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LA CONCEZIONE DEL VUOTO IN MISHIMA YUKIO. Di Daniela Errico

Yukio Mishima (1925-1970).

Quando si parla del “vuoto” siamo soliti dare un’accezione negativa a questo termine il quale, essendo espressione del concetto di inconsistenza e di impalpabilità, molto spesso è ritenuto stretto sinonimo di “inesistenza” e quindi inteso come assenza di significato all’interno di un contesto spazio-temporale che dev’essere necessariamente colmato da tutto ciò che, materialmente o astrattamente parlando, possiede una definizione.

Contrariamente a ciò, nella cultura buddista il concetto di “vuoto” non viene inteso in termini di non-esistenza perciò, anche se spesso è associato al concetto di “pieno” in un rapporto di complementarità, è abbastanza difficile poterlo definire attraverso l’utilizzo di categorie a noi comuni. Infatti, l’assenza di una definizione che ben lo caratterizza è scaturita dall’impossibilità di spiegare attraverso il linguaggio qualcosa che è esclusivamente appannaggio dell’esperienza e che a parole, quindi, rischierebbe di perdere il suo significato più puro. Eppure il “vuoto” ha di per sé una logica ben specifica: essendo condizione necessaria del divenire, costituisce parte fondamentale dell’”essere” in qualità di forza motrice poiché

“i confini del campo delle conoscenze acquisite si possono allargare solo perché si danno gli infiniti territori delle conoscenze possibili; l’universo del conosciuto, del “pieno” di conoscenze, è in espansione solo perché mai cessa di aprirsi lo spazio “vuoto” del conoscibile.”[1]

Partendo da questa affermazione, si può comprendere come il “vuoto” buddista non abbia alcuna accezione nichilista ma, al contrario, sia oggetto di contemplazione con la quale il singolo individuo, percependo sé stesso in maniera pura, scevra da condizionamenti scaturiti dalle parole, dalle convenzioni e da qualsiasi altra categoria, riscopre le sue possibilità più profonde. Questo tipo di “meditazione” permette di giungere alla visione di un “io” autentico che, di conseguenza, si riflette nell’agire e nel modo di vivere dell’individuo.

È fondamentale specificare come questa pratica del vuoto non preveda, come fine ultimo, il perseguimento di un modello unico di retto agire, bensì la realizzazione di quel potenziale che risiede nella persona e che non è il prodotto del singolo pensato come essere individuale e autonomo ma come essere interagente e interconnesso con il mondo circostante. Benché si è portati a intendere ogni individuo come entità a sé stante, secondo il buddismo nulla è indipendente ma ogni cosa “è”, esiste per e in funzione di infiniti rapporti di dipendenza che fanno parte di un disegno armonico.

Questo concetto, che abbraccia l’esistenza in una visione molto ampia del termine, viene applicato anche in quella che possiamo definire una realtà più ristretta, ovvero nell’integrità/totalità dell’uomo. Si parla, infatti, di “vuoto di sé”, del demolire quelle convinzioni secondo le quali concepiamo noi stessi come l’insieme di due blocchi a sé stanti attraverso la dualità corpo-anima per concepirli, invece, come elementi interdipendenti e costitutivi di un’unica unità.

“[…] cogliere e praticare il vuoto del “sé” soggettivo significa svuotare di consistenza ogni opposizione ritenuta insormontabile, ogni conflitto pensato irrimediabile, ogni dualismo presunto assoluto.”[2]

Per Mishima Yukio questo contrasto anima-corpo si traduce in un vero e proprio problema esistenziale, che ha contraddistinto in particolar modo gli ultimi anni della propria vita.

Infatti, gran parte della sua produzione scritta è caratterizzata dalla costante presenza di riferimenti al “vuoto” in termini che variano da opera ad opera. Ripercorrendo in maniera cronologica le varie fasi della sua carriera letteraria, emerge inizialmente una visione nichilista della realtà, permeata dal nulla più totale, che pian piano, però, si tramuta in una realtà presente ma, al contempo, inafferrabile.

