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“OECONOMICAE ET PECUNIARIAE QUAESTIONES – note a margine.” Di Luigi Copertino*

Il più recente documento della Chiesa sulla finanza predatoria porta la data del 6 gennaio 2018. Alla sua stesura ha collaborato l’economista cattolico Leonardo Becchetti, docente alla Sapienza. Si tratta del «Oeconomicae et pecuniariae quaestiones – Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario», pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e reperibile al link http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20180106_oeconomicae-et-pecuniariae_it.html.

E’ un documento importante che, con linguaggio semplice ed accessibile, chiarisce molte cose ed indica alcune possibili vie per un uso etico e sociale della moneta e degli altri strumenti finanziari.
Il linguaggio utilizzato, tuttavia, è in linea con quello debole postconciliare ossia sin troppo conciliante verso un mondo, quello della finanza, dove maggiore è la spinta anti-spirituale ed anti-sociale nella ricerca dell’autoreferenzialità egemonica. Vi si parla, infatti, di “comitati etici”, di “operatori finanziari responsabili”, di “finanza auto-responsabile”, che è come chiedere la virtù coniugale ad una moglie fedifraga. Un linguaggio più anatemico – sul tipo di quello del catechismo di san Pio X (“defraudare della mercede agli operai è peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”) o di quello di Pio XI (“funesto ed esecrabile imperialismo bancario o imperialismo internazionale del denaro”, Quadragesimo Anno, 1931) – non avrebbe guastato, oggi più di ieri, data l’arroganza dei poteri finanziari globali odierni. Ma la Chiesa postconciliare è meno anatemizzante di quella di un tempo e, però, benché la gerarchia faccia finta di non accorgersene, anche molto meno efficace, perché essere Madre non significa essere permissiva.

Resta comunque che un documento come quello in questione è importante nel panorama attuale che è bene conoscere e valutare nei suoi limiti e nei suoi pregi. Per questo abbiamo steso alcune considerazioni sullo stesso con l’intento di divulgarne i contenuti, di esaminarli e commentarli.

Una pecca notevole, a nostro giudizio, è riscontrabile alla fine, dal n. 32 in poi, dove trattando del debito pubblico non viene fatto alcun accenno alla sua principale causa, ossia la perdita da parte degli Stati della sovranità sulla loro moneta. Nessun cenno è fatto alle disfunzioni causate dalla attuale mancanza di monetizzazione del fabbisogno pubblico da parte della Banca Centrale, ora indipendente dall’Autorità Politica. Quando, come avviene oggi e come non avveniva in passato, sono i mercati ad essere gli esclusivi padroni dei meccanismi di creazione monetaria, è evidente che gli Stati sono poi costretti a chiedere moneta agli “investitori” rectius “speculatori”. Ma questo non viene esplicitamente detto nel documento in esame. Forse è possibile leggere in controluce il non detto, implicito, ma ciò che viene sottaciuto non può incidere nelle coscienze come ciò che invece è affermato apertamente.
Viene però ricordato, contro ogni posizione liberista, che i meccanismi economici, da soli, non sono in grado di produrre alcuna regolazione non solo politica ma anche etica e sociale delle dinamiche finanziarie. Quei meccanismi possono tutt’al più produrre regole basate sul principio smithiamo del “tornaconto individuale”, ossia sul profitto innalzato a criterio esclusivo, ma nessun quadro normativo che discenda da un superiore principio politico e spirituale. La concezione liberale si pone irrimediabilmente in contrasto con il Magistero Sociale Ecclesiale. Da ultimo lo ha rimarcato Benedetto XVI nella “Caritas in Veritatem”, quando al n. 36, sulla necessaria connessione fra politica ed economia, ha scritto: «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione».

L’etica, pertanto, non nasce dall’economia ma piuttosto dal connubio tra la Sapienza spirituale, rivelata, e la sapienza umana, di ordine politico, tecnico ed economico, e senza l’etica, ci viene ricordato nel documento in esame, l’agire umano finisce per deteriorarsi, rovesciarsi e produrre effetti dannosi. Sul problema etico, nelle sue diverse espressioni, la filosofia, non solo quella cristiana, ha prodotto pagine e pagine. La questione sta però non tanto nel definire, nel concettualizzare, nel fare casistica – pur avendo tutto ciò una sua importanza – quanto invece nell’aprire il cuore allo Spirito. Solo ponendosi in un atteggiamento del genere, purtroppo sempre rigettato dai più ed oggi molto più di un tempo, si riesce, vivendoli interiormente, a comprendere che gli obblighi etici non sono un imperativo esterno, un concentrato di moralismo inibitorio, pur certamente essendo essi un comando rivelato, ma la Fonte di una Vita Superiore.

Nel linguaggio spirituale della Tradizione il termine Charitas non ha affatto quel senso riduttivo con cui è comunemente inteso perché, al contrario, con esso si indica l’“Amore di Dio”. Sicché quando si parla di Carità bisogna partire da questo presupposto e verificare come possa tradursi nei piani inferiori della gerarchia ontologica dell’essere. Nell’ambito del Politico la Charitas si traduce in “bene comune”, che è Vertice ed Asse della Comunità politica nella quale, per natura, gli uomini nascono e vivono. Quindi anche le relazioni politiche ed economiche, sia le macro che le micro relazioni, non possono prescindere dal bene comune e quindi, in ultima istanza, dalla Charitas radicata nella Trascendenza Divina, la quale, poi, per i cristiani è pienamente rivelata, perché in Lui incarnata, soltanto da Gesù Cristo.

«(L’)…ordine etico, radicato nella sapienza di Dio Creatore, è dunque l’indispensabile fondamento per edificare (la) … comunità degli uomini (…) improntat(a) a reale giustizia. Ciò tanto più vale di fronte alla constatazione che gli uomini, pur aspirando con tutto il loro cuore al bene e alla verità, spesso soccombono ad interessi di parte, a soprusi ed a prassi inique, da cui derivano gravi sofferenze per tutto il genere umano e specialmente per gli indifesi e i più deboli» (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones).

Dal documento in oggetto sembra che i suoi estensori siano piuttosto consapevoli di vivere in un passante storico cruciale. Il documento infatti afferma chiaramente che è in gioco il futuro dell’umanità ed è messo in evidenza che ciononostante alcune minoranze continuano a speculare, sulla pelle dei più, lucrando per sé ingenti risorse e ricchezze. Viene osservato che la recente crisi finanziaria è stata un’occasione mancata per sviluppare una nuova economia più attenta alla regolamentazione dell’attività finanziaria, per neutralizzarne gli aspetti predatori e speculativi e valorizzarne il servizio all’economia reale. Viene inoltre lamentato – sembra quasi una parafrasi di Giulio Tremonti – che nel momento culminante della crisi non c’è stata la giusta reazione che portasse a ripensare i criteri obsoleti con i quali la finanza continua ancor oggi a governare il mondo. L’egoismo miope e limitato al breve periodo, che prescinde dal bene comune, è rimasto, anche dopo il manifestarsi della crisi, il “paradigma” dell’economia globalizzata. Dalla cosmovisione finanziaria è esclusa non solo ogni preoccupazione per le disuguaglianze tornate, proprio attraverso la mondializzazione e nonostante tutte le promesse di “pace e sicurezza”, a livelli impensabili, ma anche per la creazione e soprattutto la diffusione di beni reali, effettivamente necessari all’uomo per il suo ben vivere, quale condizione affinché egli possa poi volgere lo sguardo verso l’Alto senza eccessive preoccupazioni per i bisogni primari. L’economia reale interessa alla speculazione soltanto nella misura in cui essa resta la base per innalzare i castelli virtuali della rendita finanziaria che lucra sulla produzione. E’ lo stesso interesse che la sanguisuga ha per la sopravvivenza, benché precaria, dell’animale dal quale succhia linfa vitale per gonfiarsi a dismisura, fino ad esplodere. Esattamente come le “bolle speculative”.

