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VIVIAMO IN TEMPI TORMENTATI. Di Giumetti Andrea

I nostri giorni, da reclusi in casa, sono di questi tempi segnati da incertezza e paura, non solo per l’epidemia su scala semi-globale del coronavirus 19, ma anche, e forse soprattutto, per i buchi che la situazione ha aperto nella nostra realtà ordinata e fatta di routine: fino a ieri avevamo l’impressione di appartenere ad una ben precisa realtà geografica e socio-politica, l’Unione europea, di non doverci preoccupare della sicurezza militare del paese grazie alla NATO, e che l’appartenenza a questi due elementi ci consentisse di poter discriminare senza alcun tipo di dubbio tra “buoni e cattivi”. Oggi questo non è più possibile.

Persino i più fortemente acritici, non possono più far finta in buona fede che il sistema che ha modellato il nostro stile di vita e la nostra identità culturale sia l’unico e il migliore dei mondi possibili. Il velo di Maya che oscurava la realtà è stato violentemente strappato via: abbiamo visto come le considerazioni economiche vengano messe prima della salute pubblica e privata, come il rifiuto di qualsiasi forma di pianificazione e controllo statale sull’economia ci abbia lasciati estremamente vulnerabili di fronte ad una grave crisi, come delegare l’agenda della politica estera a realtà sovrannazionali sia stato un grave errore e abbia sostanzialmente servito solo interessi altrui. Ma soprattutto, questa crisi ci ha mostrato in tutta la sua drammatica realtà come i vincoli artificiosi della “famiglia europea” in realtà altro non fossero che brindisi al veleno prima di essere messi alla porta come cani lebbrosi.

Invece, abbiamo potuto vedere come altri vincoli, quelli basati sul sangue, sulla cultura e sull’amicizia tra popoli, benché sottovalutati o peggio schifati dalle istituzioni, scorressero impetuosi, alimentati dalle menti, dalle braccia e dai cuori della gente comune, che sotto la crosta del proto-razzismo culturale in cui siamo spinti dal sistema e dalla poca coscienza dei media, hanno forgiato legami saldi e duraturi. I più scettici qui staranno storcendo il naso, e voglio rassicurare che l’intenzione di chi scrive è fare critica nel senso Kantiano, ovvero riconoscere i limiti, i difetti, ma anche le potenzialità di un fenomeno. Più avanti verranno analizzate le implicazioni geopolitiche e anche gli interessi dei governi che stanno dietro le persone, ma non prendiamoci in giro: la solidarietà che sta venendo dimostrata all’Italia, materiale e morale, principalmente si basa o sulle radici profonde che il seme italiano ha gettato quando abbiamo girovagato per il mondo in cerca di fortuna e di evasione dai patri soprusi, oppure su vincoli culturali costruiti con fatica da chi, mosso da vera passione, vi ha dedicato la sua vita. Questi ponti culturali sono fatti dalle migliaia di studenti cinesi e russi che hanno immesso aria nei conservatori e nelle accademie, che la società della tecnica stava lasciando morire, da quanti vengono a visitare il nostro paese e ripartono colmi della meraviglia che solo il nostro caotico e anarchico paese di genio e sregolatezza riesce a creare. Dai lavoratori che spesso finiscono sotto il giogo di sfruttatori coperti dall’omertà del sistema, ma che non dimenticano mai né la propria terra di origine, né la dignità delle proprie tradizioni. Dai giovani medici albanesi, che magari hanno scelto di intraprendere la carriera di Ippocrate proprio quando, nel 1997, sono stati curati da un medico militare italiano, giunto nel loro paese per portare aiuto, non esportare democrazia. Sono costituiti dall’esplorazione della particolarità culinaria, dallo scambio di tecnica e sapere, dalla genuina curiosità, dalla ricerca, e sono forse il più potente modo per garantire l’affermazione della dignità e del rispetto umani.

E’ a loro che dovrebbe innanzitutto andare il nostro ringraziamento, perché senza i legami di amicizia e riconoscenza di chi non dimentica, noi saremmo probabilmente rimasti soli.

