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ALDO MANOS, “CAMPO 360 NDARUGU. Di Riccardo Pasqualin.

A più di 5000 chilometri dall’Italia, in Kenya, a 30 chilometri da Nairobi, c’è una chiesetta: l’hanno costruita i militari italiani nel 1942, all’interno del campo di prigionia P.O.W. 360 di Ndarugu.

Da tempo in rete esiste un sito che cerca di raccontare le storie dei prigionieri italiani in Kenya: https://prigionieriinkenia.org/; il creatore di questo portale è il signor Aldo Manos, italiano di famiglia dalmata, classe 1933.

Manos ha insegnato Diplomazia dell’Ambiente a Gorizia; ex diplomatico delle Nazioni Unite dal 1962 al 1990, per motivi di lavoro, è vissuto a New York e a Bangkok.

Nel 1973, a Nairobi, è stato uno dei padri del Programma dell’ONU per l’Ambiente (UNEP) e attualmente risiede tra il nostro paese e il Kenya, dove si interessa appunto della storia dei 50000 soldati italiani prigionieri in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nel 2019, il suo interesse per questi fatti dolorosi e dimenticati dai più lo ha spinto a pubblicare un libro, Campo 360 Ndarugu. Ai prigionieri italiani in Kenya (Licosia Edizioni), che raccoglie (almeno parzialmente) il lavoro di ricerca svolto con il suo sito.

L’autore racconta che, sin da principio, molti gli consigliarono di rinunciare al suo intento: «‘I prigionieri? Quelli sono la nostra vergogna’, si è sentita dire mia moglie» ricorda Manos, «E poi ancora: quella è stata una guerra fascista e imperialista; parlarne rischia di esaltare la figura del Duca d’Aosta[1] e quindi dei Savoia; parlare dei maltrattamenti inflitti dagli Inglesi potrebbe offendere i nostri alleati di adesso, in Europa e nella NATO; si tratta di avvenimenti lontani nel tempo, che non interessano più nessuno, quindi meglio lasciar perdere». Di diverso avviso è Federico Battera, docente di Storia ed Istituzioni dell’Africa all’Università di Trieste, che nella sua prefazione al volume scrive: «Le mani che in condizioni di estreme difficoltà […] costruiscono quella Chiesetta nel campo 360 di Ndarugu, tra Thika e Nairobi nello splendido altipiano centrale del Kenya, sono le stesse che poi si ripeteranno nell’impresa di ricostruzione del Paese all’uscita dal conflitto mondiale».

Il campo 360 fu costruito sul lato destro della strada per Thika, a un’altitudine di 1513 metri sul livello del mare, tra i villaggi di Kalimoni e Juja.

Come è noto, Gondar, l’ultimo presidio italiano in Abissinia, cadde il 27 novembre 1941, ponendo fine alla presenza italiana in Africa Orientale (eccezion fatta per l’esperienza dell’A.F.I.S.[2]). Inizialmente, però, la guerra non era sembrata una battaglia persa in partenza; il 10 giugno 1940, quando Mussolini annunciò l’entrata in guerra dell’Italia, le forze in campo parevano favorire gli italiani, infatti le autorità inglesi a Nairobi iniziarono subito a distruggere gli archivi, per timore che i documenti potessero cadere in mano al nemico.

Nel 1941 i britannici marciarono verso la Somalia e, il 26 febbraio di quell’anno, conquistarono Mogadiscio. Il 17 maggio, dopo una eroica resistenza, il Duca d’Aosta pattuì la resa di Amba Alagi, il 28 settembre cadde il passo Uolchefit e Gondar resistette per altri due mesi.

«La mia antipatia per gli Inglesi cresceva di giorno in giorno e, quando apprendemmo della morte del Duca[3], si trasformò in odio seppur fu la malattia a stroncarlo. Allora ero in Kenya al PWO Camp 360 mentre il Duca al ‘357’. Quel giorno piansi.» annotò Antonio Sunatore in un passo delle sue memorie, trascritto da Manos nel suo testo.

Il saggista riporta che il trattamento riservato ai prigionieri italiani non fu sempre in linea con la Convenzione di Ginevra, l’ampia collina su cui sorgeva il campo era una zona malarica e i militari patirono stenti e privazioni. Invero, i reclusi cercarono di alleviare il dolore della sconfitta e le amarezze della prigionia inventandosi delle nuove attività, allestirono degli orti, cercarono d’istruirsi a vicenda e organizzarono anche dei momenti culturali; sicuramente molti uomini, per la prima volta, vennero a contatto con la cultura anglosassone.

È interessante leggere come gli internati cercarono di occupare il loro tempo e di come alcuni tentarono di fuggire. Ad esempio, approfittando di un momento propizio, il principe Giovanni Corsini, un aristocratico fiorentino, si travestì da ufficiale inglese dei Servizi Segreti e, a bordo di un camion Chevrolet, riuscì a raggiungere il Mozambico neutrale con un gruppo di commilitoni.

Le comunicazioni tra i prigionieri e le loro famiglie residenti in Italia furono difficili, ma fortunatamente la Chiesa Cattolica mise a disposizione la sua rete di contatti internazionali. Tra il 1940 e il 1945, la Radio Vaticana trasmise oltre un milione di messaggi. Inoltre era attivo un Ufficio Informazioni a cui si rivolsero molti fedeli, tra cui Pier Paolo Pasolini, che chiese notizie del padre, Carlo Alberto (1892-1958), maggiore di fanteria, catturato nel giorno della sofferta presa di Gondar. In seguito, la Pontificia Commissione di Assistenza aiutò molti soldati al loro ritorno a casa; li attendeva un destino nuovo: per alcuni, rieducarsi a vivere nella nuova Italia democratica, per tutti, reinserirsi nella vita civile negli anni della ripresa economica.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, chi tornava dalla prigionia in Germania era accolto come un eroe e coloro che tornavano dalla Russia erano ritenuti utili per la narrazione anti-comunista, mentre i prigionieri nei campi degli alleati rappresentavano solo il simbolo di una sconfitta da superare.

Aldo Manos chiude il suo testo con un’appendice di documenti e una conclusione che contiene un invito: occorre che la chiesa del campo sia restaurata e riportata al culto cattolico, si deve effettuare un rilievo completo del sito, va costituito un museo in cui raccogliere tutti i documenti, i manufatti e il materiale relativo al luogo di prigionia, e infine si deve fondare un’organizzazione che aiuti la popolazione locale. Questo libro ha il grande merito di raccontare delle vicende che sono ancora ignorate dalla maggioranza degli italiani e di lanciare un appello al nostro governo affinché si mobiliti per partecipare alla conservazione di un luogo che è parte della storia nazionale della Penisola.

Riccardo Pasqualin

[1]    Amedeo di Savoia-Aosta (1898-1942) fu governatore dell’Africa Orientale Italiana (A.O.I.) e Viceré d’Etiopia dal 1937 al 1941.

[2]    L’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia (A.F.I.S.), il mandato dell’ONU all’Italia sulla Somalia, durò dal 1° aprile del 1950 al 1° luglio del 1960.

[3]    Il Duca d’Aosta fu tenuto prigioniero ad Ol Donyo Sabuk. Gravemente malato, il 3 marzo 1942, morì nella clinica Maya Carberry di Nairobi. Secondo la sua volontà, fu sepolto al sacrario militare italiano di Nyeri (Kenya).

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