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L’INATTESA SAGGEZZA DEL PIAGNONE. Di Adolfo Morganti

Giovanni d’Altavilla, Architrenius, a c. di L. Carlucci e L. Marino, Carocci editore (Biblioteca Medievale n°155), Roma 2019, pagg. 407, € 36,00.

Ogni volta che si prende in mano un testo di questa “Biblioteca Medievale” occorrerebbe fare un previo gesto di riconoscenza a quel prezioso Nume che ne consente la prosecuzione, dopo quasi trent’anni ed una migrazione da editore ad editore (Pratiche, Luni, ora appunto Carocci) che non ne ha tuttavia intaccato la missio originaria, l’originalità ermeneutica (aperta fra le prime ai tanti “Medioevi” che compongono il caleidoscopio della cultura umana mondiale, dall’area islamica all’estremo Oriente: basti aver la pazienza di scorrere l’elenco dei testi ivi pubblicati), il livello di costante acribìa scientifica, il ruolo di preziosa “palestra” per intere (oramai) generazioni di giovani studiosi che grazie a questi testi hanno iniziato una carriera scientifica talvolta consolante in questi tempi di nichilismo non solo liquido ma sovente maleodorante. Per chi, come il sottoscritto, possiede come cosa preziosa i primi numeri di questa collana nell’edizione originaria, aprire un nuovo testo in essa accolto è sempre reiniziare una grande avventura nel cuore e nelle radici stesse della cultura europea. Recensire questi testi non solo interessa sempre, e molto, ma in più diverte lo spirito. Et de hoc satis.

Questo Giovanni d’Altavilla fu – così si sbilanciano i curatori – originario di Hauville in Normandia, monaco in Sant’Albano e dotto operante fra Rouen e Parigi nella seconda metà del XII secolo (+ 1208-1216). Scarne notizie certe, che ci riportano all’unico dato certo e centrale: suo è il poema in esametri latini e nove Libri, l’Architrenius qui presentato in bella traduzione, con testo a fronte che mai come in questo caso si dimostra utilissimo.

Fondamentale è il personaggio centrale del poema, appunto un uomo definito da un soprannome, Architrenius, che ne definisce l’essenza in partenza: “il Principe delle lamentazioni” (p. 11), quasi suggeriremmo “il Gran Lamentoso”, che ci riconduce alla figura del “Piagnone” che abbiamo prestato al titolo di questa recensione, e che all’interno della storia del Cristianesimo europeo svela uno spessore spirituale ed una longue durée che di per sé meriterebbe un miglior approfondimento.

Questo “Signore delle Lamentele”, coerentemente con sé stesso, tessendo un tristo bilancio della prima parte della propria vita (egli è “non più giovane e non ancora vecchio”, p. 11), giunge alla conclusione di non aver “dedicato un sol giorno alla virtù” (idem), e preso robustamente coscienza di ciò decide di iniziare un viaggio nel Cosmo – alla ricerca della “Natura” non da fuori ma già immediatamente dentro di essa – per chiederLe una risposta ad una domandina da poco, che continua a torturare secoli di esseri pensanti: perché l’umana natura sia – o ci appaia a noi, dal basso della nostra condizione – così “gettata, inerme, nella palude dei vizi” (Ibidem); e ciò nonostante, come mai il medesimo uomo continui ad interrogarsi su come uscire dalla palude (quindi – ci pare evidente – premettendo non solo l’esistenza di uno spazio e tempo libero dalla palude, ma persino un giudizio implicito, secondo cui l’uomo, infisso a testa in giù nel fango della propria materia, non lì debba rassegnarsi brutalmente a stare).