La distanza tra la posizione dei cantori del “laissez faire” finanziario globale e la posizione cristiana è richiamata nel documento quando viene ricordato che «il denaro deve servire e non governare». Un principio, questo, radicato in una lunga tradizione risalente al medioevo ma riscontrabile nella stessa predicazione di Cristo e segnatamente nella cosiddetta “parabola dei talenti” (Mt. 25, 14-30). Sulla scia di questa tradizione diventa chiaro perché senza «allargare gli orizzonti del cuore ogni sistema sociale, politico ed economico è destinato alla lunga al fallimento ed all’implosione» dato che «l’egoismo alla fine non paga e fa pagare a tutti un prezzo troppo alto».
Risuona in diversi passaggi del documento l’eco delle tradizionali posizioni cristiane in materia finanziaria per le quali ogni azione umana – anche in ambito economico – implica sempre una visione benefica, dell’uomo e del mondo, che tuttavia riesce a tradursi in realtà concreta soltanto nella misura in cui l’agire umano riceve la forza, in interiore homine, di vincere gli ostacoli che il deficit ontologico, il peccato, frappone, di continuo, alla sua perduta positività originaria. La cartina di tornasole di questa capacità a tradursi in realtà sta negli effetti che sono o non sono prodotti in concreto. Si tratta, evidentemente, delle opere come segno esteriore della trasformazione interiore del cuore che è, questa, iniziativa esclusiva di Dio e non un merito dell’uomo. Proprio quelle opere che, in uno strabico e maldestro tentativo di ribadire l’assoluta iniziativa di Dio, Lutero ha finito per negare influenzato da un radicale apofatismo disincarnante, ai suoi tempi riemerso nella riscoperta del “Plato non christianus” conseguente alla crisi umanistica del XV secolo, che lo ha portato ad un radicale pessimismo antropologico fino all’odio gnostico per la corporeità – da qui la sua eresia antieucaristica – e la materialità della creazione.

«… l’intermediazione finanziaria, – scrivono gli estensori delle “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” – (da) … quando è stat(a) slegat(a) da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi ed ingiustizie, ma si è anche rivelat(a) capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale».
La radice di questo sta, secondo il documento, nel «fiato corto di una visione dell’uomo individualisticamente inteso … il cui profitto consisterebbe anzitutto in una ottimizzazione dei suoi guadagni pecuniari». Si è dimenticato che l’essere umano ha un’indole “relazionale” perché esso è costitutivamente, quindi per natura, inserito in una trama di relazioni. Ogni uomo nasce all’interno di un ambito familiare, vale a dire già all’interno di relazioni che lo precedono, senza le quali sarebbe impossibile il suo stesso esistere. Una volta nato, l’uomo sviluppa le tappe della sua esistenza sempre attraverso legami che attuano il suo porsi nel mondo in continua condivisione. Sono proprio questi legami originari che rivelano l’uomo come essere relazionato ed essenzialmente connotato da ciò che la Rivelazione cristiana chiama “comunione”. Il documento non lo dice ma in ambito giuridico “comunione” dei beni indica non l’abolizione della proprietà ma la sua condivisione. Giuridicamente parlando il termine che meglio traduce quello di comunione è “comproprietà”.

Il riconoscimento del carattere comunionale, quale elemento originariamente costitutivo dell’essere umano espressione dell’iconicità con Dio che lo crea e lo chiama ad una relazione di comunione con Sé orientandolo per natura alla vita comunitaria con i suoi simili – non a caso l’Aquinate ha ripreso l’aristotelica definizione dell’uomo essere sociale per natura –, consente, laddove il peccato fosse superato, di guardare al prossimo non come ad un potenziale concorrente bensì come al consociato nella costruzione del bene comune. Soltanto una antropologia relazionale può aiutare l’uomo a riconoscere che la validità di politiche economico-finanziarie adeguate non può basarsi sul concetto di concorrenza quanto piuttosto su quello di cooperazione, ed a comprendere quanto, nella attuale condizione post-adamitica, tenda piuttosto a prevalere il conflitto quale conseguenza del peccato. Sicché esaltare l’individualismo concorrenziale è, nella prospettiva cristiana, una esaltazione della rivolta contro l’Amore di Dio. Non a caso, dove si è affermata l’etica cristiana, come nell’antica Cristianità, l’economia era modulata secondo modelli vincolistici e comunitari, non individualistici.

Il funzionamento dell’economia, anche di quella di mercato, dipende in modo decisivo più che dalla produzione efficiente di beni materiali dalla condivisione di beni immateriali come, ad esempio, la fiducia, l’equità, la cooperazione. Quella dello scambio mercantile, infatti, non è l’unica forma di trasmissione di beni fra gli uomini. Nella logica del dono senza contropartita si può cogliere la “gratuità” come alternativa allo scambio di beni equivalenti. Un’alternativa che può convivere con la logica di mercato, dato che mentre il dono cristiano – e qui deve essere sottolineata, per distinguerlo dal dono come obbligazione sociale studiato dalla scuola antropologica di Marcel Mauss, l’aggiunta “senza contropartita” – agisce sul piano soprannaturale della Caritas, lo scambio commerciale opera sul piano della giustizia commutativa. Ma, in ultima istanza, alla luce di una antropologia divina, ossia del disegno di Dio sull’uomo, lo scopo ultimo dell’economia non può essere il Prodotto Interno Lordo. Il profitto, necessario al mercato, non va mai perseguito “ad ogni costo” né può essere considerato come il referente totalizzante dell’azione economica. La “norma aurea” rivelata da Cristo (cf. Mt 7, 12; Lc 6, 31) che consiste nel fare al prossimo quel che vorremmo fosse fatto a noi ci preannuncia che laddove l’egoismo e gli interessi di parte prevalgono anche l’economia subisce fallimenti e implosioni. L’individualismo economico non è necessario all’economia – a questa è necessaria soltanto una limitata, regolata e ben circoscritta libertà – , perché esso genera centri di supremazia ed inclina verso forme di oligarchia alimentando la guerra di tutti contro tutti ed il conflitto sociale permanente che, alla fine, distruggono la stessa comunità umana.

Nello scenario globale la sovranazionalità e la volatilità dei capitali, gestiti dal crescente e pervasivo potere dei grandi “networks” economico-finanziari, disorientano e rendono impotenti le Autorità politiche nazionali, che faticano nel garantire, secondo la loro naturale ed originaria vocazione, il bene comune e la pace sociale. Il potere globale del denaro apolide troppo spesso costringe la politica a funzioni ancillari verso l’egemonia finanziaria. Il potere finanziario, omnipervasivo e capace di condizionare e dominare l’economia reale, ha unificato il mondo all’insegna di una millenaristica promessa di felicità universale per poi, effettivamente, realizzare il regno degli egoismi e delle sopraffazioni tra singoli, gruppi e popoli. L’abuso ed il raggiro, specie ai danni delle controparti meno avvantaggiate, sono la regola del mondo economico-finanziario emancipato ossia libero da costrizioni etiche o politiche. L’asimmetria insita nel meccanismo stesso del mercato consente, come è avvenuto per decenni, la commercializzazione di pericolosi strumenti finanziari approfittando delle lacune cognitive o della debolezza contrattuale delle controparti. E’ evidente che il mercato non è in grado di regolarsi da sé. Esso non ha in sé i presupposti pre-economici necessari alla conservazione della relazionalità umana, quindi della stessa comunità, come la coesione sociale, la fiducia, l’appartenenza identitaria. Presupposti che rendono possibile correggere gli effetti nocivi del mercato ossia le abissali disuguaglianze, le asimmetrie, l’insicurezza sociale, la solitudine concorrenziale.

