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LA FASE 2: RIPENSARE LA SCELTA DELLA SVEZIA, IL LOCKDOWN E I NUMERI DEL CONTAGIO DA COVID-19

Johan Giesecke, epidemiologo, definisce le misure di contenimento del contagio dell’epidemia da SARS CoV-2, prese in Svezia come leggere e su base volontaria. La Svezia ha scelto una via differente, decidendo di non chiudere le attività commerciali, inclusi bar e ristoranti, non meno che di mantenere aperte le scuole ed i parchi pubblici, suggerendo di praticare il distanziamento fisico e lo smart working quando possibile, semplicemente vietando ogni assembramento oltre i 50 individui. Né sono stati sospesi i diritti che la Costituzione sancisce, argomento che in Italia è giustamente sensibile quanto controverso e su cui si sono pronunciati alcuni giuristi, annunciando anche querele al Presidente del Consiglio Conte. Ma quel che in Italia è passato sotto silenzio è che le autorità scientifiche svedesi hanno affermato l’inutilità del lockdown con misure estreme sul modello cinese, sia perché a loro intendere non basato su evidenze scientifiche, sia perché evidentemente non accettabile che temporaneamente nelle democrazie. Giesecke ha continuato affermando che un lockdown protratto di oltre un anno potrebbe funzionare, ma non è chiaramente realistico, né economicamente sostenibile. Andrebbe sottolineato inoltre che il lockdown è da intendere come misura emergenziale concepita per rallentare il contagio, ove questo sia fuori controllo, non come misura per eliminare il virus. Il lockdown in Italia ha risposto anzitutto a un’emergenza delle strutture sanitarie, impreparate ad affrontare un nuovo virus così facilmente trasmissibile e con un periodo di incubazione di alcuni giorni che lo rende difficilmente tracciabile. Giesecke precisa che una volta che le misure di restrizione verranno sollevate, per quanto gradualmente, una ripresa dei numeri del contagio è inevitabile. L’epidemiologo svedese sostiene che un ulteriore errore sarebbe quello di confinare nuovamente l’intera popolazione una volta che il contagio riprendesse. Non vi è altra via per sconfiggere il virus che l’immunità di gregge, sia questa ottenuta grazie al vaccino, o naturalmente per contagio. La strategia svedese si definisce anche per aver consigliato alle persone anziane, in particolare con malattie pregresse, di isolarsi, lasciando al virus di contagiare i più giovani e sani. Una volta che questi abbiano superato l’infezione divengono lo scudo naturale per i più fragili. Era stato denunciato da più esperti come pericoloso esperimento non basato su un’evidenza scientifica, che avrebbe determinato una strage. Questa strategia di convivenza con il virus è stata recentemente plaudita, dopo le iniziali critiche, anche dal OMS che l’ha delineata come modello plausibile da seguire nelle democrazie. Le comparazioni che si fanno con le confinanti Danimarca e Norvegia sono troppo premature, Giesecke sostiene che alla fine, tra un anno, i numeri saranno simili con la differenza che la Svezia non ha mai messo a repentaglio il tessuto sociale e l’economia. In Svezia per altro si ammette la critica di non essere stati in grado di evitare la sovraesposizione delle Case di Riposo, dove sono state mietute molte vittime, non differentemente da quanto accaduto in Italia, UK, Francia, Canada o USA. In Italia dal comitato scientifico nazionale è stato sostenuto che ancora non sarebbe possibile affermare che le persone una volte guarite sviluppino l’immunità al covid-19. A parte il buon senso che farebbe propendere per la tesi che se una persona ha sconfitto l’infezione una volta, e talvolta avendo sintomi talmente lievi quasi da non accorgersene, non c’è motivo di pensare che non possa farlo una seconda, è altresì legittimo domandarsi se un vaccino possa essere l’arma risolutiva. Un vaccino per definizione sollecita una risposta immunitaria che crea anticorpi, e gli anticorpi sono già stati trovati e usati per la cura degli ammalati con trasfusioni da soggetti guariti. In USA ad esempio viene valutata come una delle terapie più efficaci, oltre all’utilizzo del Remdesevir, il farmaco contro l’Ebola. In Italia, al punto in cui siamo, vige la necessità di quanti più possibili tamponi ed esami sierologici per trovare gli anticorpi. Andrebbero, in una società ideale, fatti a tappeto, a tutti. Il Nobel per l’Economia Paul Romer si è speso più volte in questo senso per sensibilizzare i politici americani, ammettendo che i costi organizzativi di una tale impresa siano assolutamente alla portata in uno Stato moderno. In Italia è stato annunciato per gli esami sierologici un campionamento casuale di 150 mila persone, sicuramente insufficiente, tanto più se non fatto almeno su base provinciale e non comprendente tutte le fasce d’età. La realtà è che, come per altro insistentemente suggerito dalle linee guida del OMS, i test andrebbero fatti quanto più possibile, solo rendendo il nemico visibile si può approntare la giusta risposta, e in Italia il tempo per organizzarsi in tal senso non è mancato. Ad oggi, in una media pro capite, sono stati effettuati tamponi su 35 individui su 1000 della popolazione. Si è inteso che prima non se ne avevano a sufficienza, che era logico riservarli a coloro che mostravano sintomi compatibili con il covid-19 ed a quanti erano fortemente passibili di aver contratto il virus, poi che mancavano i reagenti, poi che i laboratori avevano una capacità limitata, poi che gli esami rapidi acquistati dalla Cina darebbero troppo spesso risultati inaffidabili. La reale entità del contagio da covid-19 è ad oggi sconosciuta, così che basarsi su quelli che sono i numeri ufficiali è aleatorio. Per quanto il Governo abbia deciso per la linea della prudenza, senza conoscere il reale numero degli asintomatici, di ieri e di oggi, ovvero il numero comprensivo di tutti coloro che il virus lo hanno avuto, fare scelte razionalmente ineccepibili è impossibile. Che la reale entità del contagio possa essere molto più estesa di quel che dicono i numeri ufficiali, come affermato dalle proiezioni matematiche dell’Imperial College di Londra arrivate a delineare il numero dei presunti contagi in Italia fino a quasi 7 milioni di individui, o come affermato dal Prof. Romagnini (https://larno.ilgiornale.it/2020/03/18/limmunologo-romagnani-le-persone-tra-20-e-50-anni-probabilmente-sono-positive-per-il-60-anche-se-asintomatiche/) che sospetta il contagio avvenuto nell’ordine del 60% della popolazione del Nord Italia tra i 20 e 50 anni, potrebbe non sorprendere vista la disparità della mortalità percentuale da covid-19 nelle diverse nazioni. Non va dimenticato che il Prof. Hendrick Streeck Direttore dell’Instituto di Virologia dell’Università di Bonn stima la letalità del nuovo virus allo 0,37% affermando anche che non vi è motivo di pensare che vi sia una differenza consistente altrove. Lo studioso tedesco ha notato che con l’andare del tempo il virus pare divenga sempre meno aggressivo.

Chiaramente non è quello che appare dai dati italiani. E chiaramente un conto è un virus che uccide il 3,4% della popolazione, come attestato inizialmente in Cina, un altro un virus che uccide 4 persone su 1000. Rimane un problema, ma che sicuramente deve essere affrontato con modalità differenti. Nella comprensibile aspettativa dei cittadini di avere una risposta istituzionale, il Governo ha preso decisioni che ora sembra incapace di mettere in discussione, l’impressione più di tutto è per non dover ammettere che le scelte fatte sarebbero potute essere diverse.

P.A.

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