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VECCHIE E NUOVE AMENITA’ SUL COVID.

In ordine sparso varie, più o meno nuove, amenità sulla pandemia. Il virologo dell’Università Statale di Milano Pregliasco aveva affermato a Febbraio che il Covid-19 avrebbe avuto una letalità perfino inferiore a quella dell’influenza stagionale. Gli faceva eco Burioni in un passaggio televisivo, su La7 sempre nello stesso periodo, quando sosteneva che era più probabile morire colpiti da un fulmine mentre si era all’aperto durante un temporale piuttosto che a causa del Covid, per poi ravvedersi su una posizione diametralmente opposta, notando che una severa influenza stagionale non avrebbe provocato il medesimo numero di ricoveri in terapia intensiva in un così breve lasso di tempo e che il Covid si era rivelato una malattia gravissima. Nel mentre erano 150 mila – un numero ovviamente fuori portata del sistema sanitario nazionale – secondo l’Università di Udine le terapie intensive che avrebbero potuto essere occupate durante una Fase 2 prematura e troppo rilassata. Per fortuna le mascherine e il distanziamento sociale hanno potuto evitare il dramma. In Aprile uno studio del MIT nordamericano aveva prospettato che il contagio avvenga fino a 27 piedi di distanza, 8 metri e spiccioli. Distanza impraticabile, e lo studio è stato contestato e accantonato. La prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha messo in risalto che vi è ad oggi, espressione letterale, moderata certezza che il distanziamento di almeno 1 metro, ma meglio sarebbe 2 metri, riduca la possibilità del contagio, ovviamente previo uso delle mascherine. L’epidemiologo Carl Heneghan, Direttore del Centre for Evidence of Based Medicine dell’Università di Oxford, ha per contro affermato recentemente che «non si può dire che la decisione di indossare le mascherine sia basata su un’evidenza scientifica». Il medesimo intendimento di Anders Tegnell, l’epidemiologo responsabile della controversa strategia svedese per il quale «la mortalità percentuale del covid-19 alla fine sarà nell’ordine dello 0,1- 0,5%». Quello che Tegnell chiede è di non giudicare ora, prematuramente, le scelte messe in atto dalla Svezia, ma fra almeno un anno quando lo scenario globale sarà meglio decifrabile.

L’Università di Barcellona, esaminando le acque reflue dei mesi scorsi, ha trovato tracce del virus in data 12 Marzo 2019, uno studio che deve ancora essere dibattuto, peer review. In Italia sono confermate dall’Istituto superiore di Sanità medesime tracce a Dicembre 2019 a Milano e Torino. Si è affacciata nuovamente l’ipotesi che il nuovo coronavirus sia stato latente nel corpo umano addirittura per anni e che sia stato attivato da un qualche fattore, un’ipotesi preliminare che era già apparsa mesi orsono.

Anthony Fauci, direttore dell’Istituto americano per le malattie infettive, ha dichiarato che è improbabile che il nuovo coronavirus venga mai eradicato completamente. Convivenza con il virus e contagio progressivo la via maestra all’orizzonte, quella che porta all’immunità di gregge. Eppure ancora si insiste che non è possibile dedurre che chi abbia già contratto il virus sia immune ad un ipotetico nuovo contagio. Con questa affermazione, allora, quale arma risolutiva potrebbe essere un vaccino da cui si attende una risposta immunitaria e la produzione di anticorpi? Euforico il Ministro Speranza in merito, «uccideremo il virus grazie al patto sul vaccino».