Questa transizione la si può notare prendendo in esame i due romanzi “Confessione di una maschera” (1949) e “Il padiglione d’oro” (1956), nei quali Mishima si avvale di due elementi per esprimere la propria concezione dell’esistenza. Nella prima opera l’episodio del trasporto del palanchino sacro costituisce parte fondamentale della narrazione in quanto immagine esplicativa di quel “vuoto” assoluto che domina la vita dell’uomo:

“Il cielo della giornata estiva era senza nuvole, ma nel piccolo spazio dietro le porte serrate cosparse di polvere d’oro, oltre le funi rosse e bianche e la ringhiera dorata dipinta di nero c’era l’oscurità più totale, regnava sovrana una notte vuota e perfettamente quadrata che sobbalzava senza sosta in ogni direzione.”[3]

Nella seconda opera, invece, è proprio il padiglione d’oro ad incarnare il concetto di “vuoto” ma, in questo caso, inteso come una realtà effettiva la quale presenza è appurata dal fatto che il protagonista prova in tutti i modi ad afferrarla e comprenderla. Però questi tentativi si rivelano essere vani portando all’amara conclusione che l’uomo, seppur consapevole del sussistere di un’autentica realtà celata, è destinato a non poter in alcun modo aver accesso alla verità.

Passando invece ad una fase più tarda della produzione letteraria di Mishima, si assiste ad un ulteriore elaborazione del proprio pensiero riguardo al concetto di esistenza il quale si confà analogamente alla teoria buddista sopra citata. La realtà si presenta all’uomo in maniera velata, sotto le spoglie di un’illusione che attende di essere smascherata. Ma il solo percepire questa situazione da parte dell’intelletto non è sufficiente a far sì che ciò possa avvenire. Vi è anche la necessità di constatarla mettendo in gioco quella che è una componente fondamentale all’interno del disegno armonico che è alla base del mondo: il corpo, mezzo che attesta l’inconfutabilità dell’esistenza. Con la pratica del bodybuilding, Mishima costruisce quella che egli definisce una sicura “dimora” per i suoi pensieri, con la quale aderire appieno alla vita.

Tuttavia, una volta raggiunta la piena coscienza della propria anima e del proprio corpo, si presenta un grosso ostacolo da sormontare:

“Ma corpo e spirito non si fondono mai, non hanno mai potuto diventare simili.

Non ho mai scoperto in un’azione fisica la gelida, terrificante soddisfazione dell’avventura intellettuale. Né ho mai assaporato nell’avventura intellettuale l’ardore dell’estasi, la calda tenebra dell’azione fisica.

Da qualche parte entrambi dovrebbero congiungersi. Ma dove?

[…] In qualche luogo deve esistere un principio più alto, che tenta di unire e di riconciliare il corpo con lo spirito.”[4]

Ed è qui che subentra il “vuoto” in qualità di forza motrice, ovvero come origine dell’agire poiché è proprio nel movimento che questa dicotomia può essere superata. Ne Introduzione alla filosofia dell’azione, Mishima giunge alla soluzione di questo dilemma affermando che l’anima e il corpo possono ricongiungersi, manifestandosi come unica entità, soltanto nell’attimo in cui, giunti all’apice dell’azione, si concretizza una condizione di immobilità. Ma la realizzazione di tale occasione non può durare che un istante ed è ben nota a tutti la soluzione che verrà adoperata da Mishima e con la quale deciderà di opporsi all’incessante flusso della vita per giungere alla verità, in nome di ideali che, come la sua azione, saranno destinati a durare in eterno.

事実は死だけ。存在証明の最終的なものは死だ[5]

“L’unica certezza è la morte. La morte è l’estrema verifica dell’esistenza”

Daniela Errico

[1] Estetica del vuoto, Giangiorgio Pasqualotto

[2] Ivi.

[3] Confessioni di una maschera, Mishima Yukio

[4] Sole e acciaio, Mishima Yukio

[5] 壮麗なる虚構の展開, Mishima Yukio

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