La finanziarizzazione dell’economia, con i suoi rischiosi prodotti finanziari a carattere speculativo, ha ampliato la intrinseca asimmetria di mercato, ponendo gli acquirenti di quei prodotti in una posizione di inferiorità rispetto ai loro commercializzatori. Lo stesso principio mercantile del “caveat emptor”, che fa ricadere sul compratore la responsabilità di accertare la qualità del bene acquisito, diventa ancor più ipocrita dato che, se la parità dei contraenti, presupposta da tale principio, non esiste spesso nello stesso scambio di beni reali, essa viene del tutto a mancare, salvo non essere esperti o dottorati nei meccanismi finanziari, nel mercato dei titoli e dei derivati. Il mercato che già non garantisce, quasi mai, la parità chiesta dalla giustizia commutativa nei tradizionali contratti creditizi, per l’evidente rapporto gerarchico che inevitabilmente si instaura ad esempio fra mutuante e mutuatario, a maggior ragione non può farlo a fronte della sofisticata strutturazione delle spregiudicate offerte finanziarie esplose con la globalizzazione.

Il denaro di per sé potrebbe essere uno strumento socialmente positivo e tuttavia, per la sua capacità di solleticare le pulsioni autodeificanti del cuore umano, può ritorcersi facilmente contro l’uomo. La finanziarizzazione dell’economia – le cui origini risalgono alla contrattazione borsistica dei titoli azionari ed obbligazionari per la raccolta di denaro da parte del capitale anonimo – ha prodotto una ricchezza virtuale, ossia sempre più sganciata da quella reale, derivante soprattutto da transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo e da negoziazioni ad alta frequenza (“high frequency trading”), che ha sottratto illimitate quantità di capitali ai circuiti dell’economia reale, produttiva.

Il “capitalismo rentier”, combattuto nel secolo scorso, si è imposto grazie alla globalizzazione sicché attualmente la rendita da capitale insidia il reddito da lavoro. Mentre il lavoro viene confinato ai margini dell’economia, prevalgono meccanismi intesi a far fruttificare il denaro senza alcun investimento produttivo ma soltanto attraverso la speculazione. In tal modo, il lavoro, sempre più precario e residuale, torna ad essere una merce di scambio all’interno di relazioni sociali asimmetriche e, quindi, una merce dal lavoratore venduta sottocosto perché la concorrenza globale gli impone di accettare qualunque offerta salariale se vuole continuare a lavorare. Proprio in questa inversione di ordine fra mezzi e fini, per cui il lavoro da bene diventa “strumento” e il denaro da mezzo diventa “fine”, ha trovato un fertile terreno la spregiudicata ed amorale “economia speculativa fondata sull’indebitamento” che ha emarginato grandi masse di popolazione, privandole di un lavoro stabile e degno.
Laddove il credito dovrebbe avere una insostituibile funzione sociale, al contrario prevale un atteggiamento predatorio per fare denaro dal denaro senza alcuna considerazione sociale ed economica. Tassi d’interesse eccessivamente elevati, di fatto non sostenibili dai soggetti prenditori dei fondi, uccidono l’economia. Un tempo si parlava, in questi casi, di usura ossia di interesse inteso come una rendita iniqua senza alcun riguardo per la produzione e per la stessa possibilità di produrre. Non a caso, sono i creditori e gli speculatori a lamentarsi quando i tassi di interesse sono bassi. La parassitaria rendita finanziaria si oppone diametralmente al precetto evangelico del “prestate senza sperarne nulla” (Lc.6,34) (1). Nel corso delle vicende storiche la Chiesa ha cercato di rendere praticabile questo precetto anche a chi, ossia ai più, non è in grado di esercitarlo in modo eroico, ovvero su un piano di santità avanzata. Non si è trattato di un compromesso ma di un adattamento alla quotidiana realtà umana contrassegnata da tutti i limiti di una natura ferita dal peccato. Così facendo, però, la Chiesa ha dato le norme e posto le condizioni cristiane per una prassi creditizia eticamente ispirata all’esigenza di santità richiesta da Cristo. Ed è per questo che, in un mondo in trasformazione, come quello tra XV e XVI secolo, nel quale ritornava prepotentemente la pratica usuraica del prestito ad interesse, Essa ha approvato l’invenzione francescana dei Monti di Pietà, i quali facevano prestiti ad interesse ma con tassi estremamente bassi e certamente sostenibili per il debitore. In tal modo, secondo modalità possibili anche a chi viveva nel mondo, non nel chiostro, ma voleva comunque aprire il cuore all’Amore di Cristo, si realizzava quanto chiesto dal precetto evangelico ossia “fare del bene al prossimo”, perché il prestito, anche se condizionato da un ricevere indietro con modesta maggiorazione a copertura delle spese sostenute dai Monti, mentre sosteneva l’economia reale non consentiva il formarsi di una rendita speculativa e parassitaria. Questo principio contrassegnò successivamente la finanza cattolica anche nel XIX secolo quando, nel quadro del Cattolicesimo sociale del tempo ed in polemica con la modernità liberale, i cattolici inventarono la casse mutue e le banche popolari, per sostenere la piccola industria tutelandola dalla speculazione aggressiva delle grandi banche d’affari. Nonostante questi tentativi cristiani di contenere la übris dell’avidità finanziaria, mano a mano che avanzava la secolarizzazione, e quindi l’ostilità dell’economia verso l’etica – una ostilità proclamata dalla rivoluzione liberale – l’attività finanziaria, persa la sua originaria e primaria vocazione di servizio all’economia reale, è diventata un meccanismo con lo scopo, non di favorire la creazione e la circolazione delle risorse, per fini sociali, ma di indebitare la comunità per finalità puramente speculative.

«Un fenomeno inaccettabile sotto il profilo etico …é l’avvalersi di un’asimmetria a proprio vantaggio per generare notevoli profitti a danno di altri; è lucrare sfruttando la propria posizione dominante con ingiusto svantaggio altrui o arricchirsi generando nocumento o turbative al benessere collettivo. Tale prassi risulta particolarmente deplorevole dal punto di vista morale, quando il mero intento di guadagno da parte di pochi – magari di importanti fondi di investimento – mediante l’azzardo di una speculazione volta a provocare artificiosi ribassi dei prezzi di titoli del debito pubblico, non si cura di influenzare negativamente o di aggravare la situazione economica di interi Paesi, mettendo a repentaglio non solo progetti pubblici di risanamento ma la stessa stabilità economica di milioni di famiglie, costringendo nel contempo le autorità governative ad intervenire con ingenti quantità di denaro pubblico, e giungendo perfino a determinare artificiosamente il corretto funzionamento dei sistemi politici. (…). L’intento speculativo … sta usurando l’immenso patrimonio di valori che fonda la nostra società civile come luogo di pacifica convivenza, (…). In questo contesto, parole quali “efficienza”, “competizione”, “leadership”, “merito”, tendono ad occupare tutto lo spazio della nostra cultura civile, assumendo un significato che finisce per impoverire la qualità degli scambi, ridotta a meri coefficienti numerici» (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones).

