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1919 – QUELLA VOLTA CHE PERDEMMO UNA SCOMMESSA – PARTE PRIMA. Di A. Giumetti.

Europa, anno 1919. La Prima guerra mondiale si è ormai conclusa da un anno con la sconfitta degli Imperi centrali, e in quasi tutto il mondo i governi celebrano la dolorosa pace che ha coronato il terribile conflitto in cui il vecchio continente ha pagato la sua arroganza e divisione con la distruzione di quella che era stato l’ordine geo politico e sociale fino a quel momento. Si è trattato di una guerra che tutti si aspettavano, ma che di fatto nessuno voleva, di un conflitto in cui tutte le parti si sono trovate più o meno trascinate da cause di forza maggiore; nelle trincee che per quattro anni hanno squarciato in due zone l’Europa sono confluite e andate in fumo non solo milioni di vite, ma anche tutte le risorse economiche, creative e politiche del vecchio continente, in un olocausto autodistruttivo che non solo non ha risolto le divisioni tra i popoli e le identità, ma ha definitivamente distrutto la capacità politica degli stati Europei di influenzare le vicende del mondo, lasciandola malvolentieri a gli Stati Uniti, che in accordo alla dottrina Wilson erano entrati nel conflitto proprio con questo scopo . Eppure, nonostante la spossatezza in cui gli Stati europei si erano ridotti, non erano ancora tramontate le logiche di potenza, probabilmente spinte dall’urgenza di mostrare veri risultati a popoli vincitori che tutto sommato non erano in condizioni tanto migliori dei vinti. Tuttavia, fare bottino sul suolo europeo era complesso e rischioso, laddove la Germania guglielmina aveva lasciato ben poche e misere colonie da spartirsi: dove volgersi quindi per nuove acquisizioni? Beh, a ben pensarci non sono solo gli imperi centrali quelli che non sono sopravvissuti al conflitto: sulle cartine viene ancora raffigurato l’impero russo, che però di fatto non esiste più non solo giuridicamente (perché lo zar è stato deposto a favore di un governo rivoluzionario nel 1917), ma anche amministrativamente e politicamente (perché lo stesso governo provvisorio è stato travolto dalla rivoluzione bolscevica del 1918). Trasformare i territori dell’ex impero in una “nuova Africa” in cui lanciarsi per ottenere nuovi vassalli e soprattutto di materie prime, sembra una ottima occasione a tutti gli ex-belligeranti vincitori, tanto più che esistono già missioni e comandi militari inviati in tempi non sospetti sul suolo russo con le più disparate finalità. Esiste infatti un comando interalleato, a guida francese, stanziato nella regione di Murmansk, che in tempo di guerra aveva gestito la distribuzione dei rifornimenti e degli aiuti destinati ad aiutare il governo provvisorio nel portare avanti la guerra contro la Germania, e che gli Alleati non avevano mancato di utilizzare quale spauracchio e carta di scambio per influenzare la decisione di quest’ultimo di continuare una guerra che non poteva in alcun modo vincere. Nella periferia orientale, in Siberia, sono gli americani e soprattutto i giapponesi ad aver tenuto presidi e magazzini, sempre per fini di appoggio allo sforzo bellico generale. Nel momento in cui i Bolscevichi pendono il potere a Pietrogrado e l’autorità centrale va in pezzi, vuoi perché sono le due potenze che meno sono state toccate dalla guerra, vuoi perché sono già in diretta competizione tra di loro, sono quelli che senza dubbio intervengono con maggiore impegno nel tentativo di sfruttare la situazione a loro vantaggio: nei salotti della regione di Vladivostock addirittura si mormora che il governatore stia trattando segretamente con il governo giapponese, che ha stanziato in Siberia un contingente di 30000 uomini, per “vendere” la provincia. Un altro punto “di accesso” interessante sembra essere la Transcaucasia, una regione geografica/ex governatorato