Mi si perdonerà questa parentesi romantica, spero, nel capire che queste mie parole sono state dettate da una profonda commozione, e da una profonda rabbia, nei confronti della situazione in cui viviamo, ma comunque non si tratta solo di una riflessione sentimental: di fatto basta considerare la storia degli imperi coloniali, o per molti versi quella delle repubbliche sorelle dell’URSS, per capire che le relazioni di amicizia tra popoli calate dall’alto quasi sempre non sopravvivono alla prova del tempo.

Detto ciò, non bisogna naturalmente banalizzare la situazione, nello studio delle dinamiche geopolitiche possono esistere mosse sbagliate e giuste, ma raramente una decisione non fa parte di una strategia e non ha una motivazione alle spalle. L’Italia, che viene quotidianamente fatta passare come il servo storpio da spronare per far muovere, in realtà esercita un enorme appeal dal punto di vista strategico, a livello di grandi potenze,  per diversi fattori: innanzi tutto la posizione geografica garantisce un controllo di tutto il bacino Mediterraneo e l’accesso infrastrutturale al cuore dell’Europa, tanto è vero che a Carlo V, l’imperatore spagnolo che nel 1500 arrivò quasi a unificare sotto il suo dominio il continente, i suoi consiglieri consigliavano con veemenza di tenere sempre sotto controllo i porti di Pisa e Genova, e sgomberi i valichi alpini. L’Italia ha un incredibile appeal dal punto di vista della produzione di knowhow, quasi interamente concentrato in piccole e medie imprese che lo stato normalmente agevola il meno possibile (rendendole più suscettibili alle pressioni finanziarie dei grandi gruppi), ha un certo peso simbolico all’interno del consiglio europeo, essendo stata tra i paesi fondatori di quel bel sogno, e soprattutto organismo sperimentale in divenire, che fu l’Unione europea, e infine è un importantissimo esportatore di tecnologia militare di altissima qualità.

Sia gli Stati Uniti che la Federazione russa hanno tentato veementemente di sedurre alcuni dei partiti politici in Italia, e lo hanno fatto col preciso intento di indebolire la testa dell’Unione, (quella che a noi veniva presentata come un “male necessario” per evitare di essere solo pedine nel gioco di qualcun altro!) e forzare la Germania fuori dalla sua comfort zone economica.

Beninteso, qui non si sta parlando di mazzette o altro, ma solo di normalissimi “avvicinamenti” di influenze, una cosa normalissima e che esiste in politica da prima ancora che la politica esistesse. Per la Cina l’Italia è un partner fondamentale della “One belt, one road initiative” la Nuova via della seta, sia per gli elementi logistici (di cui sopra menzione) che per la credibilità e solidità politica del progetto. Un progetto nato dalla prima potenza economica del pianeta, che coinvolge direttamente stati che sono tra i più grandi esportatori al mondo di gas e petrolio, economie enormi e potenze nucleari, eppure la “piccola, insignificante, pezzente e ridicola” Italia, vi gioca un ruolo fondamentale.

Quindi, sì, certamente quando il governo cinese o la Federazione russa mandano aiuti, mezzi e personale medico in Italia, lo fanno anche con un secondo fine (senza contare che possono far fare esperienza diretta e networking con il nostro personale medico), e non soltanto perché negli scorsi anni l’Italia è stata tra i primi paesi a prestare soccorso quando qualche calamità accadeva (penso ad esempio al terremoto del 2008 nel Sichuan) esattamente come avviene per l’equipe medica che gli USA hanno mandato a presidiare le basi Nato in Italia. E’ una cosa normalissima, non serve idealizzare, così come non si può fare finta di non vedere la differenza quantitativa e qualitativa dell’aiuto che è stato inviato (e nel caso degli Stati uniti, anche di quello che invece è stato molto rudemente acquistato e trasportato via dall’Italia) così come la misura proporzionalmente inversa di esaltazione mediatica che è stata data. Chiarito quindi che la geopolitica fondamentalmente è una compravendita, a volte sincera e onorevole, altre volte meschina e subdola, perché allora in Italia abbiamo la peculiare abitudine di venderci non al migliore, ma al primo offerente? La risposta semplice è, perché storicamente la Repubblica italiana manca di sovranità.

