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8 NOVEMBRE 1620: “LA BATTAGLIA DELLA MONTAGNA BIANCA”. Di F. Cardini

(liberamente tratto dal libro di F. Cardini, Praga. Capitale segreta d’Europa, Bologna, il Mulino, 2020, in libreria dal 5 novembre u.s.)

Tante cose, nella nostra storia europea, hanno trovato inizio proprio qui, sulle rive della Vltava, a Praga: dalla riforma del Sacro Romano Impero nel 1356 al magistero il Jan Hus che fu tutt’altro che un “anticipo” della Riforma protestante ma che al contrario, se il grande predicatore boemo fosse stato più e meglio ascoltato, avrebbe potuto evitarla, al presentarsi della forma forse più prestigiosa – insieme a quella spagnola – del barocco europeo, alla scrittura di alcuni dei capolavori della musica mozartiana e di quella romantica, alle versioni più affascinanti dello Jugendstyl, ad alcuni fra i più begli esempi di letteratura e di musica del nostro Otto e Novecento. Saremmo tutti europeisti migliori, se conoscessimo un po’ meglio la storia di Praga. Non ci sono stati solo il Golem e il buon soldato Švejk.
Ma lì sono accadute anche terribili tragedie. È a Praga che ha avuto inizio quell’infame carneficina fratricida che fu la “guerra dei Trent’Anni” fra 1618 e 1620.
Dopo la dieta generale degli “stati” dell’impero a Linz indetta nel 1614, che avrebbe dovuto ridefinire la compagine del Reich messa a dura prova dagli ultimi, disastrosi anni del governo di Rodolfo II d’Asburgo e da quelli del fratello Mattia, dalla tensione crescente tra la maggioranza protestante e la minoranza cattolica emerse nel 1619 l’elezione a re di Boemia e d’Ungheria del quarantenne Ferdinando duca di Stiria, nipote di Ferdinando I, allievo della Compagnia di Gesù ed esponente di un cattolicesimo restìo ai compromessi con protestanti e Fratelli Boemi.
Il nuovo deciso indirizzo, sostenuto dal gran cancelliere Zdanek von Lobkowicz, si scontrò con i leaders più radicali dello schieramento opposto: Václav Budova della Chiesa dei Fratelli Boemi e il luterano conte Mathias Thurn. La decisione delle autorità cittadine di far radere al suolo due cappelle protestanti abusivamente sorte su terre appartenenti alla comunità cattolica scatenò un incidente memorabile.
Fu la grande “Defenestrazione di Praga”. Il 23 maggio del 1618 i membri degli “stati” invasero il Hrad, il Castello alto sulla riva sinistra del fiume, e gettarono letteralmente fuori da una delle sue grandi finestre rinascimentali i due governatori cittadini, Vilem Slavata di Chlum e Jaroslav Borita di Martinic insieme con un segretario, Johannes Fabricius. Pare che un mucchio di letame, “accidentalmente” collocato proprio sotto la fatale finestra, attutisse la caduta dei tre che dovettero cavarsela con molta paura, moltissima umiliazione e magari qualche osso rotto. I cattolici si affrettarono a far circolare la voce che ad aver salvato la vita dei tre malcapitati fosse stato l’intervento miracoloso della Vergine Maria: idea involontariamente poco felice, vista la causa materiale della loro sopravvivenza che finiva con l’assimilare il suo mantello a una carrettata di rifiuti. Su tutto l’evento germogliò un florilegio di leggende metropolitane e di battute salaci e crudeli. La coincidenza del letame proprio in quel momento e in quel punto farebbe quasi pensare a una messinscena accuratamente preparata. Il fatto che i defenestratori fossero prevalentemente nobili tedeschi rappresentanti degli “stati” e i defenestrati fossero cechi determinò l’affermarsi, specie in età romantica, che alla base dell’episodio vi fosse l’odio o quanto meno la tensione fra le due comunità: ma sembra molto anacronistico l’affermarlo. Si trattò di una rivolta degli “stati”, sostenuti dalla plebe praghese, contro l’autorità regia. Scoppiò immediatamente in città un tumulto culminato in assalti ad alcuni edifici religiosi, in massacri di religiosi soprattutto francescani, in un attacco contro il ghetto dal momento che agli ebrei, oltre l’usura – una pratica ch’essi condividevano con i loro colleghi banchieri cristiani –, si rimproverava la costante protezione da parte della monarchia.
