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ESISTE UNA DIFFERENTE STRADA PER COMBATTERE IL COVID. PAROLA DI ESPERTI. E ALTRE DIVERGENZE.

Eminenti epidemiologi si sono incontrati in Massachusetts per dare una differente risposta alla pandemia: trattasi della Dottoressa Sunetra Gupta, Professoressa all’Università di Oxford, del Dr. Jay Bhattacharya, Professore all’Università di Stanford, e del Dr. Martin Kulldorff, Professore all’Università di Harvard. Nel testo redatto viene sottolineato come la politica del lockdown produca devastanti effetti sulla salute pubblica, effetti che potranno produrre un eccesso di mortalità negli anni a venire, peggiore della conta dei morti causati dal Covid. Viene affermato che continuare a prendere misure di confinamento fino a quando un vaccino eventualmente sarà disponibile, causerebbe irreparabili danni, con i meno privilegiati sproporzionatamente colpiti. Fortunatamente sta crescendo la conoscenza del nuovo virus. Con l’immunità di gregge che si va formando nella popolazione, il rischio di infezioni, incluse quelle per le categorie più vulnerabili, diminuiscono. L’approccio più logico per controbilanciare i rischi nel raggiungimento dell’immunità di gregge è quello che consente a tutti coloro che hanno una assai remota possibilità di morire contraendo il Sars-Cov-2, come ad esempio i giovani, di vivere le loro vite normalmente, per sviluppare l’immunità tramite contagio naturale. Gli adulti a basso rischio di mortalità dovrebbero lavorare come d’abitudine pre-Covid, in presenza, piuttosto che da remoto. I ristoranti e i bar rimanere aperti, così come le attività culturali e ricreative. Adottare misure per proteggere i più vulnerabili, ovvero gli anziani con malattie pregresse e gli immunodepressi, dovrebbe essere l’intento principale. Ad esempio le case di riposo dovrebbero adottare personale che avesse già acquisito l’immunità passando l’infezione, e sottoporre frequentemente ogni visitatore al tampone. La rotazione del personale dovrebbe essere minima. Le persone più a rischio dovrebbero comunque poter decidere in autonomia se partecipare alla vita sociale o meno. 

Un testo che ribadisce ciò che ormai è una certezza, la profonda divergenza nella comunità scientifica, e che al contempo mette in risalto il fatto che ogni scelta in riferimento alla pandemia è una scelta politica e organizzativa. Secondo l’OMS, per fare un altro esempio, al momento non esistono evidenze contro o in favore l’uso delle mascherine per contenere il contagio, e l’utilizzo è consigliato solo nelle strutture mediche, o per coloro che presentano sintomi compatibili con il Covid. Contrariamente esiste uno studio condotto da George Wehby che ha precisato che l’uso delle mascherine in USA, tra Aprile e Maggio, ha ridotto il contagio del 2% al giorno, pur in concomitanza con altre restrizioni. In questo caso il dibattito si apre, si deve provare quale fattore abbia prodotto quale effetto. Secondo l’infettivologa Monica Gandhi dell’Università della California vi sono evidenze che indossare la mascherina comporti, in caso di infezione, una carica virale minore e quindi lo sviluppo di sintomi più lievi. Urge comprensione, ogni caso dipendendo anche dal contesto, dall’ambiente – si dirà: già è a referto che gli ambienti chiusi, poco aerati, siano i principali luoghi di diffusione – ammettendo che gli studiosi sono ancora insicuri della grandezza delle particelle del virus che determinano il maggior contagio, e se quelle aereosolizzate possano essere davvero bloccate interamente, e nel caso, da quali tipi di mascherine.

Nel mentre il Governo in Italia si appresta a varare nuove restrizioni in linea con l’approccio avuto lo scorso Marzo. La linea della prudenza viene enfatizzata dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una strategia che si indovina ai suoi occhi win-win: se le nuove restrizioni funzionassero nel contenere il contagio – che per altro nella prospettiva dell’immunità di gregge è necessario – sarebbe merito dell’approccio del Governo, se invece non funzionassero si avrebbe l’opportunità di intraprendere nuove e più stringenti limitazioni, con un probabile discretamente ampio consenso popolare. L’allarmismo mediatico continuativo pare ormai aver avvinto a sé una fetta considerevole di abitanti. Il rischio che persiste è quello di sottostimare terribilmente le conseguenze a lungo termine sul tessuto socio-economico, quindi sulla qualità della vita dei cittadini. Nella logica soggiacente, se si impedisce o si ritarda il raggiungimento dell’immunità di gregge, l’approdo al vaccino rimane implicitamente la scelta da percorrere.

Per quel che oggi affermano alcuni studi internazionali, l’incidenza della mortalità del Sars-CoV-2 non è affatto nella proporzione in cui era stata anticipata essere. Il Dr. Micheal Ryan, esponente di rilievo del OMS, ha dichiarato recentemente che il contagio ad oggi ha probabilmente riguardato il 10% della popolazione mondiale. Quanto invece viene affermato dagli studi della John Hopkins intende il contagio mondiale della popolazione avvenuto al 4,6%. In entrambi i casi le implicazioni sono enormi: un contagio che sarebbe quindi molto più esteso di quel che raccontano i dati ufficiali e che produrrebbe, in rapporto al numero dei decessi attestati, un’incidenza di letalità non distante da quella di una severa forma influenzale stagionale, alla peggio del triplo, all’incirca dello 0,3%. E’ ovvio che con questi numeri ci si troverebbe di fronte ad un virus che determina una malattia non particolarmente mortale, seppure facilmente trasmissibile come nei casi di patogeni che si trasmettono per via aerea, e che andrebbe fronteggiato non rendendo le scelte approntate molto peggiori del male che tentano di contrastare.

Ammettiamo pure che le misure del lockdown, nella cornice della crisi delle strutture sanitarie, abbiano potuto rallentare il contagio, e quindi produrre temporaneamente un numero minore di casi gravi ospedalizzati – anche se nel parallelo con i dati svedesi si evince che le cose non stanno così –  rimane quello che è sempre stato un sospetto, che la diffusione del virus durante il picco della pandemia sia stata notevolmente sottostimata. Inoltre nuovi studi indicherebbero che gli anticorpi ritenuti responsabili della risposta immunitaria permangono per non più di 60 giorni nell’organismo di coloro che hanno passato l’infezione, la grande maggioranza, è bene ricordare. La cosa, ancorché aneddoticamente, pare confermata da alcuni casi di reinfezione avvenuti a distanza di mesi. Isolando il virus si è notato che ha subito alcune, poche, modificazioni genetiche, senza poter dire che si tratti di un nuovo ceppo, cosa che non dovrebbe precludere l’efficacia del vaccino, un affare comunque economico senza precedenti per le aziende produttrici, da cui difficilmente ci si potrà tirare indietro considerando le somme di denaro già investite dai vari Paesi. Al momento ci sono 34 vaccini candidati ed altri 145 in valutazione preclinica.

P.A.

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