Un’affermazione forte, molto simile, o identica, a tante che ne vengono fatte recentemente. L’associazione più immediata che facciamo è probabilmente al nostro ruolo negletto rispetto alle politiche UE, oppure al nostro ruolo nella Nato, e questi sono sicuramente gli esempi più evidenti che possono essere indicati, ma attenzione, la mancanza di sovranità non è tanto insita nei trattati, quanto nello spirito autoctono di chi li firma e ci si sottomette.

In Italia raramente la classe dirigente ha mostrato la necessaria fermezza nel ribadire la statura diplomatica ed economica del paese, molto raramente ha anteposto la visione di collettività rispetto a l’interesse particolare, praticamente mai è riuscita a staccarsi dalle lusinghe di stati esteri in modo tale che l’interesse nazionale restasse indipendente da quello di una potenza straniera. E’ mancanza di sovranità quando ci si ritira dal difendere il piccolo commercio, con tutto il mondo di relazioni sociali che questo fa restare vivo, per favorire l’avvento della grande distribuzione; è mancanza di sovranità quando si sceglie di non intervenire massicciamente a sostegno dell’agricoltura, specialmente se questa rappresenta anche una nicchia di eccellenza basata su una filiera di controlli qualitativi, preferendo agevolare in maniera artificiosa il libero commercio; è mancanza di sovranità quando per l’esigenza di difendere alcuni interessi e di mostrare rigore notariale, si strozzano in un mare di burocrazia lo spirito d’impresa dei nuovi imprenditori e presidi storici della nostra industria alla stessa maniera (facciamo nomi e cognomi: la Borsalino, azienda produttrice dell’omonimo e famosissimo cappello, è stata lasciata fallire il nome del non intervento, anche se i suoi debiti erano conseguenza di una malversazione contabile regolarmente denunciata); è mancanza di sovranità quando si scatena la privatizzazione selvaggia piuttosto che la riforma radicale in senso qualitativo dei servizi fondamentali e strategici che lo stato non può lasciare al beneficio e discrezione dei privati (e due esempi drammaticamente attuali sono le infrastrutture e i presidi medici).

Certo, non è semplice recuperare indipendenza in un mondo che negli ultimi venti anni è stato spinto con forza nella direzione dell’interdipendenza, ma nonostante questo non bisogna pensare che sia impossibile: dietro i grandi trattati multilaterali, sopravvive, ed è più vivace che mai, una fitta rete di accordi bilaterali negoziati tra paesi che trovano comune accordo e rispetto reciproco, e che possono essere rinnovati o meno a seconda dello stato della società e della situazione internazionale.

Ma in che mondo viviamo?

Dopo la fine della Guerra fredda il politologo Francis Fukuyama espresse la sua famosa formula sulla “fine della storia” destinata a segnare inevitabilmente la riflessione nelle scienze politiche per gli anni seguenti. Per Fukuyama (che ha recentemente parzialmente ritrattato e corretto le sue affermazioni) la fine dei due blocchi segnava l’inizio di un percorso in cui il mondo, passato nel 900 da oligoplurale e bipolare, sarebbe diventato segnato dal dominio ideologico di un’unica iperpotenza.  Anche se la realtà, lo vedremo tra poco, sta smentendo questa ipotesi, bisogna essere onesti e riconoscere che la teoria di Fukuyama non era del tutto campata in aria, tanto è vero che abbiamo tutti assistito, specialmente con l’avvento degli strumenti digitali, ad una vera e propria opera di conversione delle masse dell’opinione pubblica verso delle categorie rigide di pensiero rigide e superficiali, e per questo molto “confortevoli”. Diluendosi in queste categorie di pensiero, è molto semplice dividere il mondo in “buoni e cattivi” in base alle informazioni estremamente approssimative e superficiali che ci vengono fornite dai media ufficiali, così come si finisce spesso per assecondare dei modelli ideali (uno su tutti, il premio Nobel Aun San Suu Chi, che ha subito una vera e propria canonizzazione in vitam, ma che ha dimostrato tutta la sua artificiosità nei terribili genocidi cui è stata vittima la popolazione mussulmana Birmana) in maniera completamente acritica.

