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LA DESOLAZIONE DI UNA TOMBA PROFANATA. DI A. Giumetti.

Circola un video in rete, una testimonianza spontanea, di alcuni uomini in uniforme azeri che, esaltati dalla loro vittoria, si divertono ad abbattere e profanare una tomba monumentale in Armenia. In questa testimonianza visiva, che si accosta in maniera stridente a quella delle colonne di cittadini armeni che si recano per l’ultima volta a visitare gli antichi monasteri della regione prima di abbandonare, forse per sempre, la terra dei loro avi, si può delineare brevemente tutto lo squallore del mondo che stiamo costruendo. Si faccia però attenzione, perché il conflitto in Armenia non può essere banalizzato in una contesa religiosa tra due fedi: profanare luoghi di culto e soprattutto tombe, poco a che fare con la tradizione islamica, basata invece sul rispetto della fede delle altre “genti del libro”, mentre ben più si presta ad essere il segno di un neo-ottomanesimo, nato dalla volontà di potenza di Recepp Tayyp Erdoğan, il presidente della Turchia, e dalle ambizioni regionali di Ilham Aliev, capo di stato assoluto dell’Azerbaijan. Non di fede, di valori o di identità si parla quando ci si accanisce così barbaramente contro la testimonianza fisica della memoria di un morto, ma bensì di una modernità liquida fatta di status symbol e di apparenza, per cui regimi come quello in Azerbaijan prosperano indisturbati con “l’amicizia” dell’Europa, comprata al prezzo di lucrose esportazioni di gas e sponsorizzazioni mirate a squadre di calcio e formula uno, mentre la resistenza disperata dei soldati armeni, che stavano difendendo il loro paese da un’aggressione esterna, viene messa a margine dalla cronaca e obnubilata dalla memoria ufficiale dell’opulento vecchio continente. Certo, gli azeri e i turchi sono stati, al di là di ogni dubbio, estremamente capaci nel condurre una campagna militare in un periodo in cui tutte le grandi potenze e i grandi attori internazionali erano, e sono, impegnati a farei conti con il coronavirus 19, ma sta di fatto che ciò non può costituire una giustificazione alla scandalosa passività mostrata dai paesi europei nei confronti della vicenda. Non può esserlo perché l’Armenia, un’ area geografica che di fatto rappresenta la culla della civiltà europea, aveva cercato di costruire un’identità geopolitica genuinamente euroasiatica, quindi in equilibrio tra la Federazione russa e l’Unione europea, cercando attivamente un avvicinamento a quest’ultima; non può esserlo perché l’Armenia è di fatto, per motivi geografici, politici e culturali, alle porte dell’Europa, e non è sano un mondo in cui ci si “abbraccia da soli” pensando al presunto risultato delle elezioni negli Stati uniti, e si ignora la colata di lava che preme contro l’uscio di casa; Non può esserlo perché noi, in quanto europei, dovremmo lasciare che a guidarci siano dei valori, non delle semplici considerazioni utilitaristiche, e dovremmo scegliere con cognizione di causa di tracciare una linea definita e identitaria nella nostra politica estera e interna, piuttosto che chinare il capo alle decisioni del capo guerriero di turno. Eppure, così e stato. In questa nuova dei pochi coraggiosi contro i molti, noi abbiamo preferito lasciar fare, distrarci ammirando l’esibizione del giullare di turno. I campi di battaglia insanguinati risuonano della vergogna del silenzio di un Europa che evidentemente non ha altri valori cari che non siano i conti e le cifre dei libri contabili; una comunità di stati che rifiuta categoricamente di spingere la propria visione a più di qualche anno nel futuro e di costruire un’identità nuova, che colleziona fallimenti su fallimenti laddove gli egoismi dei suoi stati più influenti inevitabilmente condizionano il consolidamento del futuro. Le valli delle montagne del Nagorno-karabakh si agitano tra le colonne di profughi armeni in fuga e quelle dei nuovi padroni azeri in attesa di ricevere il loro bottino, ma a noi qui poco importa. E la nostra vergogna resta silenziosa e desolante, come quella tomba profanata.

Andrea Giumetti

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