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IL COVID E QUEL RAPPORTO TRA DECISIONI E DECESSI: IN ITALIA QUALCOSA NON TORNA. Di L. De Netto

Ormai giunti agli sgoccioli di questo difficile 2020, qualche domanda legittima sulle decisioni nonché sui decessi legati al Covid-19 dovremmo farcela un po’ tutti, ovviamente con uno sguardo il più possibile ampio, scientifico e scevro da pregiudizi di ogni sorta. A partire da quelli relativi a chiusure e restrizioni.

I dati, crudi, freddi, ci dicono infatti che ad esempio, il Belgio, pur avendo attuato delle politiche di blocco e di restrizioni molto severi, ha il secondo tasso di mortalità per COVID-19 più alto al mondo.

Italia e Spagna  – come purtroppo sappiamo bene – hanno avuto blocchi ancora più duri ed entrambi i paesi sono anche quelli con maggiori decessi. Non parliamo poi dell’Argentina, con il lockdown più lungo del pianeta, e con risultati pessimi sia dal punto di vista sanitario che sociale.

Al contrario la Svezia, nota alle cronache per il suo approccio molto “libero” e che per scelta ha voluto evitare chiusure e limitazioni alla vita delle persone, registra un tasso di mortalità pro capite di gran lunga inferiore a quello di Spagna, Belgio, Italia.

Caso curioso è quello di Norvegia e Finlandia, che hanno alcuni dei tassi di mortalità COVID-19 più bassi al mondo, con 54 morti per milione di cittadini e 66 per milione rispettivamente, ossia ben al di sotto della media europea (240 per milione). Ma il dato fa rumore perché, come riporta uno studio della FEE (Foundation for Economic Education) sia la Finlandia che la Norvegia hanno adottato politiche addirittura meno restrittive della Svezia per la maggior parte della pandemia, non più blocchi, come una certa vulgata continua a narrare.

Al che, spogliarsi di quel dogmatismo che ormai tiene sotto scatto le scelte della politica e l’agire sociale delle comunità e delle persone, sarebbe un obbligo, sia giuridico nel senso più elevato e vero del termine, che morale. E sarebbe l’atteggiamento più razionale e autenticamente scientifico che possa esserci, dato che restrizioni e chiusure sono state elevate al rango di dogma, trasformando la scienza in religione scientista officiata dai nuovi sacerdoti del culto del lockdown.

Il problema è che non si è in grado, o meglio non si vuole, affrontare correttamente e con rigore logico e con tutta la competenza che viene dalla ricerca medica, la situazione, sì da arrivare a comprendere al meglio i meccanismi epidemiologici e clinici, al fine di individuare le soluzioni migliori in grado di tutelare la salute rettamente concepita, e di curare chi necessita di assistenza sin dalle prime fasi. E ciò, senza limitarsi ad una deleteria visione covid-centrica.

Così, l’atteggiamento “chiusurista”, non solo resta un problema sulle scelte da compiere, ma non consente di indagare sulle cause più profonde di certe evidenze soprattutto quando queste si rivelano “strane”.

Il caso della mortalità in Italia è uno di questi: come mai in Italia di COvid-19 si muore di più rispetto a tanti altri Paesi? Cosa c’è che non va nel Bel Paese? Le motivazioni che vengono di norma fornite, sono diverse, e variano da un’età media più anziana della popolazione italiana, all’insufficienza delle strutture ospedaliere devastate da anni di tagli sotto il verbo dell’austerity, dalla medicina del territorio deficitaria, agli errori nei conteggi. Ma anche errori di classificazione dei decessi, sino al punto di definire una persona morta per Covid se questa viene colpita da infarto e risulta positiva al c.d. tampone. Che come sappiamo, rileva, attraverso la PCR, tracce di RNA virale, e non sempre virus “attivo”.

Ma c’è dell’altro, e va dato merito a tanti medici che nel corso di questi mesi hanno sfidato la narrativa dominante mostrando tutta la competenza e la passione dell’arte della Medicina, per le soluzioni individuate oltre che per i servizi prestati agli ammalati.

Alcuni di costoro sono diventati noti grazie al web, ai social networks, alle cronache. Molti continuano a svolgere il proprio mestiere nel completo anonimato, prestando servizio agli ammalati e non venendo mai meno allo spirito più autentico della ricerca scientifica così come della medicina.

Tra questi, merita di esser menzionato il Dott. Stefano Tasca, noto medico romano, che, attraverso la rubrica di divulgazione scientifica “Pillole di ottimismo”, ha edotto, insieme a colleghi e altri scienziati, centinaia di migliaia di followers sugli aspetti più controversi e clinici della malattia manifesta, così come di certe scelte piuttosto “ideologiche” quali le chiusure.

Ed a proposito di ricerca delle motivazioni sui decessi così anomali nel nostro Paese, il dott. Tasca ha provato a fornire una spiegazione basata su dati incontrovertibili.

Scrive il medico, raccontando la sua esperienza: “a Ottobre/Novembre del 2019, periodo nel quale io stesso ma anche moltissimi colleghi hanno notato una impennata in sindromi respiratorie complicate da polmoniti interstiziali, di lunga durata, disagevoli, curate però tutte o quasi tutte a domicilio dal medico di Medicina Generale con le usuali azioni protocollari: antibiotico, antipiretico, qualche volta un po’ di Bentelan…e tutte (o quasi) poi finite bene seppure con una convalescenza più lunga dell’usuale. Ora si scopre che erano da Covid già allora ma in quel periodo il MMG, ignaro, faceva il suo mestiere: visite, diagnosi, nel caso di un aggravamento inviava in P.S. e vissero tutti felici e contenti.”.