Quando la Chiesa parlava ancora con un linguaggio sapienziale e metafisico, non solo etico, coglieva, trattando di “questioni economiche e pecuniarie”, con maggior incisività le radici spirituali dei mali sociali ossia le “seduzioni economiche di Faust”. Un grande Papa della prima metà del XX secolo, nella sua più importante enciclica in tema, mostrava preoccupazione per la sorte ultima degli uomini in un mondo tutto travolto dall’ansia speculativa mossa da avidità e cupidigia.

«… si può dire senza temerità – scriveva Pio XI nella “Quadragesimo Anno”, nn. 130-132 – essere tale oggi l’andamento della vita sociale ed economica, che un numero grandissimo di persone trova le difficoltà più gravi nell’attendere a quell’uno necessario all’opera capitale fra tutte, quella della propria salute eterna (…). Che cosa gioverebbe infatti che gli uomini con più saggio uso delle ricchezze si rendessero più capaci di fare acquisto anche di tutto il mondo, se poi ne ricevessero danno per l’anima? (cfr. Mat 15,26). Che cosa gioverebbe insegnar loro sicuri princìpi intorno alla economia, se poi si lasciano trascinare dalla sfrenata cupidigia e dal gretto amore proprio (…). Questa defezione della vita sociale ed economica … ha … la (sua) … radice e la (sua) … fonte negli affetti disordinati dell’anima, triste conseguenza del peccato originale che ha distrutto l’equilibrio meraviglioso delle facoltà umane; sicché l’uomo facilmente trascinato da perverse cupidigie, viene fortemente spinto ad anteporre i beni caduchi di questo mondo a quelli imperituri del Cielo. Di qui una sete insaziabile di ricchezze e di beni temporali che, se in ogni tempo fu solita a spingere gli uomini a trasgredire le leggi di Dio e calpestare i diritti del prossimo, oggi col moderno ordinamento economico, offre alla fragilità umana incentivi assai più numerosi. E poiché l’instabilità della vita economica e specialmente del suo organismo, richiede uno sforzo sommo e continuo di quanti vi si applicano, alcuni vi hanno indurito la coscienza a tal segno che si danno a credere lecito l’aumentare i guadagni in qualsiasi modo e difendere poi con ogni mezzo dalle repentine vicende della fortuna le ricchezze accumulate con tanti sforzi. I facili guadagni, che l’anarchia del mercato apre a tutti, allettano moltissimi allo scambio e alla vendita, e costoro unicamente agognando di fare guadagni pronti e con minima fatica, con la sfrenata speculazione fanno salire e abbassare i prezzi secondo il capriccio e l’avidità loro, con tanta frequenza, che mandano fallite tutte le sagge previsioni dei produttori. Le disposizioni giuridiche poi, ordinate a favorire la cooperazione dei capitali, mentre dividono la responsabilità e restringono il rischio del negoziare, hanno dato ansia alla più biasimevole licenza; giacché vediamo che, scemato l’obbligo di dare i conti, viene attenuato il senso di responsabilità nelle anime, e sotto la coperta difesa di una società che chiamano anonima, si commettono le peggiori ingiustizie e frodi, e i dirigenti di queste associazioni economiche, dimentichi dei loro impegni, tradiscono non rare volte i diritti di quelli di cui avevano preso ad amministrare i risparmi. Né per ultimo si può omettere di condannare quegli ingannatori che, non curandosi di soddisfare alle oneste esigenze di chi si vale dell’opera loro, non si peritano invece di aizzare le cupidigie umane, per venirle poi sfruttando a proprio guadagno. Questi così gravi inconvenienti non potevano essere emendati, o piuttosto prevenuti, se non da una severa disciplina morale, rigidamente mantenuta dall’autorità sociale. Ma questa purtroppo mancò. Infatti, avendo il nuovo ordinamento economico cominciato appunto quando le massime del razionalismo erano penetrate in molti e vi avevano messo radici, ne nacque in breve una scienza economica separata dalla legge morale; e per conseguenza alle passioni umane si lasciò libero il freno. Quindi avvenne che in molto maggior numero di prima furono quelli che non si diedero più pensiero di altro che di accrescere ad ogni costo la loro fortuna, e cercando sopra tutte le cose e in tutto i loro propri interessi, non si fecero coscienza neppure dei più gravi delitti contro gli altri. I primi poi che si misero per questa via larga, che conduce alla perdizione (cfr. Mat 7,13), trovarono molti imitatori della loro iniquità sia per l’esempio della loro appariscente riuscita, sia per il fasto insolito delle loro ricchezze, sia per il deridere che fecero, quasi vittima di scrupoli insulsi, la coscienza altrui, sia infine schiacciando i loro competitori più timorosi. Così, traviando dal retto sentiero i dirigenti della economia, fu naturale che anche il volgo degli operai venisse precipitando nello stesso abisso, e ciò tanto più che molti sovraintendenti delle officine sfruttavano i loro operai, come semplici macchine, senza curarsi delle loro anime, anzi neppure pensando ai loro interessi superiori».

Ritorna, dunque, il problema del principio stesso sul quale opera l’economia di mercato ossia la concorrenza esito dell’individualismo. Adeguate politiche economico-finanziarie intese ad assicurare la presenza sul mercato soltanto di una pluralità di soggetti e strumenti sani, con continua azione di repressione delle tendenze speculatrici, non può tuttavia basarsi sul concetto di concorrenza quanto piuttosto su quello di cooperazione. Va tenuto conto che, prima del deficit ontologico che ha colpito la natura umana, la costituzione antropologica voluta dal Creatore era fondata sulla seconda mentre la prima, di cui la guerra è la manifestazione più radicale, è l’esito della ferita intervenuta per opera auto-costruttrice dell’uomo in atteggiamento di rifiuto dell’Amore dall’Alto. E, appunto come la guerra, la concorrenza è oggi un male inevitabile che tuttavia deve essere politicamente regolata mediante un’azione normativa di contenimento che senza favorire la formazione di monopoli o oligopoli combatta, tuttavia, l’individualismo mediante politiche intese a distribuire la ricchezza alla cui produzione tutti cooperano. Se nell’antica Cristianità la concorrenza era combattuta mediante i vincoli corporativi e comunitari, con il rischio della formazione di monopoli che però erano una sorta di condivisione sociale tra tutti i corporati, oggi gli ordoliberisti – alcuni in nome della teologia di matrice cattolica (ma si sbagliano!) – assegnano allo Stato, senza porsi problemi sull’essenza distruttiva dell’individualismo, l’esclusivo compito di tutelare, non contenere, il meccanismo della concorrenza al fine di evitare il formarsi dei monopoli. Se, tuttavia, per l’iconicità della sua natura l’uomo, essere relazionale, risponde alla propria vocazione originaria dando vita a forme sociali comunitarie, non meccanicistiche e concorrenziali, vuol dire che erano gli antichi cristiani, non gli ordoliberali compresi quelli che si professano cattolici, ad essere più vicini alla Verità di Dio sull’uomo e la sua dimensione politica. Verità che è l’organicismo. Il limite ed il problema del mondo pre-moderno, ossia la stratificazione cetuale e castale ed il formarsi di monopoli di gruppo, erano l’effetto del deficit ontologico umano, non del suo originario carattere sociale, sicché ogni sforzo oggi inteso a ricercare vie per una ristrutturazione comunitaria della vita associata deve significare combattere l’individualismo anche nella sua sempre possibile veste di individualismo di gruppo. Lo Stato, affinché sia effettivamente organico, ossia caratterizzato dal superamento della dicotomia contrattualista individuo-collettivo, per tornare alla concezione medioevale della “communitas”, deve inserire in sé, senza sopprimerli, ossia mantenendosi da essi distinto, coordinare e tutelare i corpi intermedi che tuttavia accettano di essere “aperti”, non chiusi, non arroccati in difesa del proprio particolare né escludenti verso nuovi potenziali appartenenti al gruppo parziale o portatori di novità tecniche.

