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L’AUTONOMIA GEOPOLITICA TURCA. Di Piergianni Baglioni

Senza l’ossessione di piacere per forza all’Europa, Erdogan si sente più forte. Una volta tramontata l’ipotesi di un ingresso della Turchia nell’Unione Europea, il presidente ha acquisito sempre più potere nello scacchiere internazionale: oggi è un interlocutore essenziale al tavolo della pace in Siria, ha ottenuto un ruolo primario nella gestione della crisi migratoria mondiale (incassando 6 miliardi di euro dall’Ue per bloccare i flussi attraverso i Balcani) e ha posto, molto spesso, le proprie condizioni nei rapporti con Russia e Stati Uniti. Erdogan, alla guida della Turchia dal 2004 (come primo ministro e poi successivamente nelle vesti di capo dello Stato), è partner di molti, ma alleato di nessuno.

Le sue ultime mosse hanno raffreddato ulteriormente i già poco fluidi rapporti con l’America di Trump. La strategia sembra essere quella di continuare ad approfondire i legami economici e militari con Mosca restando, però, a pieno titolo un membro della Nato. La Turchia ha comprato armamenti dalla Russia, in particolare il sistema di difesa russo S-400: è stato il primo Paese dell’alleanza atlantica a farlo, all’interno di un accordo più complessivo da 2,5 miliardi di dollari firmato dai due presidenti Erdogan e Putin nell’aprile del 2017 che prevede anche un programma di sviluppo della produzione turca, con il sostegno russo. La Nato già a luglio si è definita “preoccupata”. Come risposta, Washington ha comunicato l’esclusione del Paese dal programma di caccia multiruolo F-35, anche se la Turchia ha firmato – quasi simultaneamente – l’acquisto di 100 aerei statunitensi che ora potrebbero non arrivare più a destinazione. “Invitiamo gli Stati Unti a correggere questo errore, che è destinato a infliggere un danno irreparabile alle nostre relazioni strategiche” hanno fatto sapere da Ankara. 

Erdogan, che si trova in un’area geopolitica considerata “ad alto rischio” per il terrorismo islamico e non solo, è costretto a giocare su più tavoli. E lo sta facendo con abilità. L’intesa con Mosca ha segnato anche la fine della crisi tra le due Nazioni, scoppiata nel novembre 2015 quando un aereo da guerra russo venne abbattuto dagli F16 turchi. Non fa che aumentare, invece, la distanza tra Turchia e Usa. Il punto di non ritorno, probabilmente, è stato il colpo di Stato del 15 luglio 2016, i cui effetti ancora oggi si fanno sentire nella politica interna ed estera di Erdogan. Il presidente, come altri ufficiali di governo, ha accusato l’imam esiliato Fethullah Gülen, puntando il dito anche contro gli Stati Uniti. Secondo la Turchia, sono stati gli Usa – che non avevano mai estradato Gülen nonostante numerose richieste – a pianificare il golpe. Poi c’è la guerra in Siria, dove gli americani hanno sostenuto i miliziani curdi dell’Ypg, che Erdogan considera dei veri e propri terroristi. Per Trump (la cui elezione lasciava presagire un riavvicinamento concreto tra le parti dopo i dissidi dell’amministrazione Obama), oggi non esiste una soluzione vantaggiosa: se usa il pugno duro, rischia di perdere un alleato preziosissimo; se lascia correre, legittima ulteriormente il potere sempre più consistente del “Sultano”. Tutto questo spiegherebbe anche la cautela attuata fin qui dal presidente americano che non ha mai parlato di sanzioni, bensì di “situazione difficile, ma senza voler dare la colpa alla Turchia”. C’è un equilibrio sottile da preservare.

Pregianni Baglioni

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