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LE MANI DELLA RUSSIA SUL MEDITERRANEO. Di Andrea Alberti.

La politica russa nel mediterraneo può essere descritta come la realizzazione empirica della celebre teoria del Sea Power, sviluppata dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan sul finire del XIX secolo, secondo la quale il potere di una nazione è strettamente legato al dominio sui mari che la circondano, ottenuto attraverso il controllo dei principali stretti, la costruzione di basi navali e la capillare presenza della propria marina all’interno di essi. La Russia, sin dagli albori del proprio impero, passando per l’epoca sovietica, ha continuamente cercato di garantirsi un accesso diretto al Mare Nostrum. Tale aspirazione è rimasta una colonna portante della politica estera russa nel corso dei secoli, nonostante i numerosi sconvolgimenti politici attraversati dallo stato euroasiatico. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel corso dei “terribili anni ‘90” la neonata Federazione Russa perse il controllo sui residui poli strategici nel mediterraneo sopravvissuti alla crisi della superpotenza socialista, la quale, soprattutto dopo la Crisi di Suez aveva assunto un ruolo focale negli equilibri geopolitici del bacino mediterraneo. A partire dal 1995, tuttavia, con la firma del “Memorandum Russo sulla strategia nel Mediterraneo”, il Cremlino ha messo le basi per costruire uno spazio strategico denominato Greater Mediterranean, comprendente i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo e sul Mar Nero; l’auspicio di Mosca era quello di sfruttare la comunanza di interessi politici, economici, energetici e culturali degli stati rivieraschi per riconquistare un forte influenza nella regione attraverso un mix di realpolitik e di mezzi diplomatici. All’alba del terzo millennio arrivò il punto di svolta, nell’ottica di una vera e propria azione sul campo; l’ascesa al potere di Vladimir Putin, infatti, diede stabilità e crescita all’economia attraverso ingenti investimenti volti a nazionalizzare settori fondamentali per l’output russo (energetico, estrattivo e nucleare) e fornì una legittimazione ideologica al ritrovato status di potenza, richiamando dottrine imperiali quali il concetto di “Mosca Terza Roma”. La strategia di penetrazione nel bacino è stata plasmata dall’intelligencija seguendo tre principali linee guida. In primo luogo, la Federazione Russa considera il Mediterraneo come confine naturale della NATO a sud. Il riammodernamento della base navale di Tartus e la costruzione della base aerea di Khmeimim (entrambe in Siria) possono essere letti alla luce dell’intervento russo nella guerra civile che martoria il paese mediorientale da 10 anni, ma anche come deterrente nei confronti di un ulteriore allargamento dell’alleanza nordatlantica, che negli ultimi 30 anni ha spostato il suo confine orientale in pieno near abroad russo. Il ministro della difesa Šojgu, inoltre, è riuscito a stringere collaborazioni logistico-strategiche anche con Grecia e Cipro (noto soprattutto per gli investimenti diretti esteri degli oligarchi più vicini al Cremlino). La strategia di Putin è riuscita a sovvertire il processo che aveva portato il Mediterraneo a diventare un “lago occidentale” a causa dei quasi due decenni di dominio unipolare americano e all’implementazione del Processo di Barcellona (o Partenariato euromediterraneo) a partire dal novembre 1995. In secondo luogo, la strategia di Mosca è inquadrabile nella politica di tutela dei propri interessi economico-energetici, pesantemente danneggiati dalle sanzioni successive all’annessione della Crimea e dalla necessità di diversificare l’export di risorse energetiche (rappresentanti il 59% delle esportazioni), in modo da bypassare il corridoio ucraino. In questo senso, le imprese Gazprom e Rosatom (leader nel settore estrattivo e nucleare), hanno concluso accordi di collaborazione, finanziamento e condivisione del know-how con alcuni paesi mediterranei, tra i quali l’Egitto (costruzione della centrale nucleare di El Dabaa, prevista per il 2026), la Siria (accordo energetico firmato nel 2013 per la durata di 25 anni) e la Turchia (centrale nucleare di Akkuyu, gasdotti Blue Stream e Turkstream). Discorso a parte merita la Libia, verso la quale la Russia ha perseguito obiettivi di tipo militare, politico ed economico. Il generale Khalifa Haftar, appoggiato dai russi nella guerra civile libica, controllava infatti una regione capace di produrre 1 milione di barili di greggio al giorno. Inoltre, i russi, si sono posti il traguardo di stabilizzare la polveriera libica, che secondo il Cremlino vede le sue origini negli errori geostrategici dell’Unione Europea e della NATO. L’intento cela chiari retroscena propagandistici mediante un uso sapiente del soft power, soprattutto nei confronti dei paesi appartenenti alle aree del Sahel e dell’Africa sub-sahariana, nelle quali gli investimenti russi sono secondi a livello globale (superati solo da quelli cinesi). In terzo ed ultimo luogo, l’espansione russa nel mediterraneo è dettata dalla ricerca plurisecolare di uno sbocco su un mare caldo, dato che la navigazione nell’Oceano Artico e nel Mar Baltico è possibile solo per alcuni mesi all’anno e richiede un ingente esborso economico. Fondamentale in questo senso il rapporto con la Turchia, la quale secondo la Convenzione di Montreux del 1936 possiede diritti di regolamentazione del passaggio dagli Stretti dei Dardanelli e del Bosforo, mediante i quali le navi russe (militari e mercantili) possono accedere allo specchio d’acqua mediterraneo dai porti situati in Crimea. La strategia russa è quindi, indirizzata a una sorta di preeemptive action all’interno della regione mediterranea, per proteggere la posizione egemone (che Mosca può vantare nel campo energetico), da chi tenta di sovvertire i rapporti di forza nel mercato europeo e nel mercato del mediterraneo orientale. Il merito principale dell’establishment russo è stato quello di sfruttare il fenomeno delle primavere arabe a suo vantaggio, riuscendo a riposizionarsi in una delle aree più importanti per il mantenimento degli equilibri geopolitici globali, anche grazie alla confusa lettura che si è fatta in Occidente riguardo tali eventi. La combinazione di approcci geopolitici, geostrategici e geoeconomici degli ultimi quattro lustri è stata sicuramente efficiente, tanto da rimettere in discussione i rapporti di forza nel Mediterraneo, che secondo Luigi Binelli Mantelli, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, è diventato un mare nel quale “i russi hanno un potere navale preponderante”.

Andrea Alberti

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