Tralasciando sulle implicazioni psicologiche del processo di sublimazione dei finti eroi, che richiederebbero riflessioni di psicologia sociale e comportamentale qui non pertinenti, nondimeno resta il fatto che l’uomo comune è ormai abituato a pensare in maniera superficiale (c’è chi direbbe che non è proprio più abituato  a pensare) ed è difficilissimo, anche per chi per la propria professione dovrebbe invece essere condizionato ad anteporre una riflessione sulle fonti e sui contenuti, sfuggire alla comodità insita in questo meccanismo. Dicevamo che la teoria di Fukuyama, per ammissione dello stesso, si è infranta sulla realtà, e questo è avvenuto per un motivo molto preciso: l’iperpotenza, salvo fare ricorso alla forza bruta, non è comunque stata in grado di sovrascrivere in toto lo spirito dei popoli e delle società. Sul perché questo non sia avvenuto, ci sono molte teorie differenti, ma è opinione di chi scrive che sia principalmente da inputarsi al verificarsi di tre condizioni che (per fortuna) si sono verificate nello stesso momento storico.

  • L’ ideologia ha ceduto il podio all’economia: L’economia finanziaria, perennemente in espansione e crescita, è stata la grande invenzione con cui gli economisti speravano (e in qualche misura ci sono riusciti) di riuscire a cancellare il grande limite del capitalismo, ovvero il fatto che le risorse in natura siano limitare e finite. Il capitalismo finanziario, slegato nella quasi totalità dagli assetti reali, ha consentito un balzo in avanti all’economia mondiale, ma ha anche imposto il privilegio del virtuale sulla realtà. L’utilizzo di questo strumento ha permesso a gli Stati Uniti di eclissare completamente le capacità produttive ed economiche dell’Unione Sovietica, in un periodo in cui sembrava invece che fosse quest’ultima ad aver vinto la Guerra fredda, visto che (all’esterno) sembrava che il modello socialista non soffrisse delle stesse crisi periodiche che invece stavano piagando l’Occidente. Tuttavia, il primeggiare l’economica consumistica “liquida” rispetto a gli aspetti “solidi” della vita, ha comportato, tra le altre cose, che l’ideologia finisse per non contare più nulla, sommersa sotto una marea soffocante di matematica e tecnicismo. Ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare, proprio il fatto che l’ideologia sembrasse messa in secondo piano rispetto agli indicatori economici, ha consentito un rafforzamento esponenziale dei temi ideologici e in realtà di tutti quegli aspetti “solidi” che sembravano superati. Non pensiamo solo a grandi temi come l’identità dei popoli, le tradizioni o la fede, ma anche aspetti più quotidiani e prosaici sono il riflesso di questa condizione: fino a quando questa veniva studiata, nei corsi di educazione civica per le elementari veniva presentato il modello di società a prevalenza terziaria, con un secondario importante ma in diminuzione e un primario delegato e relegato ai paesi del terzo mondo, e con lo spopolamento inesorabile della periferia a vantaggio della città. Ebbene, oggi invece sappiamo che, proprio grazie all’espansione qualitativa del terziario (servizi), c’è un ritorno al primario e una fuga dalla città verso modelli di vita più vivibili.
  • La Russia è sopravvissuta: contrariamente alle aspettative dei consiglieri di stato degli Stati Uniti, che si aspettavano di assistere ad una spettacolare implosione della Federazione russa sulla scia di quanto avvenuto nel resto dell’Urss, lo stesso nazionalismo russo che aveva giocato un ruolo fondamentale nello scioglimento dell’Unione, giocò un ruolo importantissimo nell’impedire che la Russia diventasse un terreno di caccia per le aggressive economie occidentali. Mi si scuserà se qui apro una parentesi un po’ lunga, ma da sovietista ho da dire abbastanza, e si farà una riflessione funzionale a quanto detto sulle ricadute interne della sovranità nazionale. Nel 1922 la Federazione Russa abolì il sistema di imposizione statale dei prezzi, e optò per il sistema del libero mercato, seguendo