Ancora oggi assistiamo ad un allarmismo psicologico e mediatico che non valuta la differenza tra un nuovo contagiato, un nuovo malato, e un nuovo malato grave. La litania già conclamata durante il confinamento coercitivo degli scorsi mesi prosegue nel dare numeri che non vengono spiegati, a cui seguono fosche minacce, la nuova probabile ondata e la nuova chiusura, una chimerica, in quanto prima di tutto economicamente insostenibile, fase di nuovo lockdown. Ma questa volta i politici sanno bene o dovrebbero sapere che un nuovo lockdown generalizzato è impossibile, sul piatto il fallimento del Bel Paese, per quanto l’allarmismo di alcuni esperti insista che sia perfino certo. Rimane onestamente una possibilità che il Sars CoV 2 ritorni nel tempo in differenti ondate, o cosiddette ondine come delineato da Walter Ricciardi «ammesso che la gente continuerà a comportarsi bene», e come hanno fatto altri virus, ma non il precedente Sars come è ben noto, tuttavia fare predizioni ad oggi, in particolare sulla gravità del possibile contagio di queste possibili nuove ondate rimane un esercizio di stile. Alcuni medici hanno preso altre posizioni, come il Prof.Zangrillo, l’Infettivologo Bassetti, il Prof. Remuzzi, e altri loro colleghi che in questi mesi hanno lavorato a stretto contatto con i casi più gravi negli ospedali, ed affermato che ad oggi il nuovo virus è clinicamente morto. Clinicamente, ovvero la sintomatologia è mutata, è molto meno grave e meglio si ha nozione di come trattare le criticità, abbassando considerevolmente il dato sulla mortalità. L’età media dei deceduti in Italia è 80 anni, in grande prevalenza con altre malattie pregresse. Sotto i 40 anni, senza malattie o situazioni problematiche concomitanti già esistenti, si contano per l’Istituto superiore della Sanità 14 persone decedute dall’inizio della pandemia.

Ancora ad oggi vi sono discrepanze tra quanto sostenuto dal OMS – le cui giravolte sono state altresì mirabili e degne di una farsa operistica, a cominciare dal comunicato in cui si affermava che il nuovo coronavirus non veniva trasmesso da individuo a individuo – ergo che gli asintomatici sono pochissimo contagiosi – ma allora il propagarsi del virus diviene davvero inspiegabile – ed i provvedimenti invece messi in atto, la quarantena per tutti gli asintomatici. Pare ragionevole ipotizzare che non tutti gli asintomatici siano uguali, e che presentino cariche virali dissimili e potenzialità di contagio differenti.

Ancora una volta va ripetuto che la reale mortalità percentuale del Covid è ad oggi sconosciuta. La qual cosa rende particolarmente arduo affermare l’assoluta gravità di questa pandemia, per quanto, senza fare confusioni, nessuno discuta la sofferenza delle vittime e dei loro famigliari. Rimane l’incapacità di organizzare un tracciamento su vasta scala, per conoscere quali sia la percentuale della popolazione che ha contratto il Covid. In data 10 Aprile Locatelli, Presidente del Consiglio superiore di Sanità, aveva affermato «non andremo per lunghe, nel giro delle prossime poche settimane concluderemo lo studio sierologico». Nel frattempo sono stati almeno resi noti i risultati di cinque comuni del Trentino, oltre 6 mila e cento sieri, dove l’85% della popolazione ha accettato di sottoporsi all’esame e in cui il 23% ha mostrato anticorpi al Covid. A Bergamo, ricordiamolo, su circa 10 mila cittadini testati, il 57% ha mostrato anticorpi al virus. In Spagna un’equipe di scienziati ha pubblicato, ancora su The Lancet, un significativo studio dove su 61075 individui la sieroprevalenza è risultata in media intorno al 5%, sorprendentemente bassa, senza significativo distinguo tra i sessi, mentre nell’area metropolitana di Madrid il dato è salito intorno al 10%. Prendendo per buono questo campionamento, la grande maggioranza della popolazione spagnola risulterebbe non aver mai contratto il Sars CoV 2.

Il rischio, per coloro che il Fato ha scelto temporaneamente per occupare una posizione politica e decisionale, è continuare a prendere risoluzioni sproporzionate, rimodellando i paradigmi sociali senza che vi siano tutte le necessarie evidenze scientifiche per tali decisioni, e sacrificando le libertà sancite dalla Costituzione democratica. L’intelletto richiederebbe essenzialmente sincerità, la capacità di comprendere senza secondi fini, ammettendo serenamente che ancora troppe sono le cose che l’occhio umano non vede.

P.A.

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