Quando il 25 maggio gli scabini della città dovettero dichiarare, molti di loro a denti stretti, la loro adesione alla rivolta, il carattere confessionale ch’essa aveva assunto fin dall’inizio andò definendosi e strutturandosi in progetto politico. Gli “stati” espressero un direttorio di trenta loro esponenti – dieci per ciascuno di loro: gli alti aristocratici, la piccola nobiltà, le città – e dettero vita a una “Confederazione boema” che oltre alla Boemia vera e propria comprendeva la Moravia, la Slesia, la bassa e l’Alta Lusazia. Il modello era costituito ovviamente dalle province Unite dei Paesi Bassi, un partner molto presente anche a livello socioeconomico, e l’indirizzo che andava emergendo insistente era sempre più quello calvinista. La Compagnia di Gesù, il cui istituto Clementinum era stato da poco insignito del rango di Studium generale, fu cacciata alla città.
Quando nell’estate 1619, morto Mattia, Ferdinando II di Boemia e Ungheria divenne anche re di Germania e dei romani, cioè “imperatore eletto”, gli “stati” ribelli risposero eleggendo a loro volta un antiré nella persona di un giovane principe calvinista, Federico del Palatinato, leader dell’Unione Evangelica dell’impero. Era stata una mossa – contrariamente a quel che immediatamente sostennero i cattolici – ispirata a prudente moderazione: l’ala più radicale degli “stati” avrebbe preteso una repubblica guidata collegialmente dal direttorio. E d’altronde, a garanzia della moderazione della scelta, c’era il fatto che Elisabetta Stuart, consorte di Federico, era figlia di Giacomo I d’Inghilterra che non avrebbe mai appoggiato un movimento repubblicano.
L’antiré fu incoronato nella cattedrale di San Vito il 4 novembre 1619; ma poco tempo dopo i suoi seguaci calvinisti s’impadronirono nella cattedrale profanandola, saccheggiandola, distruggendo immagini e reliquie e perfino organizzando all’interno dell’edificio sconsacrato una specie di banchetto che a loro modo di vedere sanciva la fine di un diabolico culto pagano, mentre secondo non solo i cattolici ma perfino i Fratelli Boemi e i luterani costituiva uno spettacolo desolante che umiliava un tempio sacro alle più gloriose memorie boeme. Non paghi di tutto ciò, i calvinisti cercarono anche di distruggere il calvario eretto sul Ponte di Pietra. Era troppo per i praghesi che, indignati, rifiutarono a Federico un prestito che gli avrebbe consentito di pagare i suoi mercenari.
La risposta fu pronta. Attorno all’imperatore si costituì una lega protagonisti della quale erano non solo i suoi parenti Asburgo di Spagna ma altresì il papa, i cattolici del Reich, un contingente francese nel quale militava anche un giovane destinato alla gloria filosofica, René Descartes; comandava l’armata Massimiliano duca di Baviera. Lo scontro avvenne l’8 novembre 1620 poco a ovest di Praga, quasi alle porte della città, presso una collina ch’era anche una cava di marna di color chiaro e ch’era perciò detta Bilá Hora, la “Montagna Bianca”. I protestanti non erano più di 21.000 ma occupavano una posizione vantaggiosa, tra il culmine della collina e il padiglione di caccia detto dalla sua forma geometrica Hvězda, “la Stella”; i 27.000 cattolici dovettero ascendere il colle combattendo, ma in un paio d’ore sbaragliarono il nemico ricacciandolo in rotta disordinata sulla via di Praga. Là asserragliati, gli evangelici guidati dall’animoso conte Thurn avrebbero potuto ben resistere entro la nuova, ben munita cinta muraria della riva destra. Ma la ferita della profanazione di San Vito dell’anno precedente non era ancora rimarginata, né i praghesi avevano voglia di combattere per un sovrano che non sentivano come il loro. Né il sire del Palatinato si dimostrò all’altezza della situazione: se la dette precipitosamente a gambe, trascinandosi dietro tutto quello ch’era riuscito ad arraffare nel Hrad. Da allora in poi, lo chiamarono “il Re d’un solo Inverno”. E non era un appellativo glorioso.
