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IL GENIO E L’AVANGUARDIA. Di P.A.

Improvvido tentativo definire cosa sia la genialità, varrebbe lasciare la pagina in bianco. La capacità nel precorrere gli stili che verranno, nel dare forma all’inatteso, nel risolvere problematiche ancora sfuggenti. Ma non solo. Il genio, a volte, nemmeno sa di essere tale, e non perché ostenti umiltà per forzare l’elogio. Si può più che ipotizzare che così fosse per l’anonimo pittore e artigiano medievale che trovava il compimento della propria vocazione nella compenetrazione tra idea e materia, tra forma e contenuto. E’ necessario che questo sia in ogni tempo, in ogni luogo: il genio deve presentare un carattere di intelligibilità.

Il genio accade, può essere perfino temporaneo smarrimento, ma solo dopo aver a lungo ripetuto e magari fallito, e non per gratuito capriccio. L’arte concettuale moderna ha sconvolto l’idea che l’arte nasca entro dei limiti. Il limite, quello della materia costitutiva non meno che quello delle regole preesistenti, consente la creazione. Lo ripeteva Stravinsky. E’ il caso anche della genialità che è trasgressione condotta secondo regole che rendono elusivo percepire tale trasgressione. Non che l’artista non abbia in passato aspirato al contentino dell’immortalità del proprio nome, piuttosto non si arrestava alla negazione della forma a cui si domandava ogni idea del bello e del senso. Esisteva – non che sia oggi completamente annichilito – un legame di continuità nel ripensamento su una materia precedentemente organizzata. In questa continuità, la rottura non è mai negazione definitiva. E’ forse possibile intendere in questa veste l’idea di avanguardia? La pongo come suggestione. E’ facile così trovare avanguardia un po’ ovunque, anche nei luoghi più impensati. Un esempio rumoroso: il Cristianesimo. Almeno fino al Barocco, incluso. L’arte non dovrebbe essere supporto, non dovrebbe essere nient’altro che propaggine della religione? Se una religione non è una forma d’arte è poco convincente. Ben lo sapevano gli iconoduli. L’uomo maturo, evoluto, non può menarla ancora a lungo, alla stregua di ogni pretesa razionalista, con la verità. La verità è indicibile. Non può essere esaurita, ha mille facce e mille colori, e oltre. La religione nel suo dire e rappresentare è forza di visione, creazione articolata in forme differenti ma armoniche, sempre produttrice di senso. Anche coloro che rifiutano la religione, e che non siano nutriti dal rancore, non possono che restare ammirati dalla bellezza di una cattedrale gotica, o da una pala d’altare di un maestro fiammingo, o da una Messa di Bach.

Non si può però evitare la precauzione di tornare a ciò che viene comunemente sottinteso con la parola avanguardia. Avant-gard, essere al fronte, in prima linea, vedere prima, esprimere precorrendo i tempi: etichetta riservata di norma ai movimenti novecenteschi, irriducibili ad altro in quanto nutriti da due eventi bellici senza precedenti. Uno shock che è anche radicale cambiamento di percezione del mondo. Così all’estremo il Dada ebbe a dire, “voi non capite quello che facciamo, non è vero? Ebbene noi lo capiamo ancor meno”. Visto con gli occhi di oggi pare quasi innocuo. Ma non lo era allora. L’arte era intesa come convenzione di materia pre-organizzata, che impone dei valori e delle modalità, relativamente codificate, e quindi falsa. Era l’ambizione di farsi gioco di una società nella quale ogni ideale è balordo, in cui l’utopia del bene, del bello, e del giusto, è “pane e circo” per la massa, esercizio di un potere coercitivo. E responsabile dei conflitti mondiali e di tutte le oppressioni, morali e politiche. Anche la performance, ancora oggi in voga, è nata dadaista: alla Salle Gaveau travestiti in modi bizzarri, sbraitando poesie anti-liriche in lingue diverse, lanciando l’un l’altro pomodori e uova, i dadaisti attirarono nella rissa anche il pubblico. Provocazione per quel tempo, in cui certo è il debito del Teatro a venire.

Non si può indovinare se sarà, prima o poi, finalmente chiaro che nella contemporaneità globalizzata riproporre a distanza di un secolo la medesima idea di rottura, l’orinatoio firmato, o il ready made – un oggetto preteso d’arte perché semplicemente posto fuori dal proprio contesto d’utilizzo, in un museo – è furbizia di mercante, sovvenzionato da prodighi comitati statali. E’ ormai consuetudine, scempio della vitalità originaria, è conformismo, perché non si vuole comprendere che le contingenze storiche sono mutate. E’ finita e sepolta la forza d’urto delle provocazioni di Dada e di Duchamp – oppure si vuole ancora far finta che disegnare dei baffi alla Gioconda possa lasciare stupiti e oltraggiati? – è materia per la Storia dell’arte. Oggi strappano al più il plauso di un sorriso. Oppure lasciano indifferenti. L’arte contemporanea che ancora ripropone le intenzioni concettuali di Duchamp o Dada è fuori tempo massimo. Non è più disarticolazione della sovrastruttura che apre lo sguardo, è ormai essa stessa convenzione, al più un divertissement. E’ luogo di villeggiatura scanzonato quello delle mostre d’arte contemporanea. Un caos organizzato come qualcuno sostiene, uno scherzo che può stancare per noia. E’ troppo spesso apogeo autarchico dell’artista. Così, fin troppo imperfettamente, ci si avvicina all’idea di genio per sottrazione, per quello che genio non è.

P.A.

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