in ciò le “linee guida” del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che aveva dettato alcune condizioni affinché la credibilità economica del paese fosse mantenuta e venissero elargiti i necessari prestiti internazionali. Questa decisione fece precipitare lo stile di vita dei cittadini russi a livelli che sono difficilmente immaginabili da chi non ha condotto degli studi oppure ha vissuto quegli anni, ma se la Russia riuscì a risollevarsi, fu principalmente per tre motivi: in primo luogo, ai fornitori di servizi fondamentali (trasporti, energia elettrica, riscaldamento ecc…) non fu mai permesso realmente di dettare liberamente i prezzi, successivamente quando l’industria statale fu privatizzata, si imbrogliò sulle procedure per escludere il più possibile le imprese straniere dalle aste pubbliche, e infine nonostante le raccomandazioni del FMI, il governo federale iscrisse una generosa quantità di imprese in un registro di produttori di “beni fondamentali” che ricevettero fondi a prestiti agevolati presso la banca centrale, che non fu mai scorporata dallo stato. Queste condizioni di base posero la nascita della moderna economia russa, caratterizzata da corruzione e oligarchi, ma che (a maggior ragione dopo l’insediamento di Vladimir Putin) non ha mai rinunciato davvero alla centralità dello stato quale arbitro tra gli interessi dei cittadini e quelli dei grandi imprenditori. Il fatto che la Russia sia tornata in grande stile sulla scena globale, inaugurando un’agenda politica basata non solo sul suo peso economico e militare, ma anche su organi cooperativi multinazionali che lasciano autonomia ai membri partecipanti (B.R.I.C.S., Unione Euroasiatica, S.C.O., Comunità degli stati indipendenti ecc…) e profonda promozione culturale bilaterale.
  • La Cina ha levato il capo: la Repubblica popolare cinese, a partire dalla segreteria di Deng Xiaoping, ha inaugurato un’agenda di politica economica ed estera di rara intelligenza politica. Comprendendo con grande acutezza che l’epoca del confronto duro e del socialismo brutale non erano più perseguibili nei tempi che correvano, Deng Xiaoping decise di aprire la Cina al mondo (dando a gli occidentali quello che avevano sempre desiderato, l’accesso al suo gigantesco mercato interno), senza però rinunciare al ruolo di preminenza del partito nella gestione delle tematiche macroeconomiche e mantenendo un controllo assoluto sulle banche, e contemporaneamente sancendo una linea in politica estera fatta di posizioni intermedie e quando possibile non contrapposizione. Questo ha spianato la strada affinché la Repubblica Popolare Cinese potesse garantirsi il surplus economico necessario ad alimentare la futura politica estera, dirigere e direzionare le trasformazioni sociali, ma anche poter garantire in maniera relativamente armonica il miglioramento interno delle condizioni di vita dei cittadini cinesi. Quando la Cina si è sentita pronta ad affacciarsi sul mondo, lo ha fatto, intrecciando saldamente le relazioni commerciali con quelle culturali, e riservando sempre una basilare forma di rispetto nei confronti di chi veniva scelto per essere un partner internazionale. Questo comportamento naturalmente non va idealizzato troppo: laddove non esisteva un’autorità in grado di dettare un’agenda politica e di sedere al tavolo negoziale in maniera solida e decisa, come ad esempio in Africa, la penetrazione economica cinese ha devastato alcune fasce di mercato, aggravando situazioni economiche che già erano caratterizzate da forte indebitamento. Ma allo stesso modo, non si può negare che le varie realtà africane stiano lentamente finendo per preferire la Repubblica popolare cinese come partner, in primo luogo perché i cinesi non portano solo denaro, ma forniscono sviluppo edile e infrastrutturale, tecnici e cooperazione scientifica, ma anche perché pongono la solida garanzia dello stato cinese quale garante delle loro azioni, laddove l’occidente si è limitato a fare da “piazzista” per le proprie multinazionali

 