imperiale, ricca di minerali rari e di petrolio, che è attivamente assediata dai turchi, e che al venire meno dell’autorità centrale, è esplosa sotto il peso dei particolarismi delle numerose nazionalità che lo abitano. Qui gli Inglesi sono i primi a mettere piede, sia perché le vicende di Gallipoli li hanno messi in diretta opposizione ai turchi, sia perché la regione è confinante con i territori controllati dall’Impero britannico. Una testimonianza di prima mano dell’arrivo degli inglesi nel Caucaso viene offerto da Vladimir Voytinsky, un rivoluzionario di vecchia data che aveva giocato un ruolo di prim’ordine nel governo provvisorio e per sfuggire all’arresto da parte dei bolscevichi si era rifugiato con Ts’ereteli (più noto in Italia come Cereteli) in Giorgia, collaborando ad alcune attività del neonato governo indipendente di Noe Zhordania. Racconta Voytinsky: “Il colonnello si presentò col suo aiutante e con un interprete russo, e disse a Zhordania di essere stato mandato in Georgia per mantenere l’ordine, assicurare il funzionamento regolare della ferrovia, sorvegliare l’evacuazione delle truppe tedesche e turche. Aggiunse che se i suoi ordini non fossero stati eseguiti o se i suoi uomini fossero stati molestati, avrebbe ritenuto responsabile il governo localeiv ”. Anche se di fronte alla risposta ferma e secca di Zhordania, che ricordò al colonnello che questi giungeva in Georgia come ospite e non come conquistatore, i toni dei successivi colloqui sarebbero stati condotti in toni più civili, penso che dalla testimonianza di Voytinsky emerga chiaramente lo spirito con cui gli inglesi si apprestavano a “tutelare” il Caucaso. Ben diverso sarebbe stato, sempre ben evidenziato dalla autorevole testimonianza del rivoluzionario russo, i toni e i modi dell’approccio dei messi di quell’ultimo attore importante di cui non abbiamo ancora parlato, ma che tuttavia ebbe a giocare un ruolo unico in tutta la vicenda: naturalmente, stiamo parlando degli italiani. Il Regio esercito italiano è presente in tutti e tre i teatri che abbiamo nominato fino ad ora, ma, per quanto possa sembrare strano, non opera in “Russia” per fini riconducibili a politiche imperialiste, quanto più per finalità squisitamente politiche e umanitarie: naturalmente partecipano al comando interalleato in Murmania, ma di fatto la loro presenza in Siberia e in Georgia è dettata da altri motivi. In breve, nell’ex impero, che vantava un sistema di carcerazione e imprigionamento di considerevoli dimensioni, sono presenti innumerevoli prigionieri di guerra che all’inizio del conflitto vestivano l’uniforme austroungarica, ma identificano sé stessi come nazionalità italiana e provengono dalle terre irredente, che come tutti sanno nel 1919 sono tornate a far parte del Regno d’Italia. Il problema di recuperare questi “reduci irredenti” era stato sollevato già mentre il conflitto era in corso, e il governo ha predisposto dei piani attraverso delle spedizioni militari autorizzate. Le vicende di personaggi come Cosma Manera, Achille Bassignano o Edoardo Fassini Camossi, i comandanti degli italiani in Siberia, meriterebbero un approfondimento dettagliato, in quanto nell’opinione di chi scrive rappresentano una delle pagine più luminose e virtuose della storia militare ed umana del popolo italiano, ma si finirebbe per andare fuori tema, per cui mi limiterò qui ad evidenziare, in rinforzo alla mia affermazione sulla natura non utilitaristica della presenza italiana in Russia, che quest’ultimo, nei suoi rapporti, si meravigliava di come il governo non corresse ad instaurare relazioni economiche e commerciali con i governatorati dei generali Bianchi, tanta era l’impressione favorevole, umana e militare, che gli Italiani stavano riscuotendo .

[…] Continua nella seconda parte.

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