Come, nel corso della sua esperienza storica, l’uomo ha imparato a gestire la vis bellica, attraverso sistemi etici e giuridici di delimitazione e controllo della forza distruttiva della guerra, senza la pretesa – utopica nell’attuale condizione post adamica – di eliminarla, così egli deve ingegnarsi ad escogitare strumenti politici ed economici per delimitare e contenere la concorrenza, non favorirla, senza la pretesa – anche questa utopica fino a che perdura l’attuale condizione ontologica umana – di sopprimerla del tutto.
Solo nella misura in cui l’uomo riconosce la fondamentale solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini, in particolare ai connazionali, i beni di cui dispone saranno da lui utilizzati non solo per i propri bisogni ma anche per gli altri. Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Cristo ha voluto indicarci che la condivisione non è solo divisione ma anche, appunto, moltiplicazione dei beni necessari, creazione di nuovi beni di utilità comune. L’economia è sana se è votata alla creazione di quei nuovi beni che rendono umana la vita sociale, non dunque l’accrescimento di inutili e lussuosi “orpelli”. Il fine dell’economia deve essere la produzione delle basi materiali affinché gli uomini possano, poi, guardare, senza eccessive preoccupazioni primarie, al Sommo Eterno Bene. L’unico con la maiuscola. Ma – e qui sta il punto! – la finanza, se non controllata, è di per sé portata all’espansione illimitata ed in qualsiasi forma, anche le più rischiose, del debito con la conseguenza per la quale i produttori indebitati sono costretti, per far fronte all’indebitamento, a produrre senza sosta onde ripagare il debito. Una finanza libera, e non controllata né orientata dallo Stato verso una direzione sociale, non serve l’economia reale ma, al contrario, la subordina parassitariamente, creando denaro ex nihilo non per scopi benefici ma allo scopo di trarre profitti senza giustificazione etica o al di là di quanto l’etica legittima il profitto dovuto ad un sano servizio di supporto finanziario.
È del tutto ingenua la fiducia in una supposta autosufficienza allocativa dei mercati. D’altro canto l’esperienza indica che il mercato, di per sé, è refrattario a soggiacere a vincoli etici che siano tradotti in un impianto normativo adeguato a tutela in particolare dei soggetti più vulnerabili.

La dimensione sovra-nazionale assunta dal sistema economico odierno purtroppo consente al capitale finanziario di aggirare facilmente la regolamentazione in vigore nei singoli Stati, che pertanto sono costretti a smantellare quelle normative che in precedenza, nel corso del XX secolo, erano state messe a regime per ostacolare il potere autoreferenziale della finanza. L’assoluta volatilità e mobilità dei capitali finanziari consente agli speculatori di agire oltrepassando ogni norma in vista del cieco conseguimento di un profitto immediato, anche attraverso pressioni e ricatti, in forza del suo potere, sui governi di turno.

Data l’attuale estensione globale del sistema finanziario, forse solo un coordinamento stabile, chiaro ed efficace, tra le varie autorità nazionali potrebbe porre argini all’egemonia incontrollata della finanza. Qui però subentra l’equivoco cui abboccano coloro che auspicano un Governo Planetario ossia l’ingannevole concentrazione mondiale del potere politico contro il potere finanziario altrettanto mondiale. La coordinazione anti-speculativa non può essere che quella tra Stati sovrani. E’ necessario elaborare un sistema internazionale, non transnazionale, di regole uniformi da tutti osservate, creando, in qualche modo, una sorta di “jus publicum” inter-statuale inteso a stabilizzare le tempeste speculative e prevenire le derive finanziarie, analogo allo “jus publicum europaeum” che nel secolo XVII realizzò le condizioni per stabilizzare la pace tra le potenze del Vecchio Continente prevenendo e riducendo i conflitti bellici. Ma, a questo scopo, per prima cosa bisogna spezzare la monoliticità globale della finanza riportandone lo spazio di azione prevalentemente all’interno dei singoli Stati ossia riterritorializzando i capitali, ponendo limiti e controlli sui loro movimenti.

L’asimmetria del potere gioca sempre a favore dei soggetti economici più forti. Su questa asimmetria si fonda il potere della finanzia apolide per influenzare unilateralmente sia i mercati nazionali sia i governi. Dove è stata praticata la massiva deregulation si sono formati vuoti normativi ed istituzionali che hanno incentivato e favorito da un lato l’azzardo morale e la malversazione e dall’altro l’esuberante irrazionalità intrinseca dei mercati, alla quale sempre seguono la formazione prima di bolle speculative e, poi, subitanei, di rovinosi crolli e di distruttive crisi sistemiche. Per questo il documento in esame ripropone, saggiamente, la necessità del ripristino di una chiara separazione tra attività di gestione del credito ordinario e del risparmio ed attività di mero business. Il modello della “banca universale” si è dimostrato, per due volte, nel corso dell’ultimo secolo, una iattura epocale da evitare ad ogni costo, anche reprimendo penalmente gli speculatori. Si chiede che il risparmio popolare, in particolare quello familiare, torni ad essere considerato un bene pubblico da tutelare contro la speculazione e da indirizzare verso una ottimizzazione esente dal rischio e soprattutto di sostegno a finalità sociali, ossia verso la spesa statale o privata di investimento per creare nuova ricchezza diffusa. Ma questo è possibile soltanto se il settore finanziario nel suo complesso viene sottoposto ad un processo di pubblicizzazione o a un forte controllo pubblico. Il risparmio popolare non deve essere impiegato per fini speculativi. A nostro giudizio sarebbe meglio che fosse penalmente sanzionata qualsiasi forma di finanza speculativa. Tuttavia il documento in questione, secondo quel modo fin troppo “conciliante” e liberale di procedere, al quale abbiamo fatto cenno, lascia aperta la possibilità che laddove i risparmiatori volessero giocare d’azzardo, offrendo il proprio risparmio per scopi speculativi – cosa che, però, aggiungiamo da parte nostra, l’Autorità politica, se non vuole del tutto vietare le prassi speculative, dovrebbe comunque, in tali casi, scoraggiare con ogni mezzo, anche mediante una pressione propagandista intesa a bollare socialmente tali pratiche – è fondamentale che essi siano posti nelle condizioni di conoscere in completa trasparenza il grado di rischio dei prodotti finanziari sottoscritti.

Nell’elencazione dei comportamenti degli operatori finanziari che il documento ecclesiale indica come scorretti – e che a nostro giudizio dovrebbero essere vietati ex lege senza troppe pruderie liberali – è ricompreso l’usuale, ed oggi molto diffuso nel mondo finanziario liberalizzato, atteggiamento ricattatorio da parte delle banche inteso a subordinare l’apertura di una linea di credito alla sottoscrizione di prodotti finanziari ad altissimo rischio speculativo emessi dalla banca prestatrice del finanziamento.
L’assolutizzazione del profitto, in particolare di quello finanziario, indipendentemente da ogni sostenibilità sociale del medesimo stesso, cozza – ci ricorda il documento – contro la realtà organica dell’impresa, anche di quelle di credito, e contro il contesto sociale nel quale l’impresa stessa opera e si muove. Intorno ad una impresa si costituisce una rete di relazioni sociali. L’impresa stessa è al suo interno una rete di relazioni umane. Se, in nome del perseguimento di un miope immediato profitto particolaristico, viene dimenticato il contesto organico, nel quale ogni impresa è chiamata ad agire, nel lungo periodo si preparano le basi del conflitto sociale e politico ma anche quelle del fallimento di quell’impresa che nel medio-breve periodo ha aumentato la sua reddittività senza scrupoli etico-sociali.