Ma se il nostro mondo non si regge su un ordine bipolare né su uno unipolare, allora come possiamo classificare la realtà? Gli studiosi non hanno ancora trovato una definizione univoca, ma è opinione di chi scrive che il mondo sia destinato a virare verso un ordine multipolare, dove molti attori esercitano differenti primati e differenti ruoli regionali. Questo perché a Stati Uniti e Federazione russa, sulla scena mondiale sono arrivati anche la R.P.C. (e prima che essa stagnasse da progetto politico in mero organismo commerciale e burocratico, l’U.E). questo ha creato una situazione di equilibrio che viene molto bene descritta con il meccanismo della concorrenza commerciale: se io ho un solo forno da cui comprare il pane, o ne faccio a meno, o accetto il prezzo che mi viene chiesto dal fornaio. Ma più aumentano i forni, più posso decidere in autonomia a quale servirmi, sia per convenienza economica, o più banalmente per qualità del rapporto. Naturalmente un simile ordine di cose risulta oltremodo scomodo a quelli che avevano inaugurato il nuovo millennio con la costruzione della rete globale dei mercati finanziali, i cui centri e nodi sono tutti collocati in stati amici e fedeli, e con la sensazione diffusa di aver posto definitivamente nelle loro mani l’egemonia politica ed economica del mondo: ecco allora che risulta (per alcuni) imperativo spingere al massimo la narrazione cui facevamo riferimento di buoni e cattivi, e poco importa se questo genera spesso e volentieri dei veri e propri cortocircuiti, o se per perseguire questa dialettica dualistica finiamo per renderci complici di scimmiottatori dei nazisti o difensori di leader che affamano popoli pur di difendere il dio libero mercato. L’importante è che la recita possa andare avanti per un altro atto.

Sinofobia, la strana chimera:

La sinofobia, la paura dell’asiatico, del cinese, è una strana chimera dell’epoca contemporanea.

Uso questo riferimento mitologico (la chimera era il mostro che incrociava in se la capra, il serpente ed il leone) poiché in effetti il “terrore giallo” è figlio di diversi elementi, a volte in contraddizione tra loro, che emersero prepotentemente tra ‘800 e ‘900, quando i progressi nella tecnica navale e dei trasporti, così come l’esplosione della produttività a seguito della meccanizzazione della produzione, resero il mondo un posto sempre più piccolo e affollato di merci.

Proprio le merci furono il primo elemento che fece interessare l’occidente all’Asia: se nel sud-est asiatico erano state fondate vere e proprie colonie, per coltivare ed estrarre le spezie da vendere in Europa, nel nord est asiatico (dove in forma più o meno stabile esistevano stati militarmente e politicamente più potenti) l’interesse occidentale era più che altro rivolto allo sfondare le barriere doganali per acquisire in esclusiva i ricchissimi mercati del Giappone e soprattutto della Cina (che già a metà del 1800 aveva circa 170 milioni di abitanti, più dell’insieme di tutta la popolazione europea e statunitense).

Fu quindi l’avidità la prima matrice di spinta verso la Cina, sostenuta prepotentemente dalla convinzione della superiorità razziale e culturale dell’uomo bianco (europeo e continentale) su tutte le altre razze. Il pregiudizio darwinista impose una visione rispetto al popolo cinese ( e in generale rispetto a tutti gli asiatici) così forte che tutt’oggi l’uomo comune non riesce a liberarsene, mentre invece quello di cui ci si è rapidamente liberati è il ricordo di quelli che sono stati gli strumenti con cui l’occidente ha potuto infine costringere ( in realtà poi per un periodo relativamente breve) l’Asia ai suoi voleri: In Giappone furono i cannoni americani montati su navi di ferro a costringere la millenaria cultura dei samurai a piegarsi ai desideri dei mercanti occidentali, mentre in Cina si scelse, dietro pressione militare ed economica, di impiantare un diffuso commercio di droghe a buon mercato.

In pochi anni l’oppio divenne diffusissimo tra le èlites e la popolazione cittadina, ottenebrando la capacità di discernimento e di azione del popolo. Quando poi nel 1900 la popolazione, sulla spinta degli anti- imperialisti e soprattutto degli studenti e dei maestri delle scuole di Kung fu (che evidentemente si erano levati come scogli di rettitudine e identità di fronte allo stupro a cui era sottoposto il loro paese) insorse in quella che noi erroneamente chiamiamo “rivolta dei boxer” (e già il fatto che gli Inglesi, di fronte ad una tradizione millenaria di combattimento e riflessione spirituale, avessero passivamente mutuato il loro termine per pugilato, la dice lunga sulla profondità e bontà del governo di sua maestà), le potenze occidentali e i Giapponesi, che avevano nel frattempo portato a termine la restaurazione Meiji ed erano diventati a loro volta una potenza imperialista, reagirono con una dimostrazione di forza e violenza inaudita nel soffocare la rivolta.

