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ANTIGONE IN CAMPO FRA ALGORITMI E VALORI NON NEGOZIABILI. Di Francesco Mario Agnoli

  Sto leggendo due libri, “Francesco”  di Massimo Borghesi edito da  Jaca Book  e “Antigone e gli  Algoritmi” di Nicola Lettieri (Mucchi Editore) di diversa consistenza quantitativa (oltre  260 pagine il primo, appena un’ottantina il secondo), ma entrambi di alta qualità e di grande interesse, in particolare per un cattolico che per tutta la vita ha svolto una professione giuridica,  ha fatto e fa parte di un Movimento per la Vita e ha tanta ammirazione per Antigone  da averle intitolato due suoi libriccini: “Antigone contro la democrazia zapatera” e “Antigone e i diritti dell’Uomo”, editi entrambi da Solfanelli.

    Evidentemente ho riconosciuto nell’antica, ma sempre viva e presente fanciulla greca il punto di congiunzione fra i due libri  nonostante la loro  assoluta diversità di contenuto e che di lei non si faccia menzione alcuna nelle quasi trecento pagine del Borghesi (per l’appunto – va detto subito a titolo di avvertenza per il lettore – ciò che qui mi interessa è far passare Antigone dal libro sugli algoritmi, che, per quanto mi riguarda, interpella soprattutto il tecnico del diritto  con la malinconica  constatazione  di quanto stentino le sue troppo  datate nozioni  ad assumere  vesti informatiche e metodi computazionali, a quello su Francesco, che più mi sta a cuore).

   Antigone  nel libro di Lettieri, dedicato al fenomeno dalla “incorporazione delle norme giuridiche all’interno di sistemi hardware e software capaci di condizionare in modo più o meno stringente il comportamento degli individui”, è una presenza discreta, utile tuttavia a prospettare una “seria presa in considerazione della necessità e delle possibilità di  disobbedienza” a norme  giuridiche che si presentano come  prodotte “dai dati raccolti dalle macchine anziché come il frutto di decisioni e deliberazioni umane[1]. In sostanza, si ripropone, in termini aggiornati al crescente dominio della tecnica e alla continua estensione dell’universo digitale, l’eterna questione del rapporto fra le leggi  degli uomini e le “leggi dei Celesti, non scritte ed incrollabili” . Di queste Antigone proclama l’inviolabilità anche da parte del “diritto degli algoritmi”, il che  presuppone ed esige la possibilità della sua previa conoscenza e della  valutazione di adeguatezza o, al contrario, di contrasto delle norme che lo compongono da parte di chi è chiamato ad applicarle e/o ad osservarle. Un’operazione resa invece estremamente difficile dal  procedimento di formazione e dal modo di operare del “tecno-diritto”, che “può produrre effetti giuridici senza la collaborazione  attiva del destinatario o l’intervento di soggetti terzi”, quindi senza necessità né di un esecutore né di un volontario adempimento, dato che tutto opera in automatico e quasi inavvertitamente.

  Come detto, Antigone non è mai nominata nel libro dedicato a Francesco e  la sua presenza vi è evocata dalla  mia personale lettura, che, pressoché involontariamente, si è concentrata più che sulla figura di Papa Bergoglio (sono stato però indotto a rivedere o ad attenuare alcuni miei giudizi   negativi),  sull’ideologia teocon e quella dell’ospedale da campo, di cui al sottotitolo “La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo”.

   Tanto nella ideologia (ma forse sarebbe più esatto parlare di teologia) teocon quanto in quella dell’ospedale da campo  giocano un ruolo importante i “valori non negoziabili”, molto cari a Benedetto XVI, ma  da Francesco o accantonati, come  sostengono i suoi detrattori, oppure collocati dalla sua  agenda etica  “in un contesto più ampio”. E’ questa l’opinione del Borghesi, che apprezza la scelta del Papa, perché, senza diminuirne l’importanza, porrebbe riparo all’uso strumentale fattone dalla teologia  teocon, prevalente in gran parte del cattolicesimo  americano (ma con molti addentellati e consonanze in Europa e, in particolare, in Italia grazie all’opera dell’ex presidente del Asenato Marcello Pera e di altri “atei devoti”). Difatti i teocon, statunitensi e europei,  avrebbero tentato di dare (parzialmente riuscendovi) al cattolicesimo un’anima  definibile “riformata” (qui il riferimento è a Max Weber e al suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”) in quanto contrassegnata  dalla cultura economica neoliberista  imperante negli Stati Uniti d’America (Borghesi usa il termine “cattocapitalismo”) e, di conseguenza, avrebbero ridotto la grande tradizione del cattolicesimo sociale  alle sole “battaglie pro-life antiabortiste”.