Il fatto che in una economia liberista, “a-vincolista”, il profitto ad ogni costo è posto al vertice della stessa cultura di impresa, senza alcuna considerazione del più generale ed organico bene comune, sicché l’istanza etica viene percepita come estrinseca e giustapposta all’azione imprenditoriale, spiega perché mai la logica organizzativa radicalmente utilitarista esclude dal contesto produttivo, mediante penalizzazioni retributive e professionali, coloro che al contrario sono coscienti delle folli e fragili basi di una economia così impostata, favorendo invece, in un rovesciamento dell’ordine naturale come pensato da Dio, l’avanzamento ai vertici aziendali di soggetti avidi e spregiudicati, la cui azione è spinta prevalentemente da un egoistico tornaconto personale.
L’anti-economicità stessa di tali perverse logiche – a dimostrazione che dove manca un approccio spirituale ed etico alla lunga viene a mancare anche l’economicità – spinge il management verso strategie volte non ad incrementare la reale e concreta salute economica, nel lungo periodo, delle aziende gestite ma soltanto i meri immediati, subitanei, profitti degli azionisti (shareholders), nel breve e sovente brevissimo periodo, danneggiando coloro che con il loro lavoro operano a vantaggio dell’impresa nonché le comunità locali che gravitano intorno ad essa (stakeholders). Accade così che il capitale finanziario prestato, sotto forma di azioni ed obbligazioni, all’impresa – che non va confuso con il capitale investito nell’impresa né tantomeno con l’imprenditore che governa direttamente, con il proprio personale impegno, l’impresa – impone, con estenuante pressione, l’immediato aumento di redditività aziendale, indipendentemente da ogni altra considerazione, ed a tale scopo offre al management ingenti remunerazioni commisurate all’aumento del valore borsistico delle azioni ed obbligazioni quando non coinvolge lo stesso management nel capitale di credito remunerandolo mediante gli stessi titoli azionario-obbligazionari rappresentanti il capitale prestato all’impresa. Da qui la tendenza del management a far salire le quotazioni di borsa dei titoli aziendali attraverso operazione meramente speculative come ad esempio facendo acquistare dall’impresa i suoi stessi titoli azionari, in modo da aumentarne la domanda e quindi il valore, indipendentemente però dall’effettivo aumento della reddittività e della produzione aziendale, ossia indipendentemente dall’andamento dell’economia reale. Quando poi questo scollamento tra economia finanziaria ed economia reale emerge provocando default a catena il danno resta tutto a carico dei lavoratori, che perdono il osto di lavoro, mentre il management è coperto dall’irresponsabilità penale e dalla mancanza di penalizzazioni economiche in caso di fallimento degli obiettivi aziendali. Questa logica del profitto immediato e subitaneo, introdotta dalla finanziarizzazione dell’economia resa possibile dalla globalizzazione, una logica del “prendi i soldi e scappa via”, se nel breve periodo assicura grandi guadagni ai manager ed agli azionisti, finisce poi per esporre le imprese a rischi eccessivi e per lasciarle debilitate, indebitate e depauperate delle energie economiche che, invece, avrebbero assicurato una logica produttivista del lungo periodo, con adeguati piani strategici di sviluppo reale per il futuro. L’immorale logica della finanziarizzazione spinge persino a non esitare nel commettere reati quando i vantaggi così ottenuti eccedono le possibili sanzioni, rendendo sempre più indistinguibile il confine tra attività economica e delinquenza organizzata.
Se il mercato, per funzionare bene, ha bisogno di presupposti antropologici ed etici che da solo non è in grado di darsi né di produrre, ne deriva – il documento lascia la conclusione alquanto implicita e non chiaramente definita benché evidente in filigrana – che senza la mano pubblica la quale, a sua volta eticamente guidata, costringa la finanza a restar vincolata al suo servizio a favore dell’economia reale, la stessa naturale capacità di astrazione concettuale dell’intelligenza umana, che di per sé può essere espressione della costitutiva iconicità divina dell’uomo, ottenendo frutti benefici, o, al contrario, trasformarsi, per luciferina seduzione, in un’aspirazione al potere predatorio e faustianamente assoluto, produce deviazioni “omicide”, contro le quali le Autorità politiche hanno l’obbligo morale di difendere i loro popoli.

«Non è più possibile ignorare fenomeni quali il diffondersi nel mondo di sistemi bancari collaterali (Shadow banking system), i quali … di fatto hanno determinato una perdita di controllo sul sistema da parte di varie autorità di vigilanza nazionali e quindi, di fatto, hanno favorito in modo sconsiderato l’uso della cosiddetta finanza creativa, nella quale il motivo principale dell’investimento di risorse finanziarie è soprattutto di carattere speculativo, se non predatorio, e non un servizio all’economia reale. (…) molti convengono che l’esistenza di tali sistemi “ombra” sia una delle principali concause che hanno favorito lo sviluppo e la diffusione globale della recente crisi economico-finanziaria, iniziatasi in USA con quella dei mutui subprime nell’estate del 2007» (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones).

Si comprende pertanto l’esigenza di introdurre un sistema di certificazioni da parte dell’autorità pubblica in ordine a tutti i prodotti finanziari posti sul mercato. Un sistema che certifichi esclusivamente quei prodotti che hanno scopi di investimento sociale e finalizzati al sostegno dell’economia reale e che, in quanto tali, prevedano per gli operatori finanziari soltanto un ragionevole tasso di legittimo compenso mettendo al bando ogni esoso e spropositato profitto da speculazione improduttiva. Diventa necessario, allo scopo di tutelare i popoli, che, per la circolazione di qualsiasi strumento finanziario, venga imposto un giudizio pubblico tale da garantire i risparmiatori sulla rispondenza tra le operazioni finanziarie tecnicamente realizzabili sotto il profilo giuridico e la loro legittimità e praticabilità etico-sociale. L’introduzione di norme imperative ed inderogabili intese a dichiarare, ex lege, automaticamente, illegittimi tutti i contratti finanziari finalizzati all’aggiramento delle normative anti-speculazione vigenti responsabilizzerebbe obtorto collo gli operatori finanziari, dato che la conseguente responsabilità patrimoniale e penale dei soggetti cui questi comportamenti fossero imputabili sarebbe un forte disincentivo per la speculazione.
Non si tratta di mostrare timore delle novità tecniche di per sé. L’intelligenza umana è iconicamente creativa anche nel campo finanziario e non da oggi. Con l’invenzione della carta moneta, ossia con la trasformazione dell’originaria lettera di cambio circolante tra operatori privati in moneta legale garantita dallo Stato, l’uomo riuscì a superare l’atavica deflazione da naturale rarità dell’oro, che era necessario alle coniazioni metalliche di moneta. Tuttavia ciò avvenne, per la prima volta, nel 1694 nell’ambito di un’operazione speculativa di affaristi privati, intesa ad indebitare tanto lo Stato quanto i suoi sudditi creando “moneta dal nulla”. Da questa operazione nacque la Banca d’Inghilterra, modello di tutte le successive banche centrali. Lo sganciamento, sempre maggiore, del titolo rappresentativo, la lettera di cambio diventata moneta legale, dalla concretezza aurea sottostante, non fu di per sé un evento nefasto, dato che rese possibile l’aumento della liquidità necessaria all’economia per crescere – del resto la forza della cartamoneta, più che nell’oro in deposito, risiedeva già agli inizi, e risiede a maggior ragione oggi che essa è inconvertibile, nella garanzia di solvibilità legale, ossia nel corso forzoso, dello Stato che sta dietro di essa, in una modalità non dissimile, d’altro canto, dalla stessa moneta aurea che non traeva la sua forza dall’oro, con la quale era coniata, bensì dal potere politico del Sovrano che la forgiava e la imponeva – ma lo divenne per gli scopi speculativi per i quali l’operazione fu attuata. L’allontanamento dei titoli fiduciari, prima monetari e dopo finanziari, da una base materiale non è automaticamente una violazione etica, come credono i “viennesi” ed i “monetaristi”, ma diventa anti-etico nella misura in cui su questo allontanamento si costruiscono castelli di carta svincolati ed indipendenti dal valore reale della produzione economica, in altri termini dall’economia reale e dal suo andamento. In sostanza bisogna che mentre sia accreditato lo strumento finanziario, di per sé utile, siano al contempo vietati o penalizzati i suoi usi ed i suoi effetti speculativi. Ed è per questo che non si può rinunciare al ruolo, non solo di cornice, dello Stato, perché solo la sorveglianza costante della mano pubblica può costringere la finanza, per quanto espansiva, a restare legata all’economia reale, senza mirare a profitti speculativi ossia senza mirare ad ottenere improduttivamente denaro da denaro. Lo Stato deve “reprimere” la finanza, anche a costo eventualmente di nazionalizzare, se occorresse, il sistema bancario, allo scopo di indurre l’“astrazione finanziaria” ad operare sempre in termini reali e realistici.