Alle truppe che si imbarcavano per Pechino, il kaiser Gugliemo II disse: “Non si concede perdono, non si fanno prigionieri! Come mille anni or sono gli Unni, sotto il re Attila, si fecero un nome che li fa apparire ancora formidabili nella tradizione e nella leggenda, possa così il nome di tedesco in Cina acquisire una reputazione millenaria, di modo che un cinese non osi mai più nemmeno guardare di traverso un tedesco”. La dichiarazione fece scalpore, ma durante la spedizione congiunta, ciascuno dei paesi coinvolti, Italia inclusa, fece del suo peggio. Ad ogni modo non fu un caso se la repressione fu così dura, perché allo spregio razzista, a cavallo dei due secoli, si era unita una diffusa paura che un giorno l’Asia potesse alzare la testa e schiacciare brutalmente il predominio occidentale, in virtù delle sue immense potenzialità produttive e della sua gigantesca riserva potenziale di manpower. Proprio nel 1900, mentre il Giappone faceva mostra della sua modernità e potenza militare all’Exposition Universelle di Parigi, usciva il manoscritto titolato “I tre dialoghi, e il racconto dell’Anticristo”.

In questo lavoro l’autore profetizzava che il secolo appena inaugurato sarebbe stato caratterizzato dal “panmongolismo” un’ideologia asiatica che avrebbe sostanzialmente unito le realtà asiatiche in una irresistibile crociata contro l’Europa, impegnata a chiudere definitivamente il confronto con l’Islam. Secondo l’autore la spinta “mongola” avrebbe travolto rapidamente ogni resistenza (con l’eccezione della Germania, che tuttavia cade dopo essere stata assaltata alle spalle dai francesi, che hanno eletto i progressisti al governo, e dell’Inghilterra, che compra la sua libertà) e dominato il continente euro-asiatico per cinquanta anni, fino a che non sarebbe sorta una grande unione fatta dai popoli che avrebbe cacciato gli invasori.

Il racconto prosegue poi narrando della venuta di un superuomo, che unisce definitivamente i popoli europei in virtù della sua assoluta superiorità, e che si rivela essere l’Anticristo, ma questo non ci interessa; quello che è pregnante nella nostra analisi è che se da un lato gli Occidentali si sentivano razzialmente, tecnologicamente ed economicamente superiori ai “gialli”, dall’altro avevano una terribile paura che proprio questi potessero rivoltarglisi contro, finendo per imporre loro i loro costumi e i loro modelli.

Dagli eventi di cui abbiamo parlato in questa lunga ma necessaria digressione sono passati centoventi anni, e in qualche misura l’emancipazione economica, e il conseguente predominio sui mercati, della Cina tanto temuti si stanno realizzando proprio sotto i nostri occhi, ma del modo in cui l’occidente si rivolge alla Repubblica popolare, poco è cambiato.

Ancora oggi la maggior parte di quanti, nella società civile, mostrano interesse verso la Cina, lo fanno  principalmente per avvicinarsi al denaro cinese (esattamente come nei primi anni 2000 si faceva rispetto ai Russi), mentre  nella popolazione italiana resiste fortemente la visione dei cinesi quali un popolo di automi tutti identici tra loro, che producono tantissima merce scadente, dalle bizzarre abitudini alimentari (beh, questo è innegabilmente vero) e che arrivano in Italia per comprare tutto ed eliminare la concorrenza. Quale che siano i motivi, fondati o meno, che stanno alla base di questi stereotipi percettivi, la realtà è ben diversa.

La Repubblica popolare sta infatti sfruttando molto bene l’enorme surplus creditizio che la sua politica economica gli ha garantito, procedendo in una modernizzazione e potenziamento a tappe forzate delle condizioni interne del paese: oggi la Cina è una potenza tecnologica, manifatturiera e politica, ma non solo, è anche la testimonianza vivente della possibilità di sviluppare un modello economico e politico esterno alle categorie di pensiero proprie del novecento, ma che tuttavia non si conforma nel vangelo neo-liberista dell’inesistenza dello stato.

Andrea Giumetti 10/12/2020

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