  La presenza di Antigone nel libro dedicato agli algoritmi è pacifica in quanto  richiesta dallo stesso Lettieri con riferimento alle criticità connesse a quella che definisce la  “ingiustizia algoritmica”. Nemmeno  vi è bisogno di molte giustificazioni quando si tratta del  passaggio in problematiche e vicende nelle quali sono in gioco, come accade nel libro dedicato a Francesco,  i “valori non negoziabili” dal momento che la non negoziabilità consegue allo stretto e diretto  collegamento  fra le eterne leggi dei Celesti  e questi valori, che ne rappresentano il frutto e la concreta applicazione nella vita degli uomini (nel  caso che ha reso immortale la principessa tebana si trattava del rispetto sempre dovuto alle spoglie umane). Infine, la mia lettura in contemporanea dei due volumi rappresenta  una semplice casualità, che diviene  ai miei occhi    una fortunata circostanza, perché  le modalità del confronto di Antigone con i punti dolenti della  “ingiustizia algoritmica” inducono, nell’apparente assenza di un legislatore umano,  a concentrare  l’attenzione sui meccanismi di produzione e funzionamento delle norme.

  Si acquisisce così, consentendomi  di farne immediata applicazione  a Francesco, la consapevolezza (o la conferma) che, non solo per quelle del tecno-diritto, ma per tutte le norme dettate, direttamente o indirettamente, dai potenti della terra il giudizio di adeguatezza o contrasto con le leggi  “che eterne vivono e niuno conosce il dì che nacquero”  va condotto con riferimento, oltre che al bene concreto che ne costituisce lo specifico  oggetto, al loro modus operandi.  Radicale, difatti, il contrasto e, di conseguenza, inevitabile il giudizio  che, nonostante la cogenza  di cui le munisce la forza dello Stato (in questo caso coincidente col tiranno Creonte), non siano  leggi nel senso  “vero” del termine (che non è quello immaginato da Kelsen e dai  positivisti del diritto)  le norme che, da chiunque (tiranno,  assemblea costituente, democratico parlamento, algoritmo) e in qualunque circostanza emanate, stiano dalla parte del più forte contro il più debole. Oltre tutto, una valutazione da condurre secondo criteri molto rigidi e stretti per l’esigenza che il rapporto di forza riguardi esclusivamente i soggetti direttamente coinvolti nel fatto-base oggetto della norma (la fattispecie del linguaggio giuridico). Per esemplificare: se è vero che fra il ricco possidente e lo straccione che lo deruba, in via generale (così come in una legge che li riguardi come categorie sociali o in un’opzione di principio a favore dei poveri) il primo è la parte forte e il secondo la debole, nell’atto del furto e della conseguente applicazione della legge il ladro è il forte e il derubato il debole. Quindi, anche se le simpatie degli storici,  dei sociologi e del pubblico vanno al secondo, fa bene lo sceriffo di Nottingham ad arrestare Robin Hood.

  Forse anche Antigone, sbalzata all’improvviso dalla tecnica degli algoritmi alla teologia anzi alle teologie, non ha del tutto chiaro fino a che punto e sotto quali condizioni le  leggi dei Celesti tutelino la proprietà privata, ma nutre l’assoluta certezza della totale copertura da loro offerta alla vita umana dal suo primo sorgere alla  naturale conclusione. Di conseguenza,  duplice ne è la violazione da parte delle norme che, consentendo l’aborto, recano insanabile offesa tanto al bene tutelato (il diritto di nascere) quanto alla funzione inderogabile  di ogni legge: la tutela del più debole. Difatti, qualunque cosa si possa dire della madre, e per quanto la sua situazione possa  in più d’un caso risultare davvero difficile e precaria, è inimmaginabile una posizione più debole di quella del concepito, che nemmeno ha voce per difendersi e – come lo mostrano un manifesto e un filmato  un tempo molto diffusi dai prolife – dispone appena di un minimo spazio nel ventre della madre per un disperato tentativo di ritrarsi davanti al bisturi del chirurgo (o quello che è) che lo minaccia.

   Tornando, in conclusione, al rapporto fra l’ideologia teocon e quella dell’ospedale da campo, è vero che la difesa del diritto  di nascere si colloca  nel più ampio contesto di quella che Papa Francesco definisce  “testimonianza alla vita nel suo intero svolgimento”, ma è anche vero che ne costituisce la massima espressione, perché minima è rispetto ad ogni altra la posizione  del concepito. Ragionevole, quindi, non solo tatticamente, la scelta dei prolife cattolici statunitensi (davvero  necessariamente teocon o non piuttosto autentici cristiani?) di mettere in primo piano la lotta contro la legislazione abortista, che comunque, proprio perché  propone il paradigma dell’assoluta inaccettabilità della  sua massima violazione, coinvolge, garantendole il massimo dell’efficacia, la difesa del diritto alla vita in tutti i suoi aspetti.

Francesco Mario Agnoli

[1]     Da una recensione di Tommaso Greco.

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