«La creazione di titoli di credito – dicono gli autori delle “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” – fortemente rischiosi – che operano di fatto una sorta di creazione fittizia di valore, senza un adeguato quality control ed una corretta valutazione del credito – può arricchire coloro che li intermediano ma crea facilmente insolvenza a danno di chi deve poi riscuoterli; ciò vale tanto più se il peso della criticità di questi titoli, dall’istituto che li emette, viene scaricato sul mercato nel quale sono spalmati e diffusi (cf. ad esempio cartolarizzazione dei mutui subprime), generando intossicazione a largo raggio e difficoltà potenzialmente sistemiche. Un simile inquinamento dei mercati contraddice la necessaria sanità del sistema economico-finanziario ed è inaccettabile dal punto di vista di un’etica rispettosa del bene comune. Ad ogni titolo di credito deve corrispondere un valore tendenzialmente reale e non solo presunto e difficilmente riscontrabile. In tal senso, si rende sempre più urgente una pubblica regolazione e valutazione super partes dell’operato delle agenzie di rating del credito, con strumenti giuridici che consentano, da una parte, di sanzionarne le azioni distorte e, dall’altra, di impedire il crearsi di situazioni di pericoloso oligopolio da parte di alcune di esse. Ciò tanto più vale in presenza di prodotti del sistema di intermediazione creditizia in cui la responsabilità del credito concesso viene scaricata dal prestatore originario su coloro che ad esso subentrano. Alcuni prodotti finanziari, fra cui i cosiddetti “derivati”, sono stati creati allo scopo di garantire un’assicurazione sui rischi inerenti a determinate operazioni, spesso contenenti anche una scommessa effettuata sulla base del valore presunto attribuito a quei rischi. Alla base di tali strumenti finanziari stanno contratti in cui le parti sono ancora in grado di valutare ragionevolmente il rischio fondamentale su cui ci si vuole assicurare. Tuttavia, per alcune tipologie di derivati (in particolare le cosiddette cartolarizzazioni o securitizations) si è assistito al fatto che a partire dalle strutture originarie, e collegate ad investimenti finanziari individuabili, venivano costruite strutture sempre più complesse (cartolarizzazioni di cartolarizzazioni), in cui è assai difficile – dopo varie di queste transazioni, quasi impossibile – stabilire in modo ragionevole ed equo il loro valore fondamentale. Ciò significa che ogni passaggio, nella compravendita di questi titoli, al di là del volere delle parti, opera di fatto una distorsione del valore effettivo di quel rischio da cui invece lo strumento dovrebbe tutelare. Tutto questo ha quindi favorito il sorgere di bolle speculative, le quali sono state importanti concause della recente crisi finanziaria. È evidente che l’aleatorietà sopravvenuta di questi prodotti – la dissolvenza crescente della trasparenza di ciò che assicurano – che nell’operazione originaria ancora non emerge, li rende sempre meno accettabili dal punto di vista di un’etica rispettosa della verità e del bene comune, poiché li trasforma in una sorta di ordigni ad orologeria, pronti a deflagrare prima o poi la loro inattendibilità economica e ad intossicare la sanità dei mercati. Si verifica qui una carenza etica che diviene tanto più grave quanto più tali prodotti sono negoziati sui cosiddetti mercati non regolamentati (over the counter) – esposti più dei mercati regolamentati all’azzardo, quando non alla frode – e sottraggono linfa vitale ed investimenti all’economia reale».

Un sistema finanziario, come l’attuale, che sottrae ingiustamente linfa vitale all’economia reale è certo anti-etico ed anti-sociale ma, alla fine, anche anti-economico perché distrugge l’efficienza dello stesso sistema economico ingenerando crisi distruttive. Una evidente tendenza all’annichilamento del reale percorre la finanziarizzazione dell’economia. Esiste una stretta correlazione tra la violazione etica promossa dalla finanza speculativa e il fallimento del sistema economico nel suo complesso. In questo si palesa non solo il carattere parassitario ma la stessa essenza nichilista, ci sia consentito di dire “luciferina”, dell’egemonia finanziaria sull’economia reale. Il caso dei contratti, in apparenza, assicurativi contro il fallimento altrui, i cosiddetti “CDS”, e quello delle ricorrenti manipolazioni indotte dei tassi di interesse dei prestiti interbancari, che si ripercuotono fraudolentemente sugli interessi praticati ai mutuatari, sono in tal senso estremamente rivelatori

