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JOKER E’ PIU’ DI UN FILM. E’ IL RITRATTO DI UNA MASCHERA NICHILISTA.

Un successo planetario annunciato, che ha vinto il premio come miglior film all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, questo Joker non è esclusivamente un film di genere. Un film che lascia l’impressione di un crescendo organico, nella consumata logica di causa-effetto, la storia del cambiamento di un uomo buono, ingenuo e malato, troppo sensibile e senza protezione dai soprusi del mondo, che diviene criminale efferato. Lo scenario è quello della grande metropoli moderna, della Gotham sommersa dai ratti e dai rifiuti, con strutture ed edifici fatiscenti, invasi da ogni sorta di ferocia, anche banale. L’inquadratura non è sempre succube ad ogni costo dell’azione, la dilatazione del tempo, per quanto ancora relativamente timida, assurge a ruolo narrativo nella quale Joker prende coscienza del ridicolo e del dolore. La presenza riproposta continuamente come elemento scenico, a un tempo simbolico, dello specchio è nel medesimo senso. L’intelligenza, un poco ruffiana, della cinepresa si palesa anche nel creare inquadrature iconiche: un esempio su tutte, quella del clown Arthur, non ancora Joker, dentro la cabina telefonica nelle luci della sera.

Se la costruzione del personaggio dell’eccellente Joaquin Phoenix, sempre sul solco ormai main-stream del realismo psicologico tracciato da Strasberg, rimanda, come già acclarato, al cinema di Scorsese e in particolare a quella di De Niro in Taxi Driver, avendo ben presente l’indimenticata interpretazione del Joker di Heath Ledger – eppure diversa in quanto è nel Batman di Nolan già maschera – riesce ad incarnare una dimensione talmente abissale da poter suscitare il plauso anche di coloro a cui il film dovesse non piacere.

Il limite della rappresentazione è quello di ritrarre un mondo didascalico, dove mancano le sfumature, un mondo di sofferenza senza speranza, univoco nella dimensione di palese ingiustizia, che conduce Arthur, malato a causa anche degli abusi subiti nell’infanzia e dipendente da psicofarmaci, a sperare che almeno la morte gli riservi un senso che la sua vita non ha avuto. Lo spaesamento è causato dall’incapacità di reagire contro forze irrazionali e distruttive a cui il personaggio si abbandonerà, passo dopo passo, in una continua tensione drammatica, fino a diventare Joker, l’uomo che nulla ha più da perdere. L’individuo posto in un mondo ostile da cui si scopre perseguitato, il senso di ogni cosa che si dilegua, la sofferenza che diventa insopprimibile. A causa della sua stranezza Arthur viene tenuto a distanza, ed anche quando raramente altre persone mostrano un qualche conforto, poi si allontanano, si ritraggono, ognuno affaccendato per sopravvivere. E’ un destino che la volontà non riesce a risolvere se non diventando Joker, è il dramma di una continua isterica risata, volto che diviene maschera, incurante della violenza e della morte. Un tipo umano all’estremo confine del mondo, per cui la distruzione e il caos sono l’approdo ultimo.

Il tentativo di umanizzare e spiegare Joker dandogli un profilo psicologico più complesso, seppur prevedibile, è sicuramente riuscito, in contrasto con gli antecedenti cinematografici dove Joker non ha origine, è già maschera, astrazione. La vaghezza dell’origine ha potuto così organizzarsi nel film, e suggerire l’intera vicenda perfino come inganno, Arthur che sogna un mondo in un ghigno sovrano. Quel che nel destino di Joker appare è all’estremo l’impossibilità della scelta. Ma senza la scelta l’uomo non è più tale, perde ogni coordinata e sprofonda nell’oblio. Joker è una maschera nichilista.

Si potrebbe anche ammettere che il film non ha nulla di trascendentale da dire, se non mostrare l’interezza dello spettro delle emozioni di una mente in grave difficoltà presa in circostanze terribili e che trova la sua ragione d’essere nel male. Un film che sfrutta la notorietà del personaggio di Joker, che pure porta a miti consigli. Sarebbe potuto essere più interessante, in un volo pindarico, un Joker che smascherasse se stesso e la vita, e quindi perfino la sofferenza irrimediabile, e alla fine affermasse: vedete, è tutto solo finzione.

P.A.

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