d’ambra, calici di corno di rinoceronte dove le bevande bollivano se avvelenate, pietre e piante di forme inusitate, orologi e meccanismi melodici, pitture giapponesi su carta e su seta, e tutto questo era detto “indianish”.

Un volto di pezzi diversi, composto da cose diverse, è un oggetto, il volto di un fantoccio. Così i ritratti compositi dell’Arcimboldi, quei volti di frutti, di verdure, di volatili, di selvaggina, di libri, di utensili, ineguagliata estetica del dettaglio. Il gioco meraviglioso, ma anche penoso, di essere volto, di essere individuo, è così sorpreso dai suoi elementi costitutivi eterogenei. Arcimboldi si fuse a tal punto con l’atmosfera rodolfina che assunse lui stesso qualcosa di quell’ambiguità e malinconia che contraddistinsero gli alchimisti.

Nel 1584 due maghi inglesi giunsero al Castello: John Dee ed Eduard Kelly. John Dee si ingraziò Rodolfo trasmutando vile metallo in oro ed animando un teatro di spiriti evocati in uno specchio magico, un globo di quarzo affumicato. Uno specchio parlante da porre nell’arsenale dell’illusionismo praghese, accanto ai cilindri dei giocolieri di Tichy e al triangolo che conduce indietro nel tempo di Jakub Arbes. Nel “Labirinto del mondo e paradiso del cuore” di Jan Amos Komensky si legge, «quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie, come, ad esempio, di conservare la salute umana integra fino alla morte o perfino di raggiungere l’immortalità: questo “lapis” non è altro che seme di vita e Quintessenza dell’intero Universo». Se di Dee alcune cronache parlano di un sapiente, di Kelly le fonti asseriscono che egli era un imbroglione avido di guadagni: il fatto che egli avesse il naso beccuto, gli occhi topeschi e le orecchie mozze, accresceva l’afrore sinistro. A Praga, dove passava il suo tempo in dissolutezze, Kelly comprò due case, in una di esse, secondo una leggenda romantica, aveva abitato Johann Faust. Faust, il cui vero nome era št’astný ossia Felice, faustus, durante la rivolta hussita sarebbe emigrato in Germania, prendendo l’appellativo di Faust di Kuttenberg, dal paese natio (in ceco Kutná Hora): costui non era altri che il Guttembergo, l’inventore della tipografia.

Il racconto popolare vuole che gli alchimisti abitassero nelle piccole e oniriche casette della Via d’Oro prospicienti alla cinta del Fossato dei Cervi. Gli artigiani ed i mercanti traevano guadagni dalla vendita di vettovaglie, bevande, oggetti utili ai prigionieri delle due torri del Castello che delimitano la Via d’Oro: la Torre Bianca, dove erano spesso incarcerati gli alchimisti che non riuscivano nelle trasmutazioni, e la Daliborka. Quest’ultima prese il nome dal cavaliere Dalibor z Kozojed che vi fu rinchiuso alla fine del XV secolo per aver appoggiato dei contadini in una rivolta contro un possidente crudele. Temendo d’impazzire nella buia segreta per la solitudine ed il silenzio, Dalibor corrompendo una guardia si fece comprare un violino, e con assiduo esercizio raggiunse una tale maestria che la folla si assiepava ad ascoltare le sue sonate.

Luogo magico di Praga era la città ebraica, chiamata anche Josefov, in onore a Giuseppe II che per primo rimediò alla fine del XVIII secolo alle discriminazioni religiose e razziali contro gli ebrei. Contrada misteriosa della quale poco è rimasto, alcune sinagoghe, il cimitero, il municipio con l’orologio dalle lancette che vanno a ritroso. Dei racconti ebraici praghesi primeggia il Golem: il concetto di “golem” implica qualcosa di incompiuto, di embrionale. Nel Talmud una donna che non abbia ancora concepito, una brocca che abbia bisogno di levigatura, si definiscono “golem”. Dal significato di incompiuto o grossolano è breve il passo a quello di ominide balordo e goffo. La creazione del Golem ricalca il mito di Adamo, l’unico uomo che non uscì da ventre materno, nato per rassicurare e manovrato dal rabbino, nella sua dimensione di servo non ha bisogno d’intelligenza. Il ciclo golemico sarà preda di romanzieri che dilateranno il motivo della demenza del corpo di creta che minaccia lo sfacelo.

Liliencron in Der Golem (1898), aveva descritto la danza grottesca del rabbino per imbrigliare lo scatenato pupazzo che scalcia e s’impenna come un cavallo. Il ridicolo Golem di Liliencron non è di creta, bensì di legno intagliato, «servitore instancabile, i suoi compiti sono spazzare, cucinare, cullare bambini, pulire finestre, lustrare stivali e così via».

Il Golem di Gustav Meyrink del 1915 non è un manichino d’argilla, ma una sembianza sfuggente, nebbiosa, enigmatica, che ricompare ogni trentatré anni nelle vie del ghetto, suscitando scompiglio. Questo Golem è l’indizio di una pandemia spirituale che si propaga fulminea come una psicosi, e che prende l’aspetto di uno sconosciuto dal viso giallo e dall’andatura cespicante, uno dei tanti orientali rintanati nelle pieghe della città e custodi di arcani. In Meyrink si legge che un immenso tesoro è stato sepolto dall’Ordine dei Fratelli Asiatici, i presunti fondatori di Praga, sotto una grigia pietra nella Via d’Oro, una pietra vegliata da Matusalemme per evitare che il male la fecondi.

Robot, androide, operaio artificiale, è vocabolo ceco, che Karel Čapek derivò da “robota”, ossia lavoro pesante, sfacchinata. I robot non sono meccanismi di metallo ma impasti di una sostanza chimica scoperta dallo scienziato Rossum (da “rozum”, ragione): come il Golem, il robot ha natura di servo (in slavo antico “rob” significava “schiavo”) ma ha una straordinaria intelligenza razionale e una formidabile memoria. Il motivo dell’insurrezione dei robot contro gli uomini rispecchia l’insofferenza sociale, la collera degli oppressi. Čapek traduce l’avversione per la retorica del collettivismo nel sommovimento robotico dove è facile scorgere rimandi alla rivoluzione bolscevica.

All’inizio del 1921 alle finestre delle osterie e sugli angoli del quartiere proletario di Žižkov un manifesto annunciava l’uscita a fascicoli del romanzo “Le vicissitudini del bravo soldato Svejk durante la guerra mondiale”. Jaroslav Hasek compose questo libro tra una bettola e l’altra di Praga, un romanzo che è anzitutto l’apologia del sornione irridente, discendenza della progenie dei servi scaltri che hanno provviste di stratagemmi per fregare il padrone. Svejk è un clown praghese, linguacciuto, birroso, maldestro, un finto idiota che recita a meraviglia fino all’estremo limite. Ripellino ipotizza che Svejk sia Praga stessa, il suo popolo sempre costretto a subire, l’abilità nel servilismo beffardo. Quanto questo abbia potuto contribuire al resistere all’oppressione esercitata dal comunismo sovietico non è quasi lecito immaginare.

P.A.

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