D’altronde, se i mercenari dell’Elettore Palatino si erano comportati male, non è che le truppe del duca di Baviera furono da meno (o da meglio). Entrati in Praga forse non proprio accorti con entusiasmo, tuttavia senza colpo ferire, si abbandonarono a un saccheggio durato cinque giorni e sottoposero a riscatto l’intera cittadinanza senza badar a distinzioni etniche o religiose. Tedeschi e cechi, cattolici ed evangelici, tutti furono spremuti e umiliati. Quel che non aveva potuto portar via Federico, se lo portò Massimiliano a Monaco. Intatto e indenne restò solo il quartiere ebraico, tutelato da una speciale ordinanza imperiale che fu accompagnata dalla conferma a due riprese, nel ’23 e nel ’27, dei privilegi accordati alla comunità. Il che spiega il lealismo degli ebrei di Praga nei confronti della casa d’Asburgo, ma anche la crescente animosità dei praghesi contro di loro. Del resto, non è che la generosa protezione imperiale fosse stata proprio gratuita.
A questo puto l’imperatore Ferdinando avrebbe potuto, forse dovuto, comportarsi almeno formalmente come “padre” del suo popolo. Il maldestro, incauto Rodolfo lo avrebbe fatto; e magari anche Mattia. Ferdinando però non amava Praga, che ormai aveva cessato di essere capitale dell’impero e che secondo lui, dopo il conato indipendentista e addirittura semirepubblicano, andava solo umiliata e punita. D’altronde, questo era lo spirito del tempo: il vento dell’assolutismo spirava ormai sull’Europa; e in Francia il cardinale di Richelieu si comportava nello stesso modo, stroncando qualunque conato d’indipendenza sia degli ugonotti, sia della nobiltà (quelle colombaie fatte distruggere di cui parla Alexandre Dumas…).
Punizione esemplare, quindi. Al termine di sette mesi di umiliazioni, la città intera fu chiamata ad assistere al suo Auto de Fé penitenziale. Tutto avvenne secondo un rito minuzioso. Il governatore militare Karl von Liechtenstein aveva fatto arrestare tutti i capi della rivolta e ventisette di loro vennero esemplarmente giustiziati il 21 giugno del 1621 in piena Staroměstské Máměstï, nel cuore della Città Vecchia, tra la torre del carillon e la chiesa del Týn. Con spirito di quasi ineccepibile imparzialità sia etnica, sia sociale, furono uccisi dieci tedeschi e diciassette cechi. Tutti gli “stati” socio-giuridici erano rappresentati: tre membri dell’alta nobiltà, sette cavalieri, dieci borghesi, il resto minutaglia popolana. Tutti, ovviamente, protestanti di varia estrazione: fra loro anche il nobile Budovec di Budova, capo dei Fratelli Boemi, e il conte Jachim Ondrej Slik. Aristocratici e cavalieri ebbero comunque l’onore e il privilegio di morire cum effusione sanguinis, nobilmente decapitati; gli altri furono impiccati. Tra loro v’era un “borghese” illustre, Jan Jesenius, ex rettore dell’università praghese e pioniere dell’anatomia. Siccome aveva giocato durante la “rivolta” un ruolo politico e diplomatico notevole, prima di giustiziarlo gli venne tagliata la lingua e il suo corpo venne squartato; i suoi resti, insieme con le teste di undici altri condannati, furono esposti entro gabbie di ferro sulla torre del Ponte di Pietra: vi sarebbero rimasti 10 anni, fino all’ingresso dei sassoni in città nel ’31. A evitare che la giustizia fatta potesse parere una vendetta confessionale, si era provveduto a scegliere un boia professionista, Jan Mydlar, che non era cattolico. Oggi, una targa in bronzo dorato sotto la loggia della cappella della torre del palazzo municipale, a destra guardando dell’orologio astronomico, ne ricorda i nomi; un mosaico pavimentale, poco lontano, disegna 27 croci; e 27 croci commemorative si ergono sulla “Montagna Bianca”.

Franco Cardini

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