In itinere, Architrenius attraversa terre che nella loro concretezza (l’Università e la città di Parigi), si alternano ad altre allegoriche (il Chiostro, la Corte) e simboliche (il palazzo di Venere, un meraviglioso ed atemporale “mondo degli adoratori del ventre e del vino”…), mentre una gran copia di figure della storia e del mito classico, ma anche del Cristianesimo antico ed a lui coevo – da Cupido a Proserpina, da Galvano ad Annibale – si alternano ai bordi della sua strada, dipanantesi fra il monte dell’Ambizione, il colle della Presunzione, la primavera atemporale dell’isola di Tylos, terra de’ Filosofi antiqui. Il nostro Gran Lamentoso, coerentemente con sé stesso, continua a lamentarsi di non trovar risposta al proprio quesito, sinché la carità della stessa Natura fa sì ch’essa gli si palesi, lo ammaestri, l’induca a “mondarsi” gli occhi dalle sozzure della propria condizione – ma da sé, con le proprie mani -, ed infine lo faccia convolare a nozze con una fanciulla il cui nome, “Moderazione”, è di per sé soluzione alla lunga Cerca, che ripropone le modalità di un’autentica conversio; il testo si conclude con l’estesa descrizione del banchetto nuziale, festa divina che reca in dote tutte le virtù necessarie a separarsi dai vizi che anche nel lungo viaggio hanno accompagnato la dolente umanità del protagonista. Il quale, a questo punto, cessa opportunamente la lamentatio.

Il lungo commento introduttivo è folto di stimoli storico-interpretativi, a volte anche in maniera sovrabbondante; d’altra parte è questo spazio critico il locus amoenus in cui fissare una volta per tutte il carico delle proprie letture e dimostrare l’ampiezza della propria visione della materia, oltre che per render doveroso omaggio ai propri Maestri; ma proprio per questo il lettore non del tutto alle prime armi passerà attraverso questa lunga strada, proprio come Architrenius, tutto guardando con la dèbita attenzione, trattenendo quel che è buono e – magari bofonchiando – lasciando il resto. Ad esempio, nella più volte suggerita contrapposizione fra una “cultura borghese” nascente e la vecchia “cultura monastica”, per cui il protagonista dell’Architrenius sarebbe il campione della prima proprio in quanto eternamente insoddisfatto di quanto la seconda sia in grado di dargli e rispondergli, rischia di oscurarsi la funzione evidente della queste e far sopravvivere un residuo di marxismo del tutto allogeno al contesto… mentre sovvengono qui potenti le righe di Franco Cardini sull’assorbimento della cultura cavalleresca più “tradizionale” da parte dei nuovi ceti urbani “borghesi” medievali (liberando beninteso quest’aggettivo da ogni sovrastruttura ottocentesca), come parte essenziale della propria elevazione verso quel ceto nobiliare-cavalleresco preso a modello ed esempio; Francesco docet. Ed in tal modo, inoltre, meglio si legge l’abbandono di questo testo da parte della cultura protestante ed illuminista, rimozione d’altronde ben sottolineata dai curatori, anche se poco spiegata.

La lettura del testo è, in sé, una vera avventura, anche ricca di colpi di scena. Il ritmo della traduzione italiana riesce a mantenere buona parte del ritmo del verso latino, sempre incalzante, senza stanchezze.  Questo poema va tuttavia accostato – a nostro modestissimo parere – tenendo sempre presente l’ammonimento di Dante sul quadruplice senso della scrittura: ché Giovanni d’Altavilla si rivela Maestro dell’utilizzo, dell’incrocio e della con-tessitura dei registri Morale, Allegorico e Spirituale della narrazione, fra loro coagenti in maniera serrata, eppure “senza confusione e senza separazione”: esercizio non semplice per una mentalità occidentale contemporanea, che compie il prodigio di trovare del “meccanicismo” persino nella processione del logos dal Principio alla Natura stessa (cfr. p. 40). Questa maestria nella con-tessitura venne fortemente riconosciuta all’Autore da una lunga serie di studiosi medievali e rinascimentali, et pour cause: e ben han fatto i curatori a ricostruirne cammini e motivazioni.

Ma qui ci fermiamo, augurando ad ognuno “buon cammino” lungo le Vie di questo bel volume.

Adolfo Morganti

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