«Simile valutazione etica – continuano le “Oeconomicae et pecuniariae quaestiones” – può essere effettuata anche nei confronti di quegli utilizzi dei credit default swap (CDS: i quali sono particolari contratti assicurativi del rischio da fallimento) che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte anche a chi non ha già assunto in precedenza un rischio di credito, e addirittura di reiterare tali operazioni sul medesimo evento, la qual cosa non è assolutamente consentita dai normali patti di assicurazione. Il mercato dei CDS, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero PIL mondiale. Il diffondersi senza adeguati limiti di tale tipo di contratti, ha favorito il crescere di una finanza dell’azzardo e della scommessa sul fallimento altrui, che rappresenta una fattispecie inaccettabile dal punto di vista etico. Infatti l’operatività in acquisto di tali strumenti, da parte di chi non ha alcun rischio di credito già in essere, costituisce un singolare caso in cui dei soggetti iniziano a nutrire interesse per la rovina di altre entità economiche, e possono addirittura indursi ad operare in tal senso. È evidente che tale possibilità, se da una parte configura un evento particolarmente riprovevole sotto il profilo morale, poiché chi agisce lo fa in vista di una sorta di cannibalismo economico, dall’altra finisce per minare quella necessaria fiducia di base senza cui il circuito economico finirebbe per bloccarsi. Anche in questo caso, possiamo rilevare come un evento negativo dal punto di vista etico, diviene nocivo anche per la sana funzionalità del sistema economico. È quindi da rimarcare che, quando da simili scommesse possono derivare ingenti danni per interi Paesi e milioni di famiglie, si è di fronte ad azioni estremamente immorali ed appare quindi opportuno estendere i divieti, già presenti in alcuni Paesi, per tale tipologia di operatività, sanzionando con la massima severità tali infrazioni. In un punto nevralgico del dinamismo che regola i mercati finanziari stanno sia il livello (fixing) del tasso d’interesse relativo ai prestiti interbancari (LIBOR), la cui quantificazione funge da tasso d’interesse guida nel mercato monetario, sia i tassi di cambio ufficiali delle diverse valute praticati dalle banche. Si tratta di parametri importanti che hanno ricadute rilevanti sull’intero sistema economico-finanziario, poiché influiscono su ingenti trasferimenti quotidiani di denaro tra parti che sottoscrivono contratti basati proprio sulla misura di tali tassi. La manipolazione della misura di questi tassi costituisce perciò un caso di grave violazione etica, con conseguenze ad ampio raggio. Il fatto che ciò sia potuto accadere impunemente per diversi anni mostra quanto sia fragile ed esposto alle frodi un sistema finanziario non sufficientemente controllato da regole e sprovvisto di sanzioni proporzionate alle violazioni in cui incorrono i suoi attori. In questo ambito, la costituzione di veri e propri “cartelli” di connivenza fra quei soggetti che invece erano preposti al corretto fixing del livello di quei tassi costituisce un caso di associazione a delinquere particolarmente nocivo per il bene comune, che infligge una pericolosa ferita alla sanità del sistema economico, da punire con pene adeguate e tali da scoraggiarne la reiterazione».

L’asse portante della Misericordia Divina per l’uomo è, come dice la preghiera sacerdotale insegnataci da Cristo, la remissione dei peccati ossia dei debiti contratti dall’uomo verso l’Amore di Dio – “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” – giacché, nella stessa lingua ebraica, la parola usata per “peccato” si traduce anche come “debito”. La connessione tra il deficit spirituale e quello economico è sempre stata forte in tutte le culture antiche, e non per sovrastruttura del primo nei confronti del secondo ma casomai al contrario ovvero per riflesso dello spirituale nel sociale. Nell’Europa di questi anni abbiamo assistito ad un evento dal quale, in futuro, sgorgheranno atroci vendette inter-nazionali che porteranno alla deflagrazione dell’Unione Europea, molto probabilmente già iniziata con la Brexit inglese. La Germania ordoliberale, con rigore e durezza luterana, ha chiesto e, data la sua forza politica ed economica, ottenuto la non remissione del debito greco con il conseguente intervento della Troika (FMI; BCE e Commissione Europea) i cui funzionari, quale condizione di ulteriori esosi prestiti ad Atene, hanno commissariato il governo ellenico ed imposto politiche di austerità – con tagli alla spesa pubblica, riduzione al minimo della spesa sociale, smantellamento del welfare, chiusura di scuole ed ospedali, licenziamento del personale pubblico – che hanno provocato il collasso dell’economia greca e la morte, per fame e malattia, di non meno di 700 bambini ellenici. Nella cultura tedesca non esiste alcuna misericordiosa remissione del debito a causa del retaggio protestante dalla quale essa è stata storicamente formata. La visione che Lutero aveva di Dio era quella di un dispotico tiranno che, nella irrimediabile corruzione ontologica dell’uomo, sceglie a suo irrazionale piacimento chi deve essere destinato alla salvezza, pur senza emendamento interiore dal peccato che resta, e chi invece, anche se prodigo di buone opere, deve essere dannato. Se il peccato è debito, il debitore è un irredimibile peccatore e nulla può valere a cancellare il debito, che quindi deve essere pagato tutto e con tutti gli interessi, come incancellabile è il peccato che nemmeno Dio, all’atto di salvare, cancella ma soltanto copre con la grazia, la quale però agisce al modo di un velo sotto cui viene nascosta, non eliminata, l’immondizia del peccato.
Una concezione del genere, traslata ai rapporti economici tra gli Stati e tra Stato e mercato, porta inevitabilmente allo spolpamento speculativo dei popoli, come è avvenuto nel caso greco, nel quale oltretutto originariamente non si trattava di debito pubblico ma di debito privato generato dai prestiti facili che le banche franco-tedesche hanno allegramente fatto ai consumatori euro-mediterranei, senza alcun rischio di cambio grazie alla moneta unica, per sostenere la produzione industriale di Parigi e Berlino, economie mercantilisticamente costruite, in particolare la seconda, non per la domanda interna ma per le esportazioni.

«… all’origine (del) …debito (pubblico) vi (sono) … sovente dei passivi economici generati da soggetti privati e poi scaricati sulle spalle del sistema pubblico. Fra l’altro, è noto che importanti soggetti economici tendono a perseguire stabilmente, spesso con la connivenza dei politici, una prassi di socializzazione delle perdite. (…). Tale debito, vale a dire l’insieme delle passività finanziarie che pesa sugli Stati, rappresenta oggi uno dei maggiori ostacoli al buon funzionamento ed alla crescita delle varie economie nazionali. Numerose economie nazionali sono infatti appesantite dal dover far fronte al pagamento degli interessi che provengono da quel debito (…). Di fronte a tutto ciò, (…) a livello internazionale, pur mettendo ogni Paese di fronte alle sue ineludibili responsabilità, occorre anche consentire e favorire delle ragionevoli vie d’uscita dalle spirali del debito, non mettendo sulle spalle degli Stati – e quindi sulle spalle dei loro concittadini, vale a dire di milioni di famiglie – degli oneri che di fatto risultano insostenibili. Ciò anche mediante politiche di ragionevole e concordata riduzione del debito pubblico, specie quando questo è detenuto da soggetti di tale consistenza economica da essere in grado di offrirla. Simili soluzioni sono richieste sia dalla sanità del sistema economico internazionale, al fine di evitare il contagio di crisi potenzialmente sistemiche, sia dal perseguimento del bene comune dei popoli nel loro insieme» (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones).

Resta evidente in conclusione che la finanziarizzazione dell’economia è stato un processo di sovversione innanzitutto spirituale le cui radici certo non affondano né nel presente né nel passato prossimo ma in quello remoto, anzi remotissimo. Tuttavia se fino a ieri qualcosa tratteneva il potere maligno della finanza deviata – che sebbene agisse anche in passato era tuttavia contenuta da forze opposte; i banchieri medioevali dovevano ingegnarsi per aggirare il divieto del prestito ad interesse sicché non avevano completa mano libera – attualmente quel potere è stato liberato dalle sue catene, è diventato egemone su scala globale ed ha marchiato con il suo “segno” tutti i popoli.
Papa Leone XIII, nel 1884 dopo una Santa messa ebbe una visione nella quale Satana era liberato dalle sue catene e scatenava sulla Chiesa e sul mondo intero il suo esercito maligno fino a dominare l’Orbe e quasi anche l’Urbe, ossia la Sede petrina. Per questo egli istituì la preghiera “Sancte Michael Archangele defende nos in proelio”, che è stato recitata alla fine della Messa fino alla riforma liturgica del Vaticano II, per invocare la protezione del Principe delle Milizie Celesti, chiedendo a lui che ricacciasse Lucifero nell’inferno dal quale era stato liberato. Qualcosa ci dice che nei nostri anni, nei quali la profetica visione del Papa della “Rerum Novarum” sta assumendo i contorni della realtà quotidiana, una delle forme più virulente, se non la più virulenta, della liberazione di Satana è stata la finanziarizzazione dell’economia.

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