E’ infatti noto che il virus Sars-Cov-2 circolasse liberamente ed indisturbato in Italia già nell’autunno dello scorso anno, infettando e replicandosi, ma la situazione veniva gestita così come erano state gestite certe forme influenzali o le sindromi respiratorie.

Continua Tasca: “A Febbraio 2020, dichiarato l’allarme di possibile pandemia, accadde qualcosa che cambiò le cose in modo radicale: il Ministero avvertì che si trattava di una forma virale sconosciuta per la quale non c’era terapia specifica ed emanava una circolare piuttosto indicativa e chiarificatrice per capire ciò che è successo dopo, tutto insieme e all’improvviso.”

Ed eccola lì, la decisione chiave, un famigerato documento, rubricato al n.  n. 5443/2020 del Ministero della Salute, che di fatto avrebbe contribuito in maniera determinante alla caduta nel precipizio. Infatti, a seguito di tale indicazione governativa, come spiega il Dott. Tasca, “il paziente sintomatico DI FATTO veniva escluso dalla valutazione diretta del MMG al quale veniva DI FATTO inibito ogni contatto diretto col paziente: tutto doveva passare per il 112/118 o il 1500 (spesso irragiungibili e intasati)”.

Questa situazione, del resto, era nota a chi ha potuto ascoltare la viva voce dei medici lombardi già nel mese di marzo 2020, e comprendere che il problema non era il virus in sé, ma la gestione del malato.

Accadeva quindi che il paziente sintomatico dovesse essere dissuaso dal prendere iniziative personali in merito al ricorso al P.S. se non dopo aver contattato i recapiti telefonici indicati dalla circolare, e solo dopo averne avuto autorizzazione. Mentre il paziente era completamente isolato e supportato da una mera terapia basica con follow up esclusivamente telefonico.

E’ evidente che tale scelta compiuta dal ministero ha comportato l’interruzione della continuità assistenziale basata sull’incontro e sul rapporto medico generico-paziente che fino a quel momento aveva prevenuto degenerazioni della malattia tali da portare a congestione dei servizi ospedalieri.

Non solo: spiega ancora Tasca che quanto prescritto dalla circolare ministeriale: “ha portato a tre fatti fondamentali per la comprensione dei fenomeni successivi: 1) Terrore dei pazienti che si sono sentiti soli e non seguiti anche in caso di sintomi evocativi chiari; 2) Corsa agli ospedali visto che sul territorio si era interrotto ogni possibile intervento; 3) Attese di giorni e giorni con sintomi sempre più accentuati in attesa di segnali o ausili da parte dei sistemi (USCA, 1500, 112, ecc.) preposti ed autorizzati agli interventi.

Risultato: la marea è montata tutta insieme e in un arco di tempo brevissimo. Tra la fine di Febbraio e l’inizio di Marzo (in coincidenza con l’applicazione di queste norme) file ai P.S. (con spargimento del contagio), intasamento dei reparti, arrivo in P.S. di soggetti spesso quasi ridotti a terminali dalle lunghe attese senza assistenza (solo tachipirina), maree di persone in T.I. e nei reparti….eccetera (sappiamo bene come è andata).

Il dramma, avverte il seguitissimo medico, è che da quel 22 febbraio non è cambiato praticamente nulla, perché questa famigerata circolare è ancora lì ad esplicare i suoi effetti. “Nonostante alcuni MMG, sin da subito e sfidando la circolare, hanno continuato invece a seguire direttamente i loro assistiti (procurandosi spesso a proprie spese i DPI oppure arrangiandone di fortuna) ottenendo quasi sempre risultati ottimali con le cure a domicilio. Le loro testimonianze, seppure non pubblicizzate come meriterebbero, ci sono e sono molte”.

Questo per ciò che attiene alla medicina del territorio che fino ad un certo punto ha funzionato ma che dalla fine di Febbraio in poi è stata fermata, “bloccata di fatto dalle circolari”, chiarisce ancora il medico del prestigioso team internazionale di “Pillole di ottimismo”.

Ancora, per quel che riguarda la terapia: è cosa nota (fondamentale) che i riscontri anatomopatologici siano quelli che, a livello sia macro che microscopico, forniscono indizi per capire la progressione di patologia di una malattia sconosciuta (e la Covid lo era, specifica Tasca, perché non si sapeva né dove né come il virus agiva sulle cellule e quali danni provocava).

La logica avrebbe suggerito di dare aiuto ai medici mediante lo svolgimento di autopsie a scopo di studio sui deceduti. Il nostro Ministero (probabilmente con l’orologio fermo al 1500 d.C.) invece ha pensato di stabilire una norma cautelativa che includesse la proibizione di ogni riscontro di questo tipo, disponendo l’immediato smaltimento delle salme.”

La questione è nota, mentre meno conosciute sono le battaglie portate avanti dai centinaia medici sulle terapie domiciliari, che, promosse, avrebbero evitato ed eviterebbero tuttora migliaia di ricoveri.

Perché il Covid-19, anche quando si manifesta con sintomi importanti, può e deve essere curato, ed in ciò la farmacologia offre un ausilio non indifferente, suddiviso su due aspetti: l’uno, contro il virus Sars-Cov-2, l’altro, contro la manifestazione clinica dello stesso nelle forme importanti di Covid-19.

L’evidenza parla da sola. Ed un recente studio curato dal Prof. Piero Sestili (Professore ordinario di Farmacologia alla Carlo Bo di Urbino), che si avvale anche dell’apporto del citato Tasca, conferma e sottolinea tali verità.

Che, come purtroppo è accaduto in tutta questa vicenda, continuano ad essere ignorate dalle istituzioni, dai media e, di conseguenza, da troppe persone.

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