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RIFLESSIONI SULL’ITALIA. Di Francesco Mario Agnoli.

   Il nostro paese non è in Europa quello con il maggior numero di residenti cinesi. Tanto meno quello con più intensi rapporti economici e culturali con la Repubblica Popolare  cinese. Tuttavia è il primo per quanto riguarda la diffusione del Coronavirus e il numero dei decessi.  In realtà non era cominciata così.  Il 30 gennaio il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva invitato gli italiani a stare “sereni e tranquilli”, perché il governo stava affrontando il problema “con la massima responsabilità” grazie ad “una linea di misure cautelative che è la più efficace, attualmente, sicuramente in Europa e addirittura forse a livello internazionale”. In effetti, in quel momento, mentre qualche caso si era verificato in Francia e in Germania, da noi  i colpiti dal virus si riducevano a  due coniugi cinesi in giro turistico e  un italiano proveniente da Wuhan, la città dove – pare- tutto è cominciato.  Non abbiamo però tardato  a risalire la classifica  fino a conseguire il primato.

   Come d’abitudine. Soprattutto quando si tratta di materie e di settori nei quali l’incidenza dei fenomeni viene calcolata non con le variabili spanne  dell’immaginazione,  ma con i freddi numeri delle statistiche.  In presenza  di accertamenti “sicuri” non vi è classifica negativa nella quale l’Italia non occupi il primo posto o comunque una posizione di assoluto prestigio. Si tratti di  debito pubblico, di smaltimento dei rifiuti, di indice di natalità, di giustizia, di produzione industriale,  di burocrazia, di corruzione,  di produttività e costo del lavoro,  di criminalità organizzata, di fisco, di sistema bancario. Adesso, di fronte all’emergenza,  anche  di sanità, che pure veniva vantata come “un’eccellenza” del nostro paese.

    Di questi primati di solito si preferisce non parlare. Alle volte li si contesta con pretestuose argomentazioni (nel caso del Coronavirus si è arrivati a sostenere che il maggior numero dei contagiati dipenderebbe  dalla grande quantità di accertamenti   effettuati in Italia rispetto a quelli fatti – ad esempio – in Francia, trascurando il modesto particolare che  lì non si sono avuti morti da virus). Alla peggio, si prende atto dei risultati statistici relativi ad ogni singolo settore, ma si evita  di riunirli  in uno sguardo d’insieme in vista di una valutazione complessiva, che renderebbe inevitabili le scomode domande del perché e del percome.

    In realtà, a volere prestare fede alla narrazione  corrente del governo e dei mass-media ufficiali, non mancherebbero  settori  nei quali l’Italia sarebbe detentrice di primati ritenuti positivi.  Anche se non del tutto dimenticato, un po’ fuori moda, per effetto di alcune risonanze  mussoliniane e populistiche, quello del paese di  eroi, santi poeti e navigatori,  le  attuali “eccellenze” riguarderebbero l’antifascismo, l’antirazzismo, il politicamente corretto,   l’accoglienza.   Qualunque cosa se ne pensi, tutti campi nei quali la difficoltà dei riscontri matematici lascia spazio alle fantasie della retorica con l’unica eccezione dell’accoglienza, una materia  che invece  consente alla statistica di lavorare su dati precisi.

   Anche in questo caso però  l’esito positivo (per dir meglio, ritenuto tale  dalla classe politica di governo e  dal Vaticano, essendo del tutto  opposto il parere dei partiti di opposizione e di buona parte dell’opinione pubblica) rimane tale  solo finché si opera sui dati grezzi  del numero degli immigrati  ammessi all’ingresso in Italia. Si ribalta invece per tutti  nel solito primato negativo non appena l’indagine statistica si raffina e passa a  misurare il fenomeno dell’integrazione  lavorativa e sociale degli immigrati, individuando e conteggiando, per dirla col giornalista Toni Capuozzo,   “chi dorme all’aperto o raccoglie pomodori da schiavo”.

  Quanto al Coronavirus (adesso, scientificamente Covid 19), è indubbio che la gestione dell’emergenza da parte del governo e del servizio sanitario  nazionale non è stata  all’altezza del compito e presenta falle ed errori tipici   di chi, sapendosi considerato (e in realtà temendo di essere) l’ultimo della classe, ha sperato di cogliere l’occasione per riabilitarsi e finalmente emergere.  E’ difatti  certo che una delle cause dell’ingresso e dell’espansione del virus in Italia sta nella decisione del governo di non adeguarsi, al contrario di quanto hanno fatto gli altri paesi europei, alla raccomandazione dell’OMS di sottoporre a controllo e quarantena chiunque arrivasse dalla Cina a favore della decisione, solo in apparenza più dura, di bloccare tutti i voli provenienti da quel paese (una scelta da alcuni attribuita  anche a ragioni ideologiche, connesse ai discutibili primati “positivi” di cui  sopra).

    In ogni caso, dovunque vadano individuate le cause di questo ulteriore fallimento, è inevitabile chiedersi come mai accada che in ogni campo e in ogni circostanza l’Italia risulti costantemente  l’anello debole, il vagone di coda, il paese  che più di ogni altro ha  necessità del soccorso di vicini a loro volta sempre più tentati, a seconda dei casi, o di isolarlo o di approfittare a proprio vantaggio della sua debolezza.

   Difficile  continuare ad appellarsi all’antica giustificazione del “destino cinico e baro”. Ma difficile anche scaricare  la responsabilità sempre e soltanto  sull’inadeguatezza e l’incompetenza  del governo e della classe politica. Quanto meno in democrazia ogni paese ha il governo che si merita.

    Si tratta di percorsi difficili, di riflessioni amare, ma risulta  inevitabile chiedersi se il difetto non stia nel manico: nelle caratteristiche culturali e nel modo di essere cittadini  del popolo italiano quale l’hanno formato secoli di storia, caratterizzati da avvenimenti quasi mai felici.

